La
maiolica, o faenza smaltata nei secoli a Faenza
Se
è documentato dai reperti di scavo che Faenza aveva fabbriche
di ceramiche almeno fin dal I secolo avanti Cristo, e ciò
può stare a indicare un'attività legata alle particolari
argille del fiume Lamone sulle rive del quale la città
romagnola sorge, poco si sa ancora di ciò che avvenne nell'Alto
Medioevo e fino al XII secolo circa. La fama che Faenza deve alla
sua ceramica, se pur nulla sorge a caso e d'improvviso ma di norma
dopo lunga sedimentazione proprio come avviene per le migliori
argille - e la civiltà cinese ce lo insegna - si diffonderà
soltanto con il Rinascimento.
La qualità della ceramica faentina è nel tipo della
cosiddetta "maiolica" o "faenza smaltata"
per il rivestimento vetroso reso opaco dall'ossido di stagno.
Un prodotto che dal Medioevo, probabilmente già dalla fine
del Duecento, conoscerà un lungo percorso di successivi
perfezionamenti tecnici, e insieme di mutamenti e varietà
morfologiche come di reperti coloristici e figurativi che durerà
sin verso la metà del Quattrocento, da quando è
presumibile prenda avvio la sua ampia commercializzazione e la
notorietà per raggiungere l'apice nel Cinquecento.
All'inizio, in epoca medievale, dal Duecento al Trecento sino
agli inizi del Quattrocento nel periodo cosiddetto "arcaico",
si trovano boccali di varie sagome e dimensioni (cilindriche,
troncoconiche, piriformi), scodelle, coppette su piede, albarelli
(contenitori cilindrici per spezie, da farmacia) con ornati geometrici,
fitomorfi, zoomorfi, epigrafici e araldici in bruno, verde, turchino
sul bianco di smalto o in riserva sul fondo a graticcio.
Una più ampia gamma di forme, soprattutto di forme aperte
come ciotole, piatti e scodelle, è desumibile da una serie
di frammenti recuperati dal sottosuolo del centro storico di Faenza.
Tuttavia è da presumere, considerata la preziosità
del vasellame smaltato, che esso avesse una produzione e una committenza
assai ristretta: mentre è soltanto il boccale per vino
o per acqua ad apparire in netta prevalenza sulle altre forme.
Non è un caso, d'altra parte, che in concomitanza al prodotto
smaltato ve ne sia un altro assai meno costoso, la ceramica ingobbiata
- o "faenza" ingobbiata dipinta o graffita e invetriata,
cosiddetta per il sottile rivestimento terroso bianco o giallino
- in cui le forme aperte (scodellotti, ciotole, catini, piatti,
assieme a brocche, boccali e boccaletti) sono di gran lunga più
numerose di quelle che si trovano nella "faenza" smaltata.
Contemporaneamente c'è anche un vasellame da tavola e da
cucina semplicemente invetriato - o "faenza" verniciata
- di argilla rossa ricoperta da un vetro trasparente per togliere
la permeabilità, essendo l'argilla porosa e quindi non
adatta a contenere liquidi, talora con decori a filetti d'ingobbio.
Questi ultimi due tipi prodotti, che potevano uscire specie in
questo periodo dalla stessa bottega che produceva maiolica - e
qui occorrerebbe poter distinguere se la nomenclatura data ai
vari vasai (figuli, orciolai, vasellari) stesse a significare
diversità di produzione - saranno sempre prodotti a Faenza
sino alle soglie del nostro secolo, e generalmente per uso urbano
e del contado. E le stesse forme si manterranno per buona parte
inalterate lungo i secoli. Non a caso Ennio Golfieri, riferendosi
alla fabbrica del "Bianchetto" (ingobbiatura di terra
bianca) del Missiroli a Faenza in Porta Imolese della seconda
metà del XVIII secolo e a una fornace delle Cappuccine
verso le mura di Porta Montanara sempre in Faenza e della stessa
epoca, lamenta che:
"Fabbriche come queste di ceramiche popolari... furono nella
Faenza del Sette e dell'Ottocento assai più numerose e
attive di quel che si creda e se la storiografia ceramica non
ne ha fatto finora particolare menzione, ciò è dovuto
al fatto che da noi si è sempre puntato a valorizzare solo
gli aspetti più nobili dell'arte ceramica".
Un aspetto dunque sommerso, documentato tuttavia nelle raccolte
del Museo, e che sta generalmente alla base di ogni centro importante
di produzione pur tuttavia senza caratterizzarlo, ove in tale
caratterizzazione si consideri non solo il semplice fattore estetico
quanto quello più specificatamente produttivo e d'impresa
commerciale di ampie proporzioni. In tal senso è assai
significativo quel che notavo sopra, cioè il progressivo
perfezionamento del prodotto smaltato faentino dalla fine del
Medioevo al Cinquecento, vicenda che aprì appunto ai vasai
faentini più vasti mercati.
