Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

NON C'E' TERRA DA PERDERE!
Ugo Marano a lavoro nel suo atelier

In morte e in vita eterna di Ugo Marano (1943 – 2011): Non c’è terra da perdere!, di Eduardo Alamaro.



Cetara è un sorridente borgo marinaro, il primo che s’incontra andando sulla tortuosa costiera amalfitana. Sta a sette chilometri da Vietri sul mare, dopo il bivio per Raito. Ci sono stato mille e mille volte. Ma oggi, lunedì 17 ottobre, ne avrei fatto volentieri a meno. Alle nove e trenta precise sono invece qui fuori, davanti allo spiazzo su cui si aprono le porte in bronzo della Chiesa-madre di Cetara. Sono qui per un motivo tristissimo: il funerale di Ugo Marano, “vasaio dell’universo”, così come lo battezzai nella mia fortunata inchiesta “Dove va la Ceramica?” (cfr. “La Ceramica Moderna & Antica”, agosto-settembre 1995, n. 8/9, Faenza editrice, Faenza, ndr).

Mi aveva telefonato ieri il mio amico Andrea De Luca, editore in Salerno. La cronaca locale del quotidiano “Il Mattino” riportava ampiamente la notizia della prematura morte dell’artista. E così mi aveva avvertito subito. E io di seguito ad altri amici. Con quella specie di catena di Sant’Antonio che si innesca spontaneamente in questi casi: “Sai chi è morto? …. “No, chi è muorto?”.... “Ugo Marano” … “No, non è possibile! E comm’è stato”… “Non lo so come è stato, ma è stato: Ei fu! Una prece.” E poso il telefono. Fine delle trasmissioni.

Al sole di Cetara si sta bene, ma qui nell’ombra della Chiesa-madre no: fa umido. Però non ho alcuna voglia di scendere le scale, di parlare con altri, che vedo da lontano…. Lo so, è banale. E’ scontato quando si dice: “è come se fosse morta una parte di me”. Ma è proprio così. Mi era già capitato con la morte di Annibale Oste, amico scultore di Napoli, esattamente un anno fa. Ora con Ugo Marano, “ceramista-utopista” (così come lo ha definito l’Ente ceramica di Vietri, in un affettuoso manifesto funebre affisso anche qui fuori). E’ come se fosse franato un pezzo della mia memoria; quel pezzo della mia esistenza che sta a Cetara, che sta di casa a Casa-Marano, da Ugo e Stefania. Tutto franato … e io non so che fare per frenare la frana. Posso solo scrivere queste brevi note per il MIC di Faenza. Dare l’annuncio on line ai devoti: Ugo Marano è muortoooo! Ed argomentarlo, con nostalgia. Nostalgia di futuro, s’intende.

Parole, parole, parole… Allora, l’anno scorso, quando morì Oste, parlai nella chiesa. Un gran discorso funebre pieno di vita. Netto, senza sbavature, autorevole. Fatto all’impronta, molto partecipato. Lo chiusi con un “Viva Annibale Oste, w l’Arte-impresa!” Me lo aveva chiesto il figlio di Oste. Mi aveva detto all’intrasatto: “dì qualcosa per mio padre, tu che sei stato tanto amico”. Le parole sono curative. Le parole sono tutto ciò che ci resta, sono il nostro patrimonio & matrimonio. I secoli e i nostri padri & madri ci hanno lasciato parole ed opere. La nostra lingua, i nostri dialetti e diletti. La nostra tradizione da tra-dire. E Ugo Marano era un assoluto mago del dire, della parola tramandata. Coniugata al gesto, alla mimica, alle sue e nostre cose: un animatore nato, un fantasista-concreto. Marano era un tipo umano solare e buono, generoso come raramente mi è accaduto di incontrare. E’ difficile che qualcuno ti regali qualcosa, si sa. Ma Ugo donava, semplicemente, senza farlo pesare. E pensare. Un libro ad esempio, anche se aveva in sé un valore commerciale alto. Ma Ugo lo faceva. Il suo criterio era infatti l’utilità sociale, ne sono testimone e beneficiario...

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