Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

ARTESCIENZA
Incendo della Città della Scienza Napoli, 4 marzo 2013

Un “Intermezzo”, di Eduardo Alamaro, pubblicato nella “PresS/Tletter” d’architettura, arte, design n. 8/2013.



Divulgare [di-vul-gà-re] – 1: Rendere noto a tutti, diffondere tra la gente: d. una notizia, un segreto; 2: Rendere accessibile a molti, spiegare in forma chiara, comprensibile concetti e nozioni scientifici, artistici e sim.: d. una dottrina, una scoperta scientifica.

 

Il fu Museo della Città della Scienza di Napoli si occupava di divulgazione. Di azione scientifica nel vulgo, quindi di democrazia applicata. Il suo terreno d’azione era la scuola e l’infanzia, la conoscenza diffusa nel vulgo selvaggio e servaggio. Ora sembra andato tutto in fumo. Una pattuglia criminale nella notte, forse arrivata dal mare, … sei punti di fuoco, … Napoli sotto attacco, … le mani sulla cittadella della scienza … con professionisti capaci e rapaci, oggettivamente terroristi, che seminano terrore e morte, terra bruciata!

Che siano arrivati dal mare o dalla terra per la polizia scientifica non sembra avere però molta importanza … forse hanno avuto complici dall’interno, le situazioni son sempre complesse, non lineari, sulla linea di costa di Bagnoli abusiva e abusata. Meglio per la nostra PresS/T non accostarsi troppo: si vedrebbero cose sgradevoli. E poi questo è solo un intermezzo d’evasione.

 

Del resto le città della scienza a Napoli hanno avuto sempre vita difficile nella modernità. Fin dal '700 hanno dovuto fare i conti con l'altranapoli, quella del fuoco delle cieche passioni; del sangue ribollente di San Gennaro, dei terremoti e bradisismi umorali; delle eruzioni e delle erezioni vesuviate. Improvvise, autodistruttive, a chi coglie coglie, coglio-ne: muoia Pansone con tutti i fili-dei.

Per questo motivo il sole della ragione collettiva, che già disegnò in bell’ordine la città greca di Neapolis, s'è intrecciata lentamente, indissolubilmente, con i turbamenti soggettivi de 'O sole mio. Quello che, come recita la canzone: "sta 'nfronte a tte!" Fronte amoroso lungo quanto tutta la linea di costa di Bagnoli del fu Museo-laboratorio napoletano. Una prece. Anzi no: rinasceremo più belli e più forti di pria, dov’era e com’era. Ci chiameranno: Museo della Salamandra.

 

E’ un momento terribile per Vittorio Silvestrini, l’inventore di Città della Scienza, andata in fumo il 4 marzo scorso, il “lunedì nero” della Napoli-notte d’oggi demagistrale. Non lo vedevo da tempo, Vittorio, il gran divulgatore. L’ho rivisto ora, in questa tragica circostanza. Il suo volto esprime come meglio non si potrebbe tutta la difficoltà del momento. Ma son certo che ce la farà. Vittorio è uomo forte, di tempra. E’ un fondatore, un edificatore, un uomo di fede, assolutamente religioso. Da religio, unire. Unire scienza, arte, industria, commerci. E poi gli ho sempre invidiato la calma, l’uso della ragione, anche nei momenti difficili; il sorriso, la concretezza operativa, l’applicazione, le materie.    

 

Alamarcod. Lo conobbi nell’estate del 1990, d’agosto, Vittorio Silvestrini. Stavo passando un po’ di giorni a Procida, a sbafo, autoinvitato nella “Troia III”, un già nobile gran barcone cabinato di legno nel quale dormivo, ospite di Bruna e il marito, amici d’arte. (Le prime due “Troie” erano affondate o dismesse, nda).

Una sera li vedo tutti e due belli e pronti, eleganti e profumati. Dico: “Dove andate, addò jate?” “Qui, ad una cena dal professor Silvestrini”, mi rispondono. “E io?” “E tu ti arrangi ….” La mia faccia fu tanto eloquente che ci ripensarono: “Vabbè, vieni anche tu … tanto, che possono dire? … uno più, uno meno ….”

