Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

La ceramica a Faenza nel Settecento

A Faenza il prestigio dell’arte della maiolica, a partire dal 1693, è affidato nei suoi prodotti migliori alla manifattura dei conti Ferniani.
Da allora per ben due secoli questa officina segnerà e caratterizzerà tanta parte della produzione ceramica della città romagnola. In continuità con la tradizione precedente dei “bianchi”, la manifattura faentina si apre verso la metà del Settecento a un gusto decorativo che risente dell’influsso da una parte delle mode europee, specie francesi, e dall’altra a suggerimenti esotici, come le cineserie, alimentate dalle massicce importazioni di porcellane cinesi e giapponesi da parte delle Compagnie delle Indie.
Come altre manifatture italiane la fabbrica Ferniani, per la produzione di maggior pregio, studia una tavolozza cromatica più ampia, al fine di trasferire sulla maiolica le stesse preziosità decorative (specie l’oro e il rosso porpora) della porcellana: così, dal 1777 si avvia la nuova tecnica “a piccolo fuoco” o a “muffola”, detta anche “terzo fuoco”, perché il manufatto viene sottoposto a una terza cottura a temperatura più bassa (circa 600° C). Con tale tecnica si continua e perfeziona pertanto il repertorio: cineserie, “peonia” o “tulipano”, “casotto”, “rosa” e “rovine”, raffinatissima espressione decorativa di ispirazione arcadica.
Eccelle in questo periodo Filippo Comerio, versatile pittore lombardo, presente nel 1776 a Faenza dove si distingue dipingendo sulle ceramiche figure, macchiette e rovine ispirate a Jacques Callot e Stefano Della Bella, tracciate in nero e campite con un verde smeraldo molto acceso e brillante. Il Settecento faentino si conclude con repertori tipici del rinnovamento promosso dal movimento neoclassico; nascono il mazzolino, la “ghianda”, il “festone” e si inizia a diffondere il non meno elegante tema della “foglia di vite”, che godrà di ininterrotta fortuna per tutto il XIX secolo.