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Gian
Tomaso Liverani: cenni biografici
Il
nome di Gian Tomaso Liverani è indissolubilmente legato a quello
della Galleria da lui fondata e diretta a Roma a partire dal 1957
fino al 1998, “La Salita”. Faentino di origine, Liverani è per
tutto il mondo dell’arte contemporanea il gallerista “di
Roma”, e in particolare il gallerista che, alla fine degli anni
Cinquanta, ha contribuito in maniera determinante alla nascita e
all’evoluzione di alcune delle personalità e delle correnti di
maggior rilievo dell’arte italiana della seconda metà del secolo.
Quando Liverani apre la sua galleria in Salita San Sebastianello 16,
il 23 febbraio del 1957, Roma è un crocevia fondamentale e
vivissimo dell’arte internazionale. Pur in assenza di un mercato
paragonabile a quello milanese, si sono aperte da poco o stanno per
aprire gallerie come “La Tartaruga” di Plinio de Martiis o
“L’Attico” di Bruno e Fabio Sargentini; la Galleria
dell’Obelisco è già un luogo storico; transitano da Roma
personaggi come De Kooning o Rauschenberg, i rapporti tra i pittori
italiani e quelli americani sono stretti come non mai e la Galleria
Nazionale d’Arte Moderna vive uno dei suoi periodi di più intensa
attività. Sono gli anni in cui l’informale si afferma
definitivamente e si avvia a divenire già “accademia”: non a
caso Liverani apre con una collettiva nella quale compaiono artisti
ormai riconosciuti come Birolli, Leoncillo, Morlotti, e l’anno
dopo dedica una personale a Toti Scialoja, autentico anello di
congiunzione tra Italia e Stati Uniti in quegli anni. Ma l’abilità
di Liverani sta proprio nell’intuire, immediatamente, il sorgere
di un nuovo clima, di una nuova generazione di artisti, che
avrebbero segnato gli anni successivi. Sono del 1958, infatti, la
collettiva in cui compaiono per la prima volta in pubblico Franco
Angeli, Tano Festa, Giuseppe Uncini e
la personale di Mimmo Rotella, presentata
dall’intellettuale più singolare e ricettivo del momento, il
poeta e critico Emilio Villa: si inizia a parlare di
“neo-dadaismo”, di un nuovo approccio più diretto alla realtà
e, al contempo, di un’arte meno passionale, più fredda. Epocale
è, a questo proposito, “5 pittori – Roma ‘60” con Angeli,
Festa, Uncini e Mario Schifano e Francesco Lo Savio. Di
quest’ultimo, Liverani sarà il primo e più strenuo sostenitore
in vita e il curatore del lascito dopo la precoce scomparsa avvenuta
nel 1963. Una palestra per gli artisti dunque, spesso alla loro
prima esposizione personale, ma anche il luogo di ritrovo di diverse
generazioni, accomunate anche dalla curiosità delle proposte di
Liverani, come nel caso della mostra “Oggetto utile (sedia,
piatto, letto, armadio, candelabro, stipo, poltrona, scatola, vaso,
fornello, tavola, scala, ecc) tenutasi nel 1962 e alla quale
parteciparono i giovani come Festa, Angeli, Schifano, Novelli, ma
anche maestri come Fontana, Colla, Consagra: un divertissement,
com’era nelle corde del “gentiluomo faentino fattosi art dealer a Roma” (secondo la definizione dello storico Giovanni
Carandente), ma anche la coscienza che un mondo, quello della pop
art e della sua attenzione all’oggetto, era alle porte.
Su
questo avvio crescono, nel tempo, la fama e l’attività della
galleria di Liverani, il quale non abbandona mai, peraltro, la sua
passione per la ceramica antica, continuando a raccogliere pezzi
pregiati nelle aste specializzate. Nel corso degli anni, la galleria
trova nuove sedi in Via Gregoriana e in Via Garibaldi, e ancora
molti sono gli artisti che transitano, soprattutto in avvio di
carriera, per quelle sale: è sufficiente ricordare i nomi di
Paolini, Magnoni, Mochetti, Lombardo, Mattiacci, Pascali, Ruffi,
Chia, Levini, Messina per comprendere come abbiano ruotato attorno
alla “Salita”, attraverso ben 244 mostre, almeno tre generazioni
di artisti.
La
vicenda della galleria si conclude nel 1998: è questa l’occasione
per Roma per tributare un omaggio a Liverani – che nel frattempo
ha donato un numero consistente di opere alla Galleria Nazionale
d’Arte Moderna - e alla sua attività: una mostra e un catalogo
ripercorrono la storia di questa galleria, confermandone la
centralità nel panorama artistico italiano del secondo dopoguerra.
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