Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Officine italiane dell'Ottocento

Italia meridionale
Nell’Italia meridionale piccole imprese a carattere artigianale orientano il proprio gusto sia verso il popolaresco, rivolgendosi a un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo, sia verso il multiforme fenomeno dell’ecletticismo alimentato dalla ripresa degli stili del passato nel giusto del revival.
In Campania le officine vietresi nel corso dell’Ottocento fissano aspetti più popolari, mentre a Napoli si segnala la fabbrica dei fratelli Mosca, che si dedica alla produzione sia di servizi da tavola, ispirati ai temi cinquecenteschi, sia di bellissimi pavimenti esportati in Tunisia e in Algeria. L’Officina Ceramica del napoletano Museo Artistico Industriale trova nell’aristocratico Filippo Filangieri il suo mecenate e produce opere innovative di grande respirò particolarmente congeniali ai suoi direttori artistici, i pittori Filippo Palizzi e Domenico Morelli.
In Abruzzo la maiolica rimane legata ai tipi tradizionali delle ceramiche abruzzesi, derivati dalla nota scuola dei Grue.
La ceramica pugliese ripropone repertori figurativi già utilizzati nel corso del Settecento, ma rivisti nel segno di una sensibilità popolare (motivi floreali, rosette cipressi o figure di personaggi e santi), rappresentati solitamente in primo piano con un disegno di rapida fattura.
La maiolica siciliana si esprime con tipologie geometrico/vegetali piuttosto correnti, rustiche, ma anche di schietto sapore, che sfruttano elementi della plurisecolare tradizione regionale, e continua il filone popolare, specie devozionale, con esiti di sicura genuinità pittorica e vivacità esecutiva sino alla fine del secolo.

Italia centrale
Le officine dell’Italia centrale nell’Ottocento riflettono l’ecletticismo imperante, che sintetizza la molteplicità degli stili del passato e nuovi orientamenti del gusto. Puntuali riferimenti alle maioliche cinquecentesche di Faenza, Urbino, Pesaro e Casteldurante si registrano con Ginori e Cantagalli a Firenze, Molaroni a Pesaro, Carocci e Spinaci a Gubbio. Nello stesso ambito umbro la tradizionale tecnica del lustro metallico viene ripresa anche negli antichi centri di Gualdo Tadino e Deruta al fine di realizzare esemplari che colpiscono per la notevole bellezza e perfezione.
A Roma, oltre alla celebrazione dei fasti dell’antichità con espliciti richiami espressivi dal Medioevo al Classicismo rinascimentale, nella ceramica emerge l’elemento esotico che fa scaturire l’interesse nei confronti dell’arte orientale, islamica in particolare; ad esempio, Pio Fabri, realizza mirabili opere a lustro ispirate alla ceramica islamica, ispano/moresca, turca e persiana. Francesco Randone, abile pittore e ritrattista animato da vocazione idealistica, a Roma nel 1880 fonda una scuola d’arte popolare gratuita, con programmi didattici rivoluzionari.

Italia settentrionale
Le officine emiliano/romagnole proseguono a produrre la terraglia e la tradizionale maiolica decorata a gran fuoco. In ambito domestico la ceramica è largamente impiegata e nel suo repertorio popolare un posto di rilievo occupano i motivi detti “alla scozzese” in monocromia blu, “a foglia di vite”, ripresa sui prototipi settecenteschi, “alla rosa” e “a fiorazzo”.
Accanto al “popolare”, Faenza nel secondo Ottocento vive un’altra brillante esperienza con il “pittura su ceramica”, che riflette il gusto di fine secolo impegnandosi nel ritratto, paesaggio, rappresentazione storica o mitologica, con esplicito richiamo ai movimenti pittorici coevi dal Romanticismo al Verismo. Capofila di questa scuola di “pittura su maiolica” è Achille Farina e con lui altri, discepoli, amici e seguaci, in particolare Antonio Berti, Angelo Marabini, Giuseppe Ghinassi, Lodovico Bellenghi, Tommaso Dal Pozzo.
Altre officine emiliano/romagnole si mostrano inserite nella corrente del revival dell’antico: si segnalano in questa sezione opere delle fabbriche di Scandiano, di Angelo Minghetti di Bologna, della Società Cooperativa di Imola. A Pordenone la Fabbrica Galvani fabbrica terraglia e nel tardo Ottocento, adottando una tecnica a base di “matita refrattaria”, ottiene raffinati effetti di chiaro scuro.
Le officine venete si producono in eclettiche forme plastiche, come terrine a trompe/l’oeil decorate a foggia di animali o sfarzosi elementi d’arredo mossi da un fine revival rococò. Le fabbriche lombarde, ben lontane dagli antichi fasti settecenteschi, continuano l’esecuzione di ottimi servizi in maiolica a imitazione dell’antico, di stoviglie e oggetti d’uso comune.