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Angelo Biancini

Sculture e ceramiche

dagli anni Trenta al dopoguerra

 

 

Angelo Biancini è una delle figure più rappresentative della scultura e dell’arte ceramica italiana del Novecento. Nato a Castel Bolognese nel 1911, il suo nome rimane legato a Faenza, città dove ha lavorato fino alla morte e dove entra, nel 1942, all’Istituto d’Arte per la Ceramica assumendo successivamente la cattedra di Plastica che era stata di Domenico Rambelli. Manterrà questo incarico fino al 1981, contribuendo a formare, nel suo studio all’interno della scuola, varie generazioni di artisti e di ceramisti.

Il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, dal 2 giugno al 30 novembre, dedica all’artista la mostra “Angelo Biancini. Sculture e ceramiche dagli anni Trenta al dopoguerra” curata da Franco Bertoni, esperto delle collezioni moderne e contemporanee del MIC, sull’attività legata alla ceramica, ma non solo.

Saranno esposti gessi, cere, bronzi, legni, ceramiche soprattutto degli anni Trenta e Quaranta mentre, per gli anni del primo dopoguerra, la selezione viene limitata alla documentazione di quanto delle esperienze precedenti ha concorso maggiormente ai lavori della maturità, oltre che alcune gigantografie delle opere monumentali e inamovibili, appositamente realizzate. Fra i lavori in mostra parte delle creazioni fatte per la Società Ceramica Italiana, “sculture e oggetti d’arredamento di piccola e grande dimensione, riprodotti in serie e destinati a un successo sancito dalle più importanti esposizioni e dalle riviste dell’epoca”.

La mostra organizzata dal MIC intende indagare il periodo della formazione e degli esordi dello scultore, momento decisamente meno indagato dagli storici dell’arte e della ceramica. Proprio in quegli anni Biancini raggiunge vertici espressivi e tensioni formali che lo avvicinano alle esperienze più propositive del periodo ed individua quel patrimonio linguistico che, nel secondo dopoguerra, caratterizzerà le opere del successo e dei riconoscimenti ufficiali. Sono di questi anni la partecipazione alla prima grande mostra della scultura italiana alla Galleria della Spiga di Milano e due mostre personali di Milano, alla Galleria dell’Illustrazione Italiana nel 1948 e alla Galleria San Fedele nel 1956 che lo imporranno ulteriormente all’attenzione della critica nazionale.

Biancini ha segnato la storia della ceramica riuscendo ad innovare il suo tempo. I suoi principali interessi scultorei non mancheranno, riversandosi nella ceramica, di contribuire in maniera decisiva all’affrancamento di quest’arte da una condizione “minore” di arte decorativa e alla sua affermazione come espressione artistica tout court. Biancini rimane fedele a una figurazione e a un “vero” che hanno fonti riconosciute nella più antica tradizione italiana, rinverdita da una singolare capacità di registrare le più tenui espressioni emozionali di soggetti, spesso umili e popolari, indagati con un acume quasi psicologico.



