Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Le targhe devozionali con raffigurazione dipinta

Accanto alle più popolari targhe devozionali plasticate si sviluppa il genere, assai pregiato, delle targhe piane con raffigurazione dipinta. La targa dipinta, per lo più in maiolica, è eseguita nella maggioranza dei casi dalla figura specifica di un pittore che opera su singola commissione. Essa può vantare in area faentina una specializzazione di alta qualità artistica nell’ambito della produzione ceramica della regione emiliano-romagnola.

A partire dalla fine del XV secolo le maestranze faentine realizzano pannelli con raffigurazioni sacre a tutto campo aderenti ai modelli iconografici incisori dell’epoca o ripetendo schemi propri di celebri pittori come Perugino, Piero della Francesca e Raffaello. Si diffondono così targhe che attingono ai canoni estetici del genere istoriato cinquecentesco, senza abbandonare tuttavia un’impostazione figurativa schiettamente devozionale.

Allo scadere del Cinquecento e agli inizi del Seicento le nuove riforme post-tridentine fanno ricadere anche nella produzione devozionale in maiolica il richiamo a forme austere. Inoltre in questo periodo le officine faentine, consapevoli della necessità di corrispondere alla nuova più vasta committenza popolare, aumentano l’attività ceramica e le targhe assumono caratteristiche tematico-artistiche più divulgative. La produzione devozionale dipinta, di cui Faenza detiene una posizione di assoluto primato qualitativo, ancora per tutta la prima metà del Seicento gravita su canoni pittorici dello stile compendiario dei bianchi. Essi si caratterizzano per il ductus pittorico libero, per la grazia del colore leggero sugli ampi fondi bianchi e per la pennellata sintetica. Nel contesto artistico locale si notano alcuni artisti anonimi e non che firmano le loro opere: Battista Mazzanti, Stefano Accarisi, Stefano Salamini e il “Pittore F.C.”.

Nel XVIII secolo Faenza prosegue la sua ricca tradizione con esemplari pittorici ad alto livello e, quasi a volersi maggiormente distaccare dalla coeva produzione seriale da stampo, predilige soggetti dall’iconografia complessa o composizioni affollate di figure e talvolta anche la dedica del committente. Nella prima metà del secolo emergono due personalità di artisti: il “Pittore del 1740” e il “Pittore del 1750”. Il primo si distingue per uno spiccato naturalismo delle scene rappresentate, che si giova di una pittura densa di toni sull’arancio e blu variamente diluiti; il secondo ha invece chiare doti scenografiche e compone le sue immagini per forti contrasti di piani, disposti prospetticamente.

Anche la manifattura faentina Ferniani ha prodotto targhe dipinte, a testimonianza della presenza al suo interno di una specifica sezione di lavoro dedicata a questo genere. La stessa manifattura, che nell’Ottocento assume un importante ruolo di raccolta delle correnti artistiche della Faenza neoclassica, ospita maestri come il “Pittore della Madonna del Lago” e il “Pittore del 1836”, le cui opere sono caratterizzate da grandi masse volumetriche sapientemente inserite in ampie vedute prospettiche. Con l’avanzare del secolo, lo stile delle lastre devozionali si fa sempre meno originale, finchè prevale un modo di disegnare calligrafico e una scelta cromatica tipicamente decorativa. Verso la fine dell’Ottocento si esaurisce la fortuna popolare della targa pittorica, assumendo modelli figurativi che imitano dipinti famosi del passato.

Sull’onda della ripresa tardo-ottocentesca la targa pittorica vive quindi un momento di recupero degli stili del passato dell’istoriato cinquecentesco o del tardocompendiario del Seicento: interpretando modelli aulici, essa assume un carattere nazionale e si pone decisamente al di sopra di ogni tradizione locale.