Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

VUOI FARE L'ARTE? CHIAMA L'ARTIGIANO!
VUOI FARE L'ARTE? CHIAMA L'ARTIGIANO!

Il commento di Eduardo Alamaro al post in "Piccoli Paesi", il blog dei Borghi dell'Appennino, sulla biennale di Ariano Irpino.



Cari amici dei piccoli paesi e paeselli definitivamente provvisori dell’alta Irpinia verde & rosa, voi sapete che di tanto in tanto vi spedisco da Napule bella qualche mio scritto rivenduto e scorretto che abbia a che fare con il vostro territorio interno. Basta scorrere l’antico e glorioso blog “Comunità provvisoria” -chiuso a luglio 2011- e poi l’odierno fresco “Piccoli paesi”. L’ultimo mio post  da vuje gentilmente pubblicato è del luglio scorso sul tema della resistenza artigiana in Campania tra osso e polpa. Titolo di redazione: artigiani e stelle.   

In continuità con questa tematica, vi scrivo di Ariano Irpino, della prima edizione della biennale d’arte ceramica Terre Moti, tenutasi a fine agosto scorso. Con tre mostre, concorso a premi, stand per la città per due giorni.

Il blog di Avellino: la bottega della mani (che tratta di architettura, artigianato e design) ha avuto l’amabilità di segnalarmi un puntuto commento all’iniziativa di Mario Pagliaro. Secondo il quale in questo Terre Moti di due giorni è mancato del tutto il maestro dal nome: Genius Loci. Infatti il post titola significativamente: “Terre” senza territori (e senza moti rivoluzionari, nda).
Cioè, per dirla più brutalmente, s’è trattato di una iniziativa estiva dal fiato corto, passerella sul territorio. Lo stesso artista Mimmo Paladino invece, secondo Pagliaro, avrebbe potuto giocare un ruolo duraturo ad Ariano se “gli fosse stato chiesto di dialogare con un paese, una tradizione, dieci aziende artigiane, (…) Invece il suo pezzo giace immacolato, esposto in un isolamento autistico e artistico …”.   


Il post di Pagliaro ha avuto vari riscontri tra i quali quello di Vincenzo Cristallo che giustamente scrive: “…le tradizioni si progettano nell’attualità e mai nel passato”. Vale a dire, come ho scritto tante volte: “tradire la tradizione, per conservarla e rinnovarla”. Ma per far questo, la tradizione bisogna conoscerla, studiarla, capirla, farla, tradirla. Da “tradere”, consegnare. E bisogna vedere se il prode artista Paladino aveva voglia di immergersi e consegnare questa tradizione artigiana da tradere.

“Tradimento” che non possono fare certo però i supposti genius loci, che tutto sono fuorché geni. Anzi spesso sono degli arti senza giani e senza geni che sognano la scorciatoia: la Grande Occasione che li faccia uscire dall’anonimato della bottega. Tutti hanno diritto ad un quarto d’ora di celebrità, specie oggi, si sa.
Sognano costoro l’Arte Grande, l’artista-Principe azzurro che li baci in fronte e li svegli dal lungo sonno della tradizione riproduttiva paesana. Sognano il passaggio del Gesù critico che comanda loro miracoloso: “Alzati e cammina, mio Genius loci muorto e stramuorto: sei risanato, sei artista!”. Cioè sognano questi illusi l’artista-taxi sulla cui auto d’arte salire, almeno sul predellino. Fino alla galleria della serie A, il grande Museo.

Sono questi artigiani stanchi della ripetizione. Vogliono fare altro, di “superiore”. E non ci riescono, non ne hanno la cultura e il progetto. Sono dei provinciali. Per cui spesso sono più realisti del re. Più genius del genio che sta di genio nel luogo.

Il tutto è esemplificato magistralmente da quel famoso sketch di Franchi e Ingrassia, anni sessanta ‘900: Ingrassia: “ … Ti hanno scoperto subito: banconote di 11mila lire non sono mai esistite, come ti è venuto in mente di farle?” Risposta del falsario artigiano Ciccio: “… Perché tra carta, colori, costi tipografia e tutto il resto, venivano a me diecimila e 200 lire. Metti un po’ di guadagno e allora ho arrotondato a 11mila lire!”

La questione è quindi di fare onesto progetto artigiano, altra e più difficile cosa del progetto di design, con tante più variabili, soggettive e oggettive. Tanti ci hanno tentato, compreso a Faenza Enzo Mari, ma non si è cavato un ragno dal buco. Tutto è andato invece a buca.

