Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

PUNTATA DI AGGIORNAMENTO PER UGO MARANO - ANNIBALE OSTE - DIANA FRANCO...
Ugo Marano  - Annibale Oste - Diana Franco

Un post al sole di Eduardo Alamaro.



Mio post al sole del MIC di Faenza on line. Puntata di aggiornamento di quanto da me scritto per questo utile notiziario rispettivamente il 2 novembre 2011Non c’è terra da perdere: in morte e in vita eterna di Ugo Marano (1943 – 2011)” e il 21 marzo 2012: “Diana Franco: Novecento ed Oltre …. A Napoli”.

 

Gli “aggiornamenti” dei due post sopra detti sono questi: a Parigi la galleria d’arte contemporanea “Mercier & Associés” il 28 marzo ha inaugurato una bella exposition dell’opera di Ugo Marano dal titolo “Senza Tempo”, parte di una serie in corso sul movimento radical in Italia, da una idea di Gianni Pettena e Vincent Belhoche. Nell’occasione è stato edito un raffinato catalogo della mostra (fino al 29 giugno p.v.) che documenta in 82 pagine, “povere” e non patinate, il percorso dell’artista camp-ano prematuramente scomparso: dalle prime sculture in lamiera di ferro esposte nel 1972 alla galleria Schneider di Roma fino ai “mobili e ambienti mitici di Ugo Marano”, come titola uno scritto di Gillo Dorfles per la rivista “Area” di Milano, 1989, qui opportunamente ristampato insieme a un ricordo attuale dello stesso Pettena dal titolo: “Il mondo di Marano”.
La moglie di Ugo, Stefania, gran vasaia di Cetara, mi ha telefonato per dirmi del bel successo: che a Parigi ci sono appassionati e competenti che vanno alle mostre d’arte per vedere le opere e non per mettersi in bella mostra e far pettegolezzi … e tante altre belle cose, …  tra cui quella che aveva per me (e solo per me) il catalogo della mostra. Da consegnarmi personalmente. Così il giorno dopo ho bussato a Casa Marano a Cetara, lì di fronte al mare. Ero con gli amici di Faenza Alida e Nardo. Stefania ci ha aperto il cancelletto sulle scale, … era tutta in nero, “attenzione ai gatti, …”, con un gran scialle nero che l’avvolgeva come in un disegno di Goya, … mi è sembrata un’antica donna greca, di una nobiltà classica … come la Medea della Callas, da tragedia …
In casa abbiamo preso posto attorno al gran tavolo di legno, … tavolo antico e amato, pensoso, con tante rughe, … fatto di lavoro, di cibo, di carte, di disegni, di creta, di tutto; più in là sta imponente “la sedia del Paradiso” di Ugo, sempre in legno, padronale-padreterno, … e poi –guardo, mi giro attorno- le poche ceramiche al muro, i libri accatastati, le cose semplici di sempre, … c’è silenzio, ma tutto parla di Ugo.
“Vuoi un caffè?” …. si, arriva il caffè … si parla della mostra, di Parigi: c’è un vivo interesse del direttore del Pompidou, … vuol sapere bene del perché e del percome del passaggio tra le prime sculture in ferro del ’72 e le successive opere-ambiente di Ugo, … e così dicendo Stefania apre il libretto del catalogo, a pag. 20, dov’è pubblicata esemplarmente la “tavola dei semplici”, grande tavola in ferro per 12 coperti, con 22 piatti in terracotta e 11 bicchieri, galleggianti miracolosamente nel vuoto, che è il tema poetico dell’opera.
Si, perché Ugo Marano costruiva le sue opere con una linea asciutta, semplice, sicura, incisiva, matematica, geometrica, a partire da dentro le cose, dal vuoto, dall’abisso che sta in noi. In questo senso la sua è scultura religiosa, che si guarda dentro, con tutta l’ironia nostra. Stefania rivendica a sé l’aver portato Ugo sulla via della ceramica; allora (fine anni ’60) Ugo operava con ferri e lamiere, ma per farle la corte iniziò a frequentare la “Rifa” di Vietri sul mare, sulla Nazionale; e così, tra un bacio, un sorriso e una carezza, nacque alla Rifa di Rispoli l’amore di Marano per la terra ceramica, nacque “l’antipavimento”… nacque il Museo vivo, … e tante altre cose e case…