Biografia di Angelo Biancini

Angelo Biancini nasce a Castelbolognese nel 1911.
Nel 1929 si iscrive all’Istituto d’Arte di Firenze dove frequenta soprattutto lo studio di Libero Andreotti, un maestro per il quale dimostrerà sempre stima e rispetto.
Trova il suo primo studio in uno stanzone dell’ex convento dove si dedica innanzitutto alla maiolica in generale, prima di venire assorbito sempre più dalla modellatura e dalla scultura.
Nel 1932 inizia ad esporre le sue opere in pubblico. Nel 1934 arriva la sua prima affermazione: con la sua “Lupa” vince per la sezione scultura ai Littoriali dell’Arte a Roma.
Sempre nel 1934 partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia. Con oggetti realizzati su suo disegno dall’ENAPI prende parte alla VI Triennale di Milano. Realizza, nel 1935, la statua dell’Atleta vittorioso nel Foro Mussolini (oggi Stadio dei Marmi) a Roma.
Sempre a Roma nel 1935 espone alla II Quadriennale d’Arte Nazionale e nel 1937 realizza due gruppi scultorei per il Ponte delle Vittorie a Verona.
Già a queste date Biancini gode di una reputazione a livello nazionale, mentre, a livello faentino, viene seguito e aiutato da Gaetano Ballardini. Infatti, dietro consiglio e aiuto del Direttore del Museo delle Ceramiche di Faenza, dal 1937 al 1940 si trasferisce a Laveno per collaborare con Guido Andlovitz alla direzione artistica della Società Ceramica Italiana.
Negli anni di Laveno, Biancini rinsalda i suoi rapporti con la ceramica (tra oggetto, ritratto e scultura monumentale) e perviene a tutta una serie di temi e soluzioni formali che impronteranno la sua successiva attività.
Nel 1942 entra all’Istituto d’Arte per la Ceramica di Faenza e, nel dopoguerra, subentrerà a Domenico Rambelli nella cattedra di Plastica.
Ormai la figura di Biancini emerge come una delle più autorevoli tra le nuove leve della scultura italiana.
Accanto all’attività didattica, continua quella artistica con la partecipazione ai maggiori concorsi nazionali, in cui riceve giurie unanimi e consensi. Nel 1943 con una mostra personale presso la Quadriennale Romana, ottiene il premio nazionale.
Nel 1946 riceve il Premio Faenza con Annunciazione, un grande pannello in ceramica smaltata da Anselmo Bucci.
Otterrà nuovamente il prestigioso riconoscimento nel 1957 con il bassorilievo Gesù tra i dottori.
Nel dopoguerra partecipa alla grande mostra della scultura italiana organizzata dalla Galleria della Spiga di Milano nel 1946.
Le due personali milanesi del 1948 e del 1956 alla Galleria San Fedele lo impongono ulteriormente all’attenzione della critica nazionale.
Sono numerosi i premi negli anni successivi: al Palazzo Esposizioni di Milano vince il Bagutta per la scultura (1961), nello stesso anno, è premiato per il bronzo “San Giovanni nel deserto” alla Mostra Internazionale di Arte Sacra di Trieste dove vince nuovamente nel 1963 con “Il Pastore Sacro”. Nello stesso anno si afferma a Padova alla Mostra Internazionale del bronzetto.
Tra le sue opere monumentali si segnalano i rilievi per la nuova Basilica di Nazareth (1959), il baldacchino del Tempio dei Martiri Canadesi a Roma (1961), il ciclo scultoreo per l’Ospedale Maggiore di Milano (1964).
Seguiranno poi i lavori per la Chiesa dell’Autostrada del Sole di Firenze, per l’Hospitium di Camaldoli, per il palazzo della FAO a Roma, Arenzano, Algeri, Buenos Aires e tanti altri.
Tra le opere a carattere commemorativo si ricordano il Monumento alla Resistenza di Alfonsine (1972), a Grazia Deledda a Cervia (1956), ad Angelo Celli a Cagli (1958), a Alfredo Oriani a Casola Valsenio (1963) e a Don Minzoni a Argenta (1973).
Nel 1973 gli vengono dedicati due eventi a Roma: a Palazzo Braschi, una panoramica completa delle sue sculture in bronzo, poi gli viene riservata una sala personale nella Collezione d’Arte Moderna Religiosa dei Musei Vaticani.
Nel 1980, l’Amministrazione Comunale di Faenza gli conferisce, con una medaglia d’oro, la cittadinanza onoraria e nel contempo allestisce una grande mostra antologica a Palazzo delle Esposizioni. In quella occasione, Biancini dona alla città di Faenza tre opere di notevoli dimensioni da collocare in spazi pubblici: una raffigurante San Tomaso d’Aquino, una che riproduce Alfredo Oriani, ed infine un busto del pittore Roberto Sella.
Nel 1981, raggiunta l’età della pensione, lascia l’Istituto d’Arte di Faenza e continua a lavorare in uno studio nelle immediate vicinanze.
Muore nel 1988 a Castelbolognese, la piccola cittadina in cui era nato.
Hanno scritto su Biancini:
Vittorio Filippini, Rezio Buscaroli, Luigi Velluti, Orio Vergani, Antonio Savioli, Leonardo Borgese, Enrico Somarè, Benso Becca, Ugo Bellocchi, Luciano Budigna, Giorgio Kaisserlian, Giuseppe Liverani, Franco Solmi, Giorgio Mascherpa, Sergio Maldini, Emanuele Di Giorgio, Carlos Arean, Giorgio Ruggeri, Nazareno Fabbretti, Giancarlo Bojani, Franco Bertoni.