L’architetto Paolo Portoghesi afferma all’uopo: “La tradizione è conservare il fuoco, non è adorare le ceneri”. Giusto, ma la questione per noi è che il fuoco del diavolo spesso cova sotto le apparenti ceneri. E bisogna mettere la testa e le mani progettanti nelle cenere. Ardente, ma non perdente. Stop.

Per quanto riguarda in particolare la manifestazione “Terre Moti” (non Terre Morti, attenzione!), posso dire che fui contattato dal ceramista Luigi Russo che avevo conosciuto (col fratello) in occasione di un mio intervento alla presentazione di un bel librino di Antonio D’Antuono all’utile Museo ceramico di Ariano Irpino, il 13 agosto 2009. Ne scrissi per la PresS/Tletter di Luigi Prestinenza Puglisi. Un “Intermezzo” dal titolo: “Tranelli tranesi ad Ariano Irpino”, ripubblicato poi dall’irpina “Comunità Provvisoria” nell’ottobre 2009, ancora in rete.

Avevo ancora rivisto il Russo a Faenza, ad Argillà, tra gli espositori. E avevo apprezzato (e acquistato) l’onesta replica, ricavata dagli antichi stampi ritrovati. Una bella storia, una bella favola, interrotta.

Dalle prime sue parole mi accorsi subito che Luigi Russo da utile artigiano intendeva trasformarsi in organizzatore di eventi d’arte in loco. E dato che penso che ognuno dovrebbe fare il suo mestiere la cosa non mi ispirò molta simpatia. Ho già fatto esperienza di questo tipo umano a Vietri sul mare, Cava de’ Tirreni e altri luoghi di geni locali ceramici. Poi lessi il programma che mi inviò via mail, tutto tagliato sull’Arte e sulla ripetizione di quanto fanno (e fanno male) a Faenza: dal Concorso biennale ad Argillà. Repliche patetiche, già fallite in partenza.

Per questo motivo dissi, scrissi: “No grazie, non m’interessa il taglio dell’arte. Io faccio altre cose: quando posso faccio progetto artigiano.” Comunque gli passai qualche dritta e il numero di telefono dell’assoluta “Ceramica Gatti” di Davide Servadei a Faenza, un mago poliedrico che fa concretamente le ceramiche a Mimmo Paladino e non solo a lui, a tanti artisti, in primis Ontani. Ne ho scritto tante volte, l’ultima nella Newsletter del MIC di Faenza del 10 settembre 2012 a proposito di tre grandi pannelli per metronapoli: “THE FLYING – LE TRE FINESTRE” DI ILYA ED EMILIA KABAKOV. Se si va per il Metrò dell’arte di Napoli si possono vedere.

L’arte infatti è oggi concept, disegnino da fare concretizzare all’artefice, che fa il “lavoro sporco” dell’arte. Come le donne fanno ancora materialmente il figlio, dopo lo spruzzo fecondante d’arte maschile. Per cui inventai commosso e pro-artigianato lo slogan sfottente: “Vuoi fare arte? Chiama l’artigiano”. (C’è anche una versione più audace, che lascio alla fantasia del volenteroso e-lettore, nda).

Ultimo punto: Paladino sognato ad Ariano, appunto. Lo scenario virtuoso (e non virto-uso) che s’immagina nel post di Pagliaro è del tutto astratto ed è cosa non inedita, anzi vecchiotta, propria della modernità d’avanguardia. L’artista contemporaneo si muove in un’altra logica, da sistema dell’arte, da rapina coi luoghi e cose. Non si sedimenta nulla. Prendi il malloppo e  scappa. Certo non quella da costruzione paziente artigiana. Gli esempi sono tanti, e chi ha provato a far partecipare, come qui si propone, ci ha rimesso di suo. Si è rotto le ossa, ne so qualcosa. Del resto l’esempio d’arte ceramica più noto di questo tipo glocal è il Picasso travolgente a Vallauris. (Io non cerco, trovo … e poi vado). Di ciò non è rimasto niente per l’artigiano, solo picassismi a buon mercato. Mercato finito da tempo, del resto. Per questo motivo, quando nel 1998 fui invitato alla 16/a biennale internazionale per il cinquantenario dell’ingresso di Picasso a Vallauris, mi sottrassi a questa logica d’arte e proposi alla curatrice Carole Andrèani dei miei sfottenti “Picazzo” da Napoli. Che accettò, i Picazzò!!!

Basta così, è troppo.

Saluti, alla prossima, Eldorado