 

Infatti il Silvestrini e la bella moglie pisana non dissero niente, anzi. In quella calda serata procidana, tra una frittura d’alici e un bicchiere di vino “Pere ‘e palummo”, parlammo di futuri d’arte e postindustria per Napoli e il Sud. Cioè di “Futuro Remoto, viaggio tra scienza e fantascienza”, una fortunata manifestazione multimediale di divulgazione scientifica e tecnologica della Fondazione IDIS giunta allora, nel 1990, alla quarta edizione. Architettata e supervisionata dallo Studio Pica Ciamarra – De Rosa nei saloni della Mostra d’Oltremare, ma già pensata (credo) come assaggio della “Città della Scienza”. Cosa del resto che avvenne di lì a poco. Non in quegli spazi dell’Oltremare già fascista, ma in quelli, allora speranzosi, dovuti alla dismissione della Bagnoli industriale nittiana, (ahinoi, anzi ahiloro, direbbe Gerardo Mazziotti, da sempre sostenitore della Città della Scienza all’Oltremare, e nell’OltreMadre, nda).

 

Stavo parlando un po’ dei miei interessi, dei miei studi, delle mie mostre da curatore d’artigianato e d’artindustria, quando quello, il Silvestrini, mi disse: “… ci faccia delle proposte, noi abbiamo bisogno di idee innovative, per le mostre di Futuro Remoto …” Non me lo feci ripetere due volte. Napoli è una città non facile; anzi difficile, terribile, si sa. Nessuno ti apre una porta per dire: entra. Napoli è una città barrata, specie a sinistra (di quel tempo). Invece Silvestrini il divulgatore mi apri una porta, mi offrì una chance. Che non mi feci scappare.

Il giorno dopo, eravamo a ferragosto, salutai i miei due amici e me tornai a Napoli, a scrivere proposte di mostre tra arte, scienza, industrie, divulgazione futuro-remotibili, forse irremovibili … Ne scrissi quattro-cinque, di proposte: una decina di fogli dattiloscritti in tutto, su una vecchia “Lexikon 80” … (nel ‘92 passai al computer, perché non mi pubblicavano più nulla senza inoltro mail: quei fogli devono ancora stare da qualche parte in archivio, forse, chissà, nda).

 

Fu così che dopo ferragosto di buon mattino, ancora col fresco, ritornai col battello a Procida, mi presentai dai Silvestrini, al cancelletto di quella villetta assolata. “Professore, si ricorda di me? Mi ha detto di farle delle proposte: le ho scritte, … sa, stavo di genio, mi son venute su subito …”.

Fu gentile, nonostante la sorpresa, il professore. Mi fece accomodare, mi offri una bibita, iniziò a leggere rapidamente le proposte, … io cercavo di spiegargliele …. ma niente, girava quei fogli e vedevo che le proposte di mostre non gli andavano a genio … non bucavo il Silvestrini … oramai era arrivato all’ultimo foglio …  vabbè, avevo tentato .…

No, un momento: quello inizia a sfogliare una rivista che mi ero portato appresso, assieme a un po’ delle mie ultime pubblicazioni. Era una bella rivista patinata, tutta a colori, di Alberto Greco Editore-Milano, che pagava molto bene, (poi chiuse nel dopo tangentopoli, sparito, dissolto…). Si chiamava “Keramikos magazine”, bimestrale. Ogni numero aveva al centro un elegante inserto monografico centrato su un artefice dell’arte ceramica. Nel numero 10, giugno 1989, avevo scritto ampiamente di un grande “minore”: Guido Gambone (1909-1969), con ottime illustrazioni a corredo.

 

Gambone fu la mia fortuna. Perché Silvestrini si bloccò, guardò bene, mi chiese: “Ma questo chi è? .. è un grande, … mi interessa … ” Gli dissi allora di Guido Gambone, che da Vietri sul Mare nel 1949 si era trasferito a Firenze; che era stato molto appezzato da Michelucci e Gio Ponti, … partecipe dell’arredo dei grandi transatlantici italiani, vincitore 5 volte del premio Faenza …

“Ma io sono di Faenza …”, mi interruppe Silvestrini … chiamò la moglie, … sfogliarono e ri-sfogliarono insieme la rivista, … “Si”, concluse deciso: “… facciamo la mostra di Gambone, … mi prepari il progetto, costi, tempi, i testi, le foto, … al resto, al contratto, al catalogo, all’assicurazione ci penso io …”.