Sulla scultura in lamiera ricordo a Stefania la buffa vicenda del medico di Salerno che era indeciso se comprare o no una scultura in ferro di Ugo, quella che stava a guardia dell’ingresso della casa a Cetara, sulla strada, a portata di mano ladruncole. “Ma chi vuoi che la prenda?, qui non prende nulla nessuno”, diceva fiducioso Ugo. Il medico di Salerno pareva talvolta convinto dalle magiche parole di Ugo-dulcamara: “si, è un’opera d’arte, vale proprio dieci milioni, è un affare”, pensava. Ma poi, andato via, tornato a Salerno, alla vita consueta, svaniva l’incantesimo e si raffreddava: “è solo un pezzo di ferro vecchio”, diceva. E così di seguito per mesi, per anni, in questo ping-pong del dottor tentenna di Salerno; fin quando i soliti ignoti ladri hanno risolto il dilemma tra arte e vita: hanno rubato “il pezzo”, non si sa perché opera d’arte e perché ferro a tanto al chilo da rivedere. Così è, Marano ride dal cielo dell’arte.  
Andiamo via, Stefania sulla porta ci dona un altro libro: “Terre di Cetara, nuovi avvistamenti, segni dell’identità culturale e del territorio al Museo civico della torre di Cetara”, a cura di Massimo Bignardi, prefazione del sindaco Secondo Squizzato, ottobre 2012. Il Museo, che sta in un posto incantevole, nella torre sul mare di Cetara, al Lamnio, è aperto il sabato e la domenica, o su appuntamento. Una buona parte del libro documenta “Ugo Marano, il Museo vivo e i Vasai di Cetara 1972 – 2002”. Infatti, al nascente museo nella torre di Cetara, Ugo ha donato, ancora in vita, un unicum assoluto: i gran piatti di vita manufatti alla “Rifa” di Mario Rispoli in quegli anni ’70 storico-critici operativi da Menna, Sanguineti, Argan, Turcato, Falzoni, Guttuso, Tot, Stockhausen, D’ambrosio, Franchini, Wilburger ….; nonché pezzi unici dei “Vasai di Cetara”, una iniziativa maranea dei primi anni ’90 che io ebbi la fortuna di vivere “in diretta”, dal vivo, compresa la prima esposizione assoluta dei vasai, fatta nella chiesa di Cetara in occasione dello scambio culturale Vienna-Vietri(Vino), da me curato nel 1993 (col Comune di Vietri sul Mare, sindaco Montera) con Elmar Zorn quale partner, allora docente alle scuole del MAK di Vienna (ove avevo presentato il mio libro della Irene Kowaliska).
Infine, con rammarico ricordo agli amici del MIC che quest'anno niente dono “Calendario d’arte De Luca 2013”, ormai quasi una tradizione ceramica. Di buon accordo, avevamo deciso di dedicarlo all’opera di Ugo Marano, recentemente scomparso. Ma il diavolo vietrese ci mise la velenosa coda provinciale. Il De Luca junior, figlio del mitico don Peppe di Salerno, editore imprenditore-stampatore, col quale pure si era ben collaborato per cinque anni al Calendario, ritenne improvvisamente osceni e scandalosi gli innocenti soggetti ceramici di Ugo Marano eros, con parole veramente sorprendenti ed offensive dell’arte. A seguito delle quali ripiegai l’impaginato del calendario che avevo concepito per Marano, e dissi al de Luca minore e al suo grafico: “Stateve bbuoni, arrivederci e grazzie!” Ho saputo poi che hanno rimediato il detto calendario 2013 sostituendo il Marano d’avanguardia con un pittore codino locale di fine '800: l'imprenditoria del Sud 'a gente la vuole dint''o presepio di sempre, non c’è che dire!!! Dentro ‘a tradizione, autogol!!

