Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

ARTISTA COL BADGE
Patrimoni da svelare per le arti del futuro

Eduardo Alamaro illustra il convegno di studi “Patrimoni da svelare per le arti del futuro”, ossia “I tesori delle Accademie svelati a Napoli”.



Cari amici del MIC,

Vi scrivo accaldato e applicato questa mia da Napoli bella per dirvi di un bel fine settimana al fresco dell’arte. Un week-end a temperatura d’arte regolata e certificata a 22°. Offerto dall’Accademia delle Belle Arti di Napoli, nel suo restaurato teatrino al primo piano intitolato al famoso architetto del San Carlo Antonio Niccolini. Dal 13 al 15 giugno si è tenuto infatti il convegno di studi: “Patrimoni da svelare per le arti del futuro”. Ossia: “I tesori delle Accademie svelati a Napoli”.

Partecipare ad una fortunata caccia al tesoro d’arte è sempre emozionante e quindi sono andato a sentire i risultati. E poi son ritornato inde-fesso per la seconda giornata. Quindi anche alla terza, conclusiva, sabato mattina, 15 giugno 2013. Nonostante il mare di Napoli che richiamava con le sue affascinanti sirene. E perché? Perché mi ero incuriosito. Perché mi piaceva, provavo gusto. E dove c’è gusto, si sa, non c’è perdenza. Né pendenza e inclinazioni d’arte minore e minorata.

Volevo vedere, come Totò nel famoso sketch di Pasquale, “dove volevano arrivare”, quelli delle Accademie d’arte riunite d’Italia. Proprio io che – come tutta la mia generazione delle università italiane anni ’60 – non ho mai amato le Accademie. Anzi le ho odiate tutte e di tutti i tipi, taglie, drop  e misure. Uno dei tanti che le ha contestate e le ha sepolte: “Tutto ciò che nasce nelle Accademie nasce morto”, afferma Philippe Daverio. Erano infatti questi Istituti, sin dall’Ottocento, dei “cadaveri putrescenti in attesa di cristiana sepoltura”, come ben scriveva, per quella delle Arti Belle di Napoli, il sanguigno scrittore Vittorio Imbriani (1840-1886), nel clima post/unitario riformatore.

E come rilanciava cinquant’anni dopo, nel 1917, dopo Caporetto, per la ricostruzione e la Vittoria, il focoso scultore napoletano Filippo Cifariello (1864-1936) col suo simpatico manifesto: “Abolite le Accademie per la dignità dell’arte e degli artisti. Rinnovate le scuole artistiche-industriali per distruggere il disagio economico dei cultori del bello. Ostracismo agli sfruttatori ed ai falsi protettori delle Arti.”

Per non parlare, ad esempio di quel clima culturale incendiario, di Enrico Prampolini (1894-1956) che, giudicando la proposta del Cifariello troppo “riformista” e troppo pro artistico-industriale, le Accademie le voleva bombardare perché istituti strutturalmente pantofolai e pancifisti. E poi perché – come scrisse nel suo contro-manifesto pubblicato nel quotidiano “Il Fronte interno” del I febbraio 1918: “l’arte, autonoma e libera, si concede soltanto a chi lottando l’ha vissuta nella sua esasperante interezza spirituale.”

“Ehi bamboccio, molla l’orologio che hai rubato: le ore del tempo sono nostre”, urlava da parte sua, in Russia, sullo stesso versante, il rivoluzionario Majakovskij, al tempo della rivoluzione d’ottobre. Ma Stalin aveva un altro concetto del tempo, altri orologi d’arte. E così quello, il poeta, tirò le somme e si tirò un colpo di revolver alla testa, nel 1930. Fine delle trasmissioni.

Il Manifesto di Cifariello per l’arte industriale del 1917, sottoscritto da Galileo Chini, Novellini, … sembra scritto oggi, per i temi dell’oggi. Quelli invocati al convegno napoletano da Nando Dalla Chiesa, per un “nuovo progetto di sviluppo economico d’Italia compatibile”. Per una “coalizione di volenterosi e di intelligenti del bello e del gusto italiano doc”. La differenza da allora, dagli anni ’20 e sgg., è che oggi, esaurito il ciclo industriale, stiamo grattando il fondo del barile. Pare che non ci rimanga altro che il Bello dell’Accademia d’Italia da rigiocarci nel mondo globale: produrre e mettere a sistema il Bello e il gusto cortigiano. L’Italia è una grande stanza da parnzao, dalle Alpi a Lampedusa. Non più, quindi, il moderno: Industrializziamoci! ma l’antico e collaudato: Accademizziamoci! Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato: buon appetito!

