Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

CON ALESSIO TASCA LA CERAMICA FA 90...
CON ALESSIO TASCA LA CERAMICA FA 90...

NOVE. Il Museo Civico della Ceramica "Giuseppe De Fabris",  in occasione dei novant’anni di Alessio Tasca, intende rendergli omaggio con una mostra dedicata alla produzione giovanile dell’artista ceramista: i piatti graffiti graffiti degli esodi (1948-1951).



La mostra, in collaborazione con il prof. Nico Stringa, è dedicata alla produzione giovanile dell’artista ceramista: i piatti graffiti realizzati all’incirca settanta anni fa per la Tasca Artigiani Ceramisti (attiva dal 1948 al 1961), quindi quando Alessio non aveva ancora vent’anni e aveva avviato, assieme ai fratelli Marco (1911 – 1998), Flavio (1933) e con la collaborazione delle sorelle Lucilia (1922-2000), Elda (1920-2017) e Giovanna Maria (1925) una interessante produzione di ceramiche “moderne”. Tra i collaboratori ricordiamo Orfeo Reginato, Mario Perin, Giuliano Viero, Ottavio Dinale, Tranquillo Costa.

 

Attorno ai vent’anni, appena terminati gli studi a Venezia e a Firenze, Alessio si inventa una attività di ceramista ben precisa di cui intendiamo documentare solo una piccola parte: i piatti graffiti o incisi. Si tratta di un folto gruppo di piatti di varie dimensioni dipinti ad aerografo in colori uniformi, monocromi, e quindi graffiti riportando soggetti desunti dalla pittura italiana dei secoli d’oro, ‘500 e ‘600, ma anche dell’ ‘800. E’ interessante che un giovane formatosi in un clima veneziano di arte contemporanea molto acceso (a Venezia il clima dell’A. R. C. O. e del Fronte Nuovo delle Arti) si orienti su una produzione di massa che ha come settore principale quello della rivisitazione della pittura classica e moderna con un occhio di riguardo per gli impressionisti, ed in particolare per Degas e Renoir. Va tenuto presente però che, se a Venezia era stato l’incontro con l’arte contemporanea a prevalere, nel periodo fiorentino Alessio ha risentito molto positivamente dell’insegnamento di Alessandro Parronchi e di un libro come Saper vedere di Matteo Marangoni.

 

Con questa mostra si apre un “album di famiglia” all’interno del quale si mette in evidenza uno dei numerosi settori in cui Alessio era impegnato: sculture moderne ad esemplare unico da un lato, anche a tema religioso; servizi da tavola, oggetti d’uso, piatti dipinti e graffiti di serie e anche di grande serie, dall’altro. Un ambito, va detto, che anche molte altre manifatture sorte prima e dopo la guerra avevano messo al centro della loro attività a Nove, a Marostica e a Bassano. Il laboratorio di Via Molini 6, confinante con la Antonibon e vicinissimo alla Piazza del paese, contava un discreto numero di collaboratori; le ceramiche venivano cotte dapprima in forni a legna, in seguito in forni a nafta.

 

Come si vedrà in mostra, nelle opere appositamente selezionate, il procedimento di Alessio è documentato dal raffronto con le fonti che gli hanno ispirato le possibilità della copia in controparte. A volte, come nel caso della Suonatrice di Liuto di Orazio Gentileschi, la copia viene effettuata rispettando al massimo la fedeltà all’originale; altre volte invece, come nel caso di Pittoni, il giovane artista effettua una scelta riducendo lo spettro visivo al centro della raffigurazione, concentrandosi o sul centro della scena o su un particolare. A volte nel piatto sono riportate pitture che egli aveva visto personalmente, come nel caso del dipinto conservato al Museo Civico di Vicenza: Diana e le ninfe di Giambattista Pittoni (1725). Il più delle volte invece la scelta ricade su opere illustrate in volumi di storia dell’arte o in monografie che Alessio aveva a portata di mano o anche appositamente acquistati. L’interesse per questo tipo di produzione non attiene soltanto alla giovane età dell’autore e alla incredibile freschezza dei risultati; questi sono certamente gli elementi che colpiscono immediatamente. Ma è molto importante sottolineare la specificità della tecnica che gli consente di tenere alta la qualità del prodotto e anche di poter replicare l’immagine in un numero di copie molto elevato, come era accaduto all’epoca del “piatti popolari” tra ‘800 e ‘900. Inoltre tale tecnica è de tutto innovativa rispetto alla consueta produzione novese dell’epoca; nel 1950 vince l’Angelicum di Milano ed i piatti graffiti incontrano un notevole successo e, tramite l’appoggio di Giò Ponti, vengono presentati alla Triennale di Milano nel 1951. Per valutare appieno questa passione per l’antico che verrà solo messa in subordine ma mai dimenticata (anzi le si affiancheranno, nel tempo, quelle per il folk e per le civiltà arcaiche) va ricordato che tanti anni dopo Alessio realizzerà, questa volta incidendo veramente nella terza dimensione la creta estrusa, il grande ciclo dei Mesi di Torre Aquila, al Palazzo del Buonconsiglio di Trento.

 

E’ sulla base di queste considerazioni che si è pensato di ritagliare il presente omaggio limitato nel tempo e nello spazio ma pur nelle ridotte dimensioni in grado di condensare tanti aspetti della futura attività dell’artista; in particolare la propensione, poi confermata in pieno, di mantenere unite la piccola serie con il pezzo unico.

La mostra è a cura di Elena Agosti, conservatrice del Museo Civico della Ceramica “G. De Fabris”, e di Nico Stringa, Università Ca’ Foscari, Venezia.

 

Sede: Museo Civico della Ceramica "Giuseppe De Fabris", piazza Giuseppe De Fabris 5, Nove (VI) | t. 0424 597550 int. 5 - museo@comune.nove.vi.it
Periodo: 30 marzo - 30 giugno 2019
Orario: da martedì a sabato 10-13, domenica e festivi 14.30-18.30