Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

DANILO MELANDRI: UN ULTIMO SALUTO

Lunedì 10 settembre

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Presidente, Direttrice e tutto il personale del MIC si uniscono al dolore della famiglia per la scomparsa del maestro faentino Danilo Melandri.

 

Lo vogliamo ricordare con le parole dell'introduzione alla mostra al MIC del 2006: Figure come quella di Danilo Melandri sono rare nel panorama artistico e ceramico. In tempi in cui anche il minimo evento viene rilevato dal potere mediatico, Melandri è, in parte, riuscito a sfuggire a ogni forma di omologazione. Egli, infatti, pur mantenendosi continuamente aggiornato sulle più recenti vicende dell’arte, ha tenacemente coltivato un isolamento, fisico e interiore, che gli ha permesso di giungere a una cifra stilistica inedita e spiazzante. La sua marginalità rispetto alle grandi correnti di pensiero e alle tendenze artistiche dominanti è di tale rilievo ed evidenza da rischiare una inattualità che induce, però, a coinvolgenti ripensamenti.

Con maniacale pazienza da miniaturista Melandri si è dedicato a una singolare opera di introspezione dalla quale emergono sia i lontani tempi della fanciullezza, vissuti con un pascoliano amore per la natura e le piccole cose di tutti i giorni, che i turbamenti provati di fronte a una modernità identificata con un macchinismo pesante, distruttivo e portatore di morte. Si interessa ai prodotti dell’industria pesante europea che ha fornito il materiale bellico per la Prima Guerra Mondiale e effettua viaggi a Terni per visitare la Società delle Fucine. Raccoglie e accumula nel suo laboratorio una vera e propria collezione di grandi reperti industriali in ferro che esorcizza nelle sue piccole e fragili opere in maiolica.

Il microscopico e il macroscopico si fondono nel suo immaginario quasi a simboleggiare una condizione umana in lotta perenne contro i mostri da essa stessa generati. Gli apparati macchinistici assumono dimensioni enormi, i temi figurativi si dilatano e si ingigantiscono in modo abnorme, nel tentativo di competere con siffatti avversari, finendo però per collassare essi stessi sotto il proprio peso.

Questa impari e autodistruttiva lotta è raccontata da Melandri con leggerezza e senza toni tragici, con un candore e una immediatezza che richiamano alla mente i migliori esempi di un’arte visionaria, deviante ed esasperata quale quella inaugurata da James Ensor. Anche il segno pittorico di Melandri, come in questo e in altri maestri della narrazione interiore, è anticonvenzionale e individualistico, minuto e descrittivo: più vicino alle aspre e libere espressioni dei bambini e dei malati di mente (anche nella contaminazione di dettagli figurativi con la scrittura) che ad accattivanti estetizzazioni. Il disagio provato da Melandri di fronte alla realtà si traduce in opere piccole di dimensione e fragili per materia cui corrisponde una figurazione parimenti microscopica, frammentata, disarticolata e irriducibile a ogni convenzionale possibilità di sintesi.