Mi accompagnò al cancelletto. “Buon lavoro”, mi disse. Non ci potevo credere: siamo a Napoli o a Heidelberg? No, siamo a Procida, nell’isola di Arturo. Anzi, per me, da quel momento: l’isola di Gambone. 

Si mise in moto la macchina della verifica “Futuro Remoto”. Silvestrini andò a Faenza, a consulto da Carlo Zauli, il più noto artista della ceramica italiana allora vivente (1990). Quello gli disse: “Hai trovato chi ti fa la mostra di Guido Gambone, … ponti d’oro … non c’è mai riuscito nessuno, nemmeno Menna: Gambone è stato il più grande, il maestro di tutti noi”. Gambone quindi O.K. E Alamaro? Verifica. Fortunatamente Pica Ciamarra, mi disse poi Silvestrini, parlò bene di me. O almeno non troppo male. Per cui passammo al contratto ...

 

La mostra “Gambone, la leggenda della ceramica” (3-20 ottobre 1991), non fu facile, ebbe varie difficoltà e “resistenze”. Ma Silvestrini era deciso a farla … e rimase calmo anche quando gli portai da Firenze la richiesta dei premi assicurativi pretesi dagli eredi per le opere da mettere in mostra. Una cifra iperbolica, … tanto che il camion coi cinquanta pezzi ceramici furono scortati da due macchine della polizia dal casello di Caianello fin dentro la Mostra d’Oltremare: Napoli, territorio a rischio rapine (e incendi). 

Più facile organizzativamente fu invece la successiva mostra che curai l’anno dopo (Futuro Remoto, 28 nov. - 16 dic. 1992), quella di “Irene Kowaliska, un’artista, una donna, un mito”. Paola Giusti e Mario di Pace inventarono un allestimento degno di questa grande donna dell’arte applicata. La bravura di Silvestrini sta nel far squadra, far partecipazione, anzi far condivisione, divulg-azione. Tutto è facile insieme a Fabio Donato fotografo, Bergamene grafico, …

 

Apro il libro della Irene Kowaliska, rileggo la premessa di Silvestrini nel catalogo (Tullio Pironti editore, Napoli, 1992, nda): “… Kowaliska restituisce a piene mani –grazie alla molteplicità delle tecniche da lei usate e al suo percorso formativo, iniziato nella tradizione delle Scuole d’Arte Applicata mitteleuropee – la cifra materica della creatività, e lo spostamento – affannoso e “ricercante” – da una possibilità all’altra. E tutto ciò ha profondi legami col nostro lavoro di divulgatori scientifici, quando ci affanniamo a dimostrare che “capire si può”, e che è possibile farlo tanto con un computer quanto con carta e penna, senza alcun feticismo tecnologico. La manipolazione, insomma, ed anche la manipolazione artistica, è tecnologia.”

Ed in questa ultima frase c’è tutta la bellezza, anche d’architettura industriale, dell’esperimento del Museo-laboratorio di Città della scienza a Napoli-Bagnoli che fu. Da far rinascere subito, e presS/T, li o nell’Altrove. Nell’arte-scienza con coscienza domani a Napoli. Saluti speranzosi, Eldorado


PresS/Tletter - architettura, arte, design n. 8/2013


E' partita la raccolta fondi per la ricostruzione di Città della Scienza di Napoli-Bagnoli: la numerazione solidale 45599 sarà attiva fino al 31 marzo 2013. Il valore della donazione sarà di 1 euro per ciascun sms inviato da cellulari Tim, Vodafone, Wind, 3, CoopVoce e Noverca. Sarà di 2 euro per ciascuna chiamata fatta allo stesso numero da rete fissa Telecom Italia, Infostrada, Fastweb, TeleTu e Twt».