Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

PESO ALLE IMMAGINI E IMMAGINI APPESE A CAVA DE’ TIRRENI
PESO ALLE IMMAGINI E IMMAGINI APPESE A CAVA DE’ TIRRENI

Da: Eduardo Alamaro



Non poche delle fantasmatiche “Città della ceramica” italiane sarebbero da includere nel girone infernale dei “litigiosi & ingiuriosi”. Vecchie storie scadute, vecchi Campanili diroccati. E’ la fotografia dell’Italia che pare nuovamente “espressione geografica” dell’Europa. Paese fatto di vecchi rancorosi dove si replicano vecchi film b/n già visti. Con trame tremate piene di sospetti, tradimenti & manie di persecuzione (senza prosecuzione).
Insomma: Tu fotte a mme, io fotto a tte!

La Campania (forse, e senza farse) batte tutte le altre ragioni e regioni ceramiche. Sono note le dispute tra le confinanti San Lorenzello e Cerreto Sannita nel beneventano; nonché quelle in corso, a suon di ricorsi e carta bollata, tra Vietri sul Mare e Cava de’ Tirreni, nel salernitano. E più la crisi morde, più fabbriche e laboratori d’artieri e d’artefici chiudono, più ci si incanaglisce sul Nulla ceramico. Sui distinguo, sulle richieste di documenti doc e sulle tessere d’identità storiche da esibire. Fino al classico finale del: “chi so’ io e chi sei tu”. Ceramicamente sparlando, scrivendo e sfacendo, s’intende.

Chi qui annota divertito le righe di questo post, ha qualche conoscenza di prima mano  sulla disputa in corso a Cavavietri perché stilò, in qualità di “consulente tecnico-scientifico in materia di arte-industria ceramica del Comune di Cava de’ Tirreni” la (scaltra e serpentina) relazione ufficiale che il sullodato Comune presentò all’apposito Ministero romano e che le permise, nell’ottobre del 2003, con accurata regia politica, di accedere il successivo 8 novembre al detto eletto circolo delle “Città della ceramica” d’Italia. Cioè al trentaseiesimo posto della “zona di affermata produzione di ceramica artistica e tradizionale” dell’AICC … (le cui modalità d’ingresso sarebbero gustose e golose da dirsi; con accenti di commedia dell’arte cavaiola, una risorsa del loco del tutto trascurata, nda).

Di seguito chi scrive stilò, sempre nella veste di “consulente”, l’ambizioso progetto di sviluppo artistico-industriale del luogo, museo attivo compreso, che denominai: “C.A.V.A., Ceramica Alta Velocità d’Arte”, sul quale non posso dilungarmi. Posso solo dire in sintesi che, recepito e adeguatamente finanziato in sede romana, il progetto dell’alta velocità d’arte-industria di Cava è stato svisato e depotenziato per la via in una “S.r.l.” (Scartamento ridotto locale) finendo nel totale snaturamento burocratico odierno, ahiloro, ai cavuoti!

In fine, volenterosamente chi scrive stilò, con molta fatica e molti incontri informali, nel maggio del 2004, una prima bozza di disciplinare di produzione per questa novella città della ceramica. Impresa disperata, rivelatasi alla fine impossibile, perché massima era la litigiosità (e i contrapposti interessi) tra i soci ed ex soci promotori della città ceramica di Cava. Cioè la lotta fantasmatica a chi la comandava, con tutto quel che ne conseguiva di concreto e tangibile, che lascio immaginare al volenteroso lettore (ed elettore) d’Italia.

In particolare c’era corposo, e non facilmente dipanabile, il problema dei rapporti con Vietri. Dissi risoluto: “avete voluto la bicicletta, ora pedalate da soli. Non fate i succhiaruote. Non andate a rimorchio.” Vale a dire, traducendo: eliminate tutti i riferimenti ai ciucciarielli, paisanelle e mulino bianco della fiaba vietrese ceramica anni venti. Eliminate le contiguità e le confusioni: eliminate le “immagini chiave” e la parola Vietri dalle vostre fabbriche, dai vostri marchi e loghi aziendali; dalle vostre teste e dai vostri portafogli. Abbiate il coraggio d’impresa di creare un’altra storia, un’altra narrazione possibile cavese, un’altra immagine commerciale vincente. Una “cosa-nova” artistico-industriale distinta nettamente da quella del presepe vietrese. Fate l’albero di Natale cavese, se ci riuscite. Se ci riusciamo insieme. Cava & ri/C.A.V.A. Basta cu ‘e ciucciarielli vietresi, facite ‘e C.A.V.A.lli.