Al convegno di Napoli tutto è andato bello e liscio per tre giorni fino all’ultimo intervento, quello conclusivo di Vittorio Sgarbi. Quando questi, da sindacalista del partito della Bellezza, ha tirato in ballo la questione dei trasferimenti bloccati dei docenti delle Accademie e quella, clamorosa, del badge. Cioè quella sottile tesserina marcatempo alla quale anche gli artisti-docenti (talvolta in-decenti) dell’Accademia, come tutti i dipendenti pubblici, pare dovranno sottoporsi (o sotto-persi, ahiloro!). Apriti cielo! Lesa maestà d'arte bella.

Accusa Sgarbi sindacale: “l’Artista non si misura col tempo d’oggi, fa l’arte-domani quando vuole. Non è un impiegato, non è un artigiano: è il lavoro dell’artigiano che si misura col tempo, quello dell’artista no!” Conclude poi: “Se Proust avesse avuto il badge non avrebbe scritto: "Alla ricerca del tempo perduto": tutto controllabile, tutto già registrato …” W la libertà, W l'arte bella d'Italia. Per protesta si dimette in diretta da Presidente dell’ISIA di Urbino. E l’artista Omar Galliani minaccia di andarsene dall’Accademia di Carrara. Dice al microfono: “No, non sono un impiegato, sono un poeta, un artista internazionale, pluripremiato …” e Sgarbi riprende. “Così farete fuggire tutti i Maestri dalla Accademie! E’ una politica suicida: ci saranno solo professori morti di fame, serie B dell’arte, niente maestri!”

 

Bello, appassionante convegno: quando il gioco dell’arte si fa duro (ma non puro) i duri cominciano a giocare. Scende in campo Giorgio Bruno Civello, opulento generale direttore MIUR-AFAM (acronimo quest’ultimo che non sta per il napoletano ‘a Fam (la fame, ndt) ma per “Alta Formazione Artistica e Musicale”, nda). Risponde per le rime ministeriali, va giù deciso e sorridente. Carambola, dribbla, gioca bene al palla, affonda veloce in aria di rigore della Bellezza. Ricorda così le tante magagne, contraddizioni e malcostume delle Accademie belle; ricorda en passant, le montagne di lettere anonime che pervengono al MIUR a ogni cambio di direttore delle 24 Accademie d’Italia; ricorda la quistione del reclutamento del personale; nonché quella dei trasferimenti dei docenti delle Accademie che vorrebbero essere pagati come gli universitari ma usufruendo dei criteri dei trasferimenti del personale della scuola media superiore. E cioè: avvicinamento al coniuge, numero di figli distinti in minori o maggiori anni 6; anni di servizio effettuati, servizio militare, croce e ferite di guerra d’arte, invalidità permanente contemporanea, …  Insomma: due pesi, due misure, uno stipendio, fisso e sicuro: tengo famiglia (d’arte).

 

E’ finita simpaticamente in gazzarra quando il generale direttore Civello ha battuto il (tempo del) rigore: ha proposto agli accademici di adottare gli stessi criteri di reclutamento dell’ISIA. Dice tosto tosto: “Siate contemporanei: arte libera e posti liberi, tutto mobile! Non più cattedre fisse a vita ma ingaggio alla bisogna, a tempo, anno per anno!” Per quanto riguarda il badge il Civello ricorda che trattasi di una disposizione nazionale, anche dovuta a (pubblica) sicurezza. “E’ la legge Brunetta”, conclude. Gli replica Sgarbi icastico: “Gli artisti dell’Accademia il badge lo passano nel culo di Brunetta!”. Applausi. 

“Accademia è un nome bellissimo, no al badge, si alla cattedra!”, gridano dal fondo. “Il futuro siamo noi", fa stentorea un’altra voce autorevole in prima fila. “L’Accademia è un bene culturale in sé (per sé e per i suoi, nda)”, ripete di continuo la direttrice uscente dell’Accademia di Napoli, Giovanna Cassese, (ha già espletato due mandati e cerca, con merito, adeguata collocazione ministeriale, nda). E poi: “Non lasceremo nessuno indietro, … siamo noi i responsabili delle forme e dei figli che mettiamo al mondo!” (NO ai figli brutti artigiani, eugenetica, nda). Ed ancora, più complicato: “Bisogna far affiorare il senso di mistero dell’Essere che altrimenti non trova forma … coniugare creatività e saper fare….”

