Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Officine italiane del Rinascimento

La sezione raccoglie significativi esempi dell’arte della maiolica italiana del Rinascimento, alcuni già facenti parte del Museo e altri entrati a far parte integrante delle raccolte a seguito delle prestigiose e cospicue donazioni di Galeazzo Cora (1979) e di Angiolo Fanfani (1989). Il percorso procede per aree regionali: Lazio, Umbria, Abruzzo, Marche, Toscana e Veneto.
La ceramica nel Lazio è documentata attraverso un gruppo di tipici manufatti rinascimentali, preceduti da alcune testimonianze della produzione tardoromana (detta anche “Paleoitaliana” o “Forum Ware”), con vasellami semplicemente invetriati, che sono perciò considerati gli incunaboli della ceramica medievale italiana, A questi si fa seguire un gruppo di vasellami medievali (“arcaici”), databili tra il XIV e il XV secolo, la cui decorazione a semplice stilizzazione e bicromia in verde e bruno e patrimonio comune a molte officine italiane da nord a sud. Tra i prodotti rinascimentali si segnala il boccale detto “panata”, tipico per il versatore pronunciato, originariamente recipiente per la zuppa di pane.
In Abruzzo nel Rinascimento fioriscono i special modo le officine di Castelli, soprattutto la fornace dei Pompei. La produzione castellana, specie della prima metà del Cinquecento, è quasi tutta di alta e prestigiosa committenza, culminante con una commissione che farà la fortuna delle maestranze di Castelli: il fastoso e monumentale corredo della farmacia Orsini/Colonna, con vasellami che presentano una ricca e originale varietà di fogge da farmacia e un’accattivante e squillante veste cromatica. Forme più articolate e mosse, che trovano le loro matrici plastiche all’interno del grande rinnovamento delle arti decorative tra Manierismo e Barocco, caratterizzano la produzione di Castelli del tardo Cinquecento, ossia quella a smalto blu lapislazzuli, arricchita di dettagli pittorici in oro, che rende i vasellami preziosi come vetri alessandrini e splendidamente rappresentata nel Museo faentino dalla “vasca Farnese”.
In Umbria, dopo una notevole fase medievale (“arcaica”), l’arte della maiolica si attesta verso la fine del Quattrocento, quando si presenta sui mercati italiani con originali vasellami destinati ai corredi da farmacia che adottano uno straordinario repertorio policromo tardogotico (animali fantastici, festoni, nastri, palmette, delfini, cornucopie, emblemi, “grottesche”). Dal primo decennio del Cinquecento si notano grandi piatti “da pompa” e servizi da tavola (“credenze”), realizzati sia in veste policroma sia in veste monocroma blu, arricchita da lustro metallico di tono rosso rubino e giallo dorato. Questa tecnica, dapprima esclusiva invenzione delle officine medio/orientali e in seguito imitata dai maestri italiani sull’osservazione dei prodotti a lustro delle officine spagnole valenzane, viene conosciuta e molto apprezzata in Italia attraverso i traffici mercantili di Maiorca (da cui nel Rinascimento il termine “maiolica”). La stessa tecnica viene ripresa e applicata in Umbria per alcuni decenni; a Deruta e, con esiti particolarmente splendidi e suggestivi, a Gubbio, presso l’officina di Mastro Giorgio Andreoli.
Nelle Marche, a partire dal secondo decennio del Cinquecento, l’ambito ceramico si specializza nel genere figurativo a trama narrativa “istoriato”, specie sulla spinta provocata dal “raffaellismo”, trasfuso in generale sulle arti applicate attraverso la mediazione delle stampe delle opere di Raffaello. In questa sezione sono dunque documentati con dovizia di opere e di capolavori aspetti sia del “primo” sia del “secondo istoriato” di tutta l’area marchigiano/metaurense, in particolare di Pesaro, Urbino e Casteldurante (poi Urbania), attraverso l’attività dei protagonisti di quest’importante corrente figurativa: Nicola da Urbino e la sua cerchia, Francesco Xato Avelli e i Fontana. Il ciclo dell’”istoriato” su maiolica si esaurirà entro i primi decenni del Seicento con l’officina dei Patanazzi.
L’arte della maiolica in Toscana nel Rinascimento emerge nella presente sezione per una ricca sostanza documentaria, particolarmente attraverso opere della zona fiorentina, di Montelupo, di Cafaggiolo e di Siena. Siena si presenta con alcuni tipici albarelli decorati con “grottesche”, geometrie e palmette, che mettono in risalto quando la sua produzione vascolare sia perfettamente sintonizzata sugli analoghi repertori dei pavimenti senesi rinascimentali. Montelupo offre copiose emanazioni delle canoniche “famiglie” decorative rinascimentali italiane: motivi in blu “zaffera”, “a foglie gotiche accartocciate”, “a occhio di penna di pavone”, “a palmetta persiana”. Cafaggiolo attorno alla metà del Cinquecento produce esemplari di altissima qualità, fortemente influenzati nella decorazione della porcellana cinese in blu su bianco, mediata dalle officine medio/orientali. Tali imitazioni negli stessi anni sono attestate anche in altre località italiane (Faenza, Venezia, Liguria), tuttavia solo a Firenze, nell’ultimo quarto del Cinquecento, grazie al sostegno dato dai Medici per scoprire il “segreto” della composizione della porcellana, è possibile documentare tangibilmente la prima porcellana europea. E’ un tipo di porcellana abbastanza compatta e traslucida, rigorosamente dipinta in blu su bianco, conosciuta appunto come “porcellana medicea”, documentata a oggi in poco più di una cinquantina di esemplari in tutto il mondo, uno dei quali è perla delle raccolte del Museo di Faenza.
La produzione rinascimentale del veneto gravita prevalentemente sulle botteghe veneziane. I prodotti di questo centro risaltano tecnicamente soprattutto per la qualità della maiolica e per la cromia della ricca vetrosità, che sembrano aver beneficiato della stessa materia impiegata dalla celebrata scuola vetraria locale. Nella prima metà del Cinquecento temi in auge sono soprattutto raffinatissimi “trofei” e “grottesche”, dipinti di grisaille su fondo blu cupo e azzurro (“berrettino”), nei quali si distingue Maestro Ludovico. Nella seconda metà del Cinquecento l’ambito veneziano è dominato dalla figura di Maestro Domenico, dalla cui feconda bottega escono imponenti corredi farmaceutici dall’esuberante decorazione di fogliami con ritratti, che manifestano l’influenza della grande pittura veneziana.