All’uopo proposi al punto 3 dell’articolo 1 del disciplinare: “Ovviamente, al fine dell’ottenimento del marchio di qualità (e/o CAT), e verso l’obiettivo di identificazione certa di appartenenza ceramica a CAVA/qualità, di cui in premessa, è vietato l’uso di tipologie stilistiche acclarate e/o di sigle commerciali, aziendali o di singoli prodotti, che facciano riferimento esplicito ad altri centri ceramici appartenenti all’A.I.C.C., peraltro tutelati dai rispettivi disciplinari.

Era una bella scommessa culturale-imprenditoriale alla quale mi ero affezionato. Per la quale sarebbero stati giusti tipi innovativi alla Mario Di Donato, recentemente scomparso; cioè l’assoluto fondatore della ceramica di produzione a Cava de’ Tirreni del secondo dopoguerra, fine anni cinquanta, (… che andai a intervistare a Roma e poi pubblicai nella rivista faentina: “La ceramica moderna e antica”, con la titolazione redazionale: “Io speriamo che me la CAVA” (n. 6-7, giugno-luglio 2005, pp. 7 – 11, nda). Per questo motivo “culturale”, resistevo all’evidenza e cercavo di cucire tra le parti riottose cavaiole, ma fu tutto inutile. I rancori, i contrapposti protagonismi e narcisismi erano montagne invalicabili; nessun passo indietro, nessuna cucitura fu possibile. Alla fine, anzi a un quarto del percorso, visto il tempo che perdevo, mi scocciai e me ne andai. In silenzio, senza sbattere a porta comunale, e li lasciai soli con le loro beghe doc, … anche perché mi ero nel frattempo accorto di zone grigie comunali; cioè di pratiche consolidate in cui la confusione dei ruoli tra tecnico (cioè il mio), pubblico (il Comune) e il privato (l’imprenditore, talvolta prenditore) regnava sovrana.

Una certa imprenditoria rampante e succhiante del loco tendeva a confondersi con la politica e a farsi depositaria esclusiva amministrativa-ministeriale dell'eredità culturale del sito ceramico che invece, com’è noto e notorius, dovrebbe essere salva-guardata dalla comunità dei cittadini attraverso pubblici progetti condivisi, ampiamente pubblicizzati e partecipati. ‘Nu sonno a Cava …, mi sembrò, allora come oggi. Motivo per cui lo “Tsumani 1” odierno che ha investito il Comune di Cava de’ Tirreni, per il quale sono finiti agli arresti impiegati, tecnici e quant’altri comunali … non mi ha meravigliato molto: è uno Tsunami 1 culturale molto annunciato, ampiamente partecipato, che viene da lontano, credo. O no?

Pur tuttavia, posto questo quadro d’insieme, talvolta seguo le cronache locali cavavietresi ... che talvolta è cronaca nera o grigia … Leggo sintesi di agenzie sulla guerra in corso: “Il consiglio nazionale AICC ha sospeso il disciplinare di produzione di Cava ….” No, errore, precisiamo: “… ha solo disposto ulteriori accertamenti ed approfondimenti al fine di verificare se Cava abbia o no una sua originalità. E poi se abbia o no copiato in parte (o in tutto) il disciplinare di Vietri…”

Come in tutte le contese, ci sono gli incendiari e i pompieri, i radicali e i moderati, … come il sindaco di Vietri il quale afferma conciliante che: “… ad ogni buon conto, si può convivere con Cava, visto che le due produzioni ceramiche sono estremamente differenti (artistica e artigianale quella di Vietri, industriale quella di Cava).” Parere avveduto ma che ad alcuni irriducibili è parso avvenduto con un piatto di lenticchia. Non si sa … e non ci interessa saperlo … perché, a dire la verità, queste cavavietresi contese ci sembrano tempeste in un bicchier d’acqua … inquinata da velenose polemiche.

Le carte bollate azzeccagarbugliate non possono coprire infatti il vuoto di ricerca e di prospettive artistico-industriali della zona. La mancanza di incubatori per fare un prodotto giusto, medio e vendibile; non certo i capolavori di pompati artigiani-artisti del luogo, veramente patetici. All’uopo, se proprio ci si volesse “sfiziare”, bisognerebbe procedere “a gambero” nella macchina del tempo (delle occasioni perdute). Bisognerebbe redarre –a futura memoria- un serio bilancio storico (con relative “carte”) di come si sono spesi i non pochi sovvenzionamenti pubblici ceramici nel tempo delle vacche grasse, negli ultimi venti anni. Almeno dal “premio Vietri” al “progetto Cava” et similia bella …..