Amici miei del MIC on line di Faenza artigiana, dite vuoi: parrebbe tutta una questione di badge che ostacola lo sviluppo d’Italia. Poesia o badge? Arte o artigianato post industriale? Il tempo è danaro. E il tempo si è fermato. Al 1877, quando, in quelle stesse sale dell’Accademia di Napoli, in più prestigiosa occasione nazionale, alla presenza del re, si discussero le stesse cose, con le stesse modalità. E con la stessa successiva biforcazione dei tempi dell'artista libero & bello e quelli d'artigiano brutto & occupato. E così fu la secessione del Museo Artistico Industriale con Scuole-Officine di Palizzi e Filangieri. Con scarsa fortuna, però: Napoli non era Vienna.

In effetti, sin dal ‘700 l’arte e l’artigianato, la mano libera dell’artista bello e la mano dell’artigiano fabbrile col badge, erano figlie di una stessa crisi, di una stessa mutazione di merci e di tecnologie. L’arte industriale costituiva una mediazione possibile, auspicabile, accettabile. Il piano B dell’arte: la seconda sezione applicativa dell’Accademia fatta apposta per quelli, si diceva allora, “che non erano dei geni”, non erano artisti (e quindi condannati al badge). Ma la svolta non passò all’Accademia bella d’Italia. Nonostante le pressioni e le autorevole entrature, Marco Minghetti, ad esempio.

A Napoli la riforma dello statuto dell’Istituto delle Belle Arti verso l’industriale fu perorata dal ministro della Istruzione Pubblica in persona, il gran Francesco De Sanctis. Ma la “seconda sezione”, quella delle arti pratiche, industriali e applicate, nata a forza e mal sopportata da Smargiassi & C., già nel 1882, a due anni della istallazione nell’Accademia, dovette fare le valigie e andarsene alla Paggeria, sopra il monte di Dio di Napoli. Fu separazione, anzi divorzio, e non solo a Napoli.

Di queste sanguinose vicende, di quegli anni cruciali del “Sogno del Principe” dell’equipe di Gaetano Filangieri, (vero convitato di pietra), non c’è stata traccia in questo convegno. Nemmeno un accenno, anche nella (molto superficiale, per la verità) relazione che a queste tematiche ha dedicato l’architetto Giuseppe Furlanis, già direttore dell'ISIA di Firenze e oggi Presidente del Consiglio Nazionale dell'Alta Formazione Artistica e Musicale - Ministero dell'Università e della Ricerca. Del resto ha dichiarato essere oggi più consulente aziendale che ricercante studioso della materia affidatagli al convegno. Peccato, quelle tematiche di allora son oggi fondanti nella svolta post-industriale: l’Accademia di Napoli (e non solo), cadute le arti belle tradizionali, (quanti sono gli iscritti alla pittura e alla scultura?), in sostanza cerca di rifarsi il look con le applicazioni e ricalcando di fatto (ma non nei fatti) quell’antico programma dell’800 riformatore. Anzi, il tema sbandierato dell’autofinanziamento, nonché quello del restauro, dei gadget, delle commesse esterne, dell’arte arte-produzione, dei docenti e bottega d'arte, sono vie percorse a suo tempo dall’MSO (Museo-Scuole-Officine). Vie fallimentari, volontaristiche. pie illusioni. Con “i privati” sempre contro, purtroppo.

 

Infine, sul versante dell’ISIA, un rapido excursus è stato effettuato da Anty Pansera, presidente dell’ISIA di Faenza. “Ritorno al futuro, dalle arti applicate/decorative al design: patrimonio e competenze da salvaguardare e valorizzare”, questo il titolo del suo intervento. Un contributo accorto, misurato, non polemico, “realistico”; di chi non ignora come sono andate le cose nel passato ma…. ma bisogna stare al gioco d’oggi.

 

In conclusione: un fine settimana d’arte bella da ricordare, nazionale, all’Accademia di Napoli. Che rivendica un patrimonio antico e si fa capofila di una lobby nazionale. Ci sarà matrimonio con le altre accademie? Difficile, vivono di passato, non hanno soldi, non hanno futuro senza Stato. Solo nozze coi fichi secchi. Cercano risorse, San Gennaro e tutti i santi protettori occasionali d’Italia a parte. Finta la festa la questione rimane quindi sempre la stessa: il giorno feriale. In questi tre giorni si son dati una ripulitura e hanno aperto il salotto, biblioteca, galleria, gipsoteca, … ma si sa che si decide nella cucina. Specie nella bassa cucina d’Italia. Passata la festa gabbato lo santo e chiuso il salotto che se magna? Perché la differenza tra festivo e feriale, si sa, è la seguente: per la festa si sparano i botti, nei feriali si danno a botte. 

 

Saluti, Eduardo Alamaro