Annibale Oste
Nello stesso lungo post di questo MIC-notiziario on line (2 novembre 2011, nda) per Ugo Marano, avevo ricordato anche la scomparsa di Annibale Oste (1942 – 2010), artefice polimaterico napoletano. Ebbene, sempre a Parigi, la PIASA, casa d’aste, nella sua nuova sede di 700 m²  nel cuore della città, sulla Rive Gauche, ha dedicato “un omaggio” all’art-designer napoletano. La prima vendita, l’8 aprile 2013, è stata dedicata al design italiano. Battute all’asta varie opere di Oste: i mobili, con prezzi base 8-12 mila euro e le sculture, prezzi base 30-40 mila euro. Così è presentato Oste in catalogo: “Di origine napoletana, scultore di formazione, sviluppa nel promettente periodo del secondo dopoguerra un’arte nella quale le opere prendono vita in maniera organica. Miscela considerazioni puramente fisiche, legate ai materiali, ad esigenze più poetiche, attraverso i suoi temi prediletti, quali la luce e più in generale la natura. Le sue opere monumentali esprimono nuove combinazioni di materiali, tra cui fibre di vetro, resine, cristalli, legno. La mano dell’artista resta ben evidente dentro ogni suo pezzo.”
Probabilmente sono tutte cose proveniente da Napoli, dalla miniera del laboratorio di Annibale alla Sanità, luogo fabbrile ai Cristallini che forse andava salvato, potenziato, proseguito, come da me sperato e inutilmente perorato. Ma gli Eredi Oste son stati di altro parere, hanno ritenuto realisticamente chiusa quella pagina paterna. Sono figli disincantati: il sogno e l’utopia non è cosa che li appassiona più. Sono della generazione tutto e subito, qua la pezza e qui il sapore, del doman non c’è certezza, sol vaghezza … il sol dell’avvenir sta nel mio portafogli d’oggi … Conseguentemente non hanno creduto nella vitalità degli “Artefici magici”, logo e luogo concreto di Annibale, costruito pazientemente in carne e ossa per decenni … e così un pezzo della Napoli contemporanea più faticata e sperimentale dell’artdesign è andata all’asta a Parigi. Speriamo che ci siano stati buoni e amabili acquirenti. ‘E figli so’ piezz’è core global!!!

Diana Franco
Infine aggiornamento su Diana Franco, ottuagenaria artista, figlia dell’architetto Manfredi, ancor oggi bellissima e raffinata donna, il cui lavoro come scrissi in questo MIC-notiziario on line (numero del 21 marzo 2012, ndr): “… è stato sempre orientato snobisticamene sulla decorazione e sull'ornato pubblico- privato, cosa che l'ha sempre penalizzata, in tempi freddi e "impegnati", politici, realistici - concettuali, ideologici. Quelli della modernità appena passata, “razionale”… "La forma segue la funzione" .....
"L'ornamento è delitto", aveva detto e scritto Adolf Loos, nel suo assoluto “Parole nel vuoto” … E quando, settant’anni dopo, alla fine degli anni '70 del ‘900, questa tematica dell'ornato, della leggerezza, della decorazione, insieme a quella dello stile, è stata sdoganata dal postmodern di Portoghesi, Mendini e ABO, … è stata appannaggio degli scaltri architetti e degli artisti, quelli all’Ontani e Clemente furba maniera, tanto per fare uno o due nomi tra i tanti.”
Ma Diana Franco se ne fotte, non demorde, non è mai troppo tardi. Sventolando a futura memoria la sua bandierina da Napoli, ha raccolto meritoriamente in un libro-album (a cura di Rino Palma) la sua vita d’arte. Vissi d’arte, vissi d’amore e decorazione, ci dice. Un libro edito da Tullio Pironti (Napoli, 216 pp, quasi tutte fotografiche, a colori), che ripercorre l’attività di Diana Franco, a partire dalle ceramiche, sua arte regina, e che ha trovato in una piccola mostra a Palazzo Bagnara di Napoli un suo puntuale riscontro: ceramiche, pitture, disegni, vetri, mosaico, … pochi ed essenziali pezzi, come granelli di un percorso, da ricordare. Ciao, Diana!!

 

Eduardo Alamaro