E così ci si renderebbe conto che in effetti la lotta del doc  per la supremazia ceramica in zona è finalizzata forse (ridico farse, qui lo scrivo e qui lo nego…) a chi riesce a succhiare più risorse pubbliche. Che fortunatamente, con i tagli in corso dell’agenda Monti, non ci sono più … la situazione è cambiata  … e il ceto politico-amministrativo non ha più molto da “offrire” ai suoi elettori della ceramica.

Basta così, qui mi fermo: bisognerebbe scrivere cose sgradevoli, e io ho già troppa gente in loco che non mi ama per aggiungere altro alla mia vocazione autolesionista. E poi non ho più interlocutori validi in zona … dal tempo della morte di Ugo Marano, (il cui lavoro avevo fatto oggetto di studio per il consueto calendario d’arte De Luca 2013, da me curato da cinque anni; calendario “marano” rimasto inedito perchè i soggetti ceramici di Ugo sono stati sorprendentemente ritenuti dall’imprenditore in questione “scandalosi e sconvenienti” …. Misteri della fede ceramica!!

Dopo tutto quanto sopra posto, per risollevarci il morale culturale, segnalo un generoso tentativo ceramico vietrese a Cava, quello agito da due giovani non assistiti, non bamboccioni: Pierfrancesco Solimene e Rosario Vicidomini. I due hanno cercato di dare “Peso alle Immagini”, come da titolazione del loro progetto che mirava, leggo: “a creare una commistione tra il disegno contemporaneo e la centenaria tradizione della ceramica salernitana.” E più esattamente intendevano riferirsi a quella ceramica vietrese del "periodo tedesco", in quanto, leggo ancora, “negli anni venti-trenta del ‘900, pittori, illustratori, artigiani in senso ampio, approcciando liberamente con la ceramica pratica, seppero creare, in primitiva semplicità, un'arte autentica che traeva ispirazione dalle suggestioni territoriali.” (Per la verità quegli artisti spiantati “tedeschi” si sposarono con gli artefici ben piantati del luogo: da questo felice matrimonio nacque, più che “un’arte autentica”, un giusto e tipico prodotto commerciale d’arte e di gusto moderno. Ben veicola imprenditorialmente e commercialmente. Perché l’obiettivo “tedesco” non era quello di stare nel museo e/o nei libri di storia dell’arte moderna, ma nella la vita pratica e applicata di quelle genti, nda).  

Insomma, in pratica: i due amici Pierfrancesco Solimene e Rosario Vicidomini hanno meritoriamente creato un incubatore per dar peso ceramico “locale” a immagini grafiche “globali”. A questo fine hanno coinvolto (attraverso proprie risorse, cioè a costo zero per le città della ceramica, nda) diciotto tra illustratori, pittori, grafici e street artists, italiani e stranieri e li hanno fatto confrontare con la pratica artigianale della ceramica nel corso di sei workshop che si sono svolti nell’estate 2012 presso il piccolo laboratorio “Solimene Art”, a Cava de’ Tirreni: un vero miracolo della passione.

Questo percorso progettuale è in progress. Intanto, i pezzi più significativi di tale pratica d’arte applicata, sono stati oggetto di un tour espositivo. Prima tappa  la bella mediateca “Marte” di Cava de’ Tirreni, ove si son viste in mostra le opere di: Luca Caimmi, Mara Cerri, Cyop&Kaf, Anna Deflorian, DEM, Anton Engel, Lilli Gärtner, Magda Guidi, Eva Montanari, Marino Neri, Guido Pigni, Cristina Portolano, Beatrice Pucci, Sylvie Ringer, Marco Smacchia, Alice Socal, Marco Tabilio, Luca Vagnini. Una galleria fotografica dei workshop e ulteriori informazioni su: http://pesoalleimmagini.blogspot.it/

Che dire di questo tentativo? Come dicevano nel maggio francese: “Ce n'est qu'un début“. Sperando che non rimanga solo un debutto. E che le immagini grafiche acquistino “peso ceramico”. E non rimangano immagini appese, percorsi interrotti. Perché “il difetto” può stare nel manico: nella troppa arte e poca industria. Troppe idee (da verificare) e nessun commercio …. un lungo percorso. Quello visto in mostra non è ancora un segno maturo e “ceramicabile”, comunicabile oltre il circuito dell’arte: manca l’applicazione, la simpatia e ceramicità vietrese, manca la traduzione in ceramica tipica vietrese,  … o in quella nova cavajola, che sarebbe ancora meglio. E allora: “…continuons le combat!”

Eduardo Alamaro