Inizio Quattrocento
Alle
soglie del Quattrocento, se le forme della maiolica paiono mantenersi
per gran parte inalterate (boccali, brocchette e piatti),lo smalto
diviene più spesso, più brillante e così
più vivaci e variati i colorine gli oggetti della cosiddetta
"famiglia verde", "famiglia a zaffera in rilievo","famiglia
italo-moresca" (per i colori dominanti o i motivi decorativi
di derivazione orientale), che recano ornati a figura umana, monogrammi,
imprese, stemmi, fogliami, animali, arpie. Ma sarà con
il vasellame della"famiglia floreale gotica" verso la
metà del Quattrocento che - assieme al mutare delle forme
dei boccali, dei piatti, dei piattelli, diremmo a una incipiente
rinnovata progettazione - la qualità dello smalto e la
varietà e brillantezza dei colori diverranno segno di una
ormai matura padronanza tecnica e l'avvio all'autonomia di un
magistero. Non a caso s'apparentano a queste forme i segni della
diffusione dei canoni rinascimentali, che oltre a essere di carattere
estetico mostrano una tensione di qualità tecnologica.
Col moltiplicarsi così dei decori a foglie, fiori, animali,
simboli religiosi, stemmi, raffigurazioni antropomorfe - che paiono
ampliare la loro destinazione a più diversificata committenza
come quella monastica e borghese - la tavolozza diviene 'calda'coi
suoi turchini, verdi, viola, arancioni. Da questo momento il passo
è brevissimo al grande spiegamento del fenomeno, che si
rifletterà anche sui mercati del Veneto e delle Marche,
dell'Umbria e dell'Abruzzo tanto che si pervenne a vietarne ai
faentini l'accesso o a gravarli di forti gabelle. Nel 1471 Maestro
Gentile di Maestro Antonio Fornarini, di cui è rimasta
una "vacchetta" o libro dei conti, dipinge tutta una
fornitura da farmacia, cioè 31 orcette a un soldo l'una
e 20 albarelli a tre quattrini l'uno per Guglielmo, il quale poi
"mandò tutte queste robbe a Cexena a uno spiciale...".
Questo Maestro Gentile, oltre ad averci lasciato la nomenclatura
associata spesso alle indicazioni dei rispettivi ornati ben individuabili,
permette anche di farsi un'idea delle numerose botteghe operanti
allora in Faenza e per molte delle quali egli lavorava quale pittore.
La 'qualità' faentina va dalla leggerezza delle argille,
sempre più depurate, alla perfezione degli smalti, alla
raffinatezza delle forme e dei colori. Sono oggetti delle cosiddette
"famiglie della palmetta persiana" o "del melograno",
della "famiglia a penna di pavone" e dei sempre più
diffusi "motivi rinascimentali" e dei primi motivi a
"istoriato".
Sono dischi o targhe murali di carattere religioso, pillolieri,
taglieri, piatti e piattelli, vasi, gamelii, coppe di varie dimensioni,
plastiche a targhe devozionali, a calamai, a nicchie, vere e proprie
sculture; ancora boccali e albarelli.
Fine Quattrocento
Al
1487 è datato il pavimento della cappella Vaselli o di
San Sebastiano in San Petronio a Bologna, che rappresenta la summa
del repertorio faentino dell'epoca e che con la rappresentazione
e l'iscrizione del suo autore "Petrus Andrea de Favencia,
(urcellarius et seu pictor faventinus)", noto per altro da
documenti d'archivio, sta a significare un segno 'umanistico'
di grande rilievo tenuto anche conto dell'anonimato cui in genere
si lega l'artigianato e in specie quello ceramico. Se Petrus Andreas
è ancora vivo nel 1522 e risulta morto nel 1543, significa
che vive il momento di grande espansione della maiolica faentina.
Non è certo un caso che proprio in questo tempo, nei fogli
del Codice Leicester (foglio 10 R) tra il 1504 e il 1506, Leonardo
si riferisse a una località calancosa e di raccolta fra
Marradi e le porte di Faenza in questi termini:
"Come le radici settentrionali di qualunque Alpe non sono
ancora petrificate; e questo si vede manifestamente dove i fiumi
che le tagliano, corrono inverso settentrione li quali taglian
nell'altezza dei monti le falde delle pietre vive; e nel congiungersi
colle pianure le predette falde son tutte di terra da fare boccali,
come si mostra in vai di Lamone fare al fiume Lamone nell'uscire
dal monte Appennino, far lì le predette cose nelle sue
rive".
Inizio Cinquecento
Verso
la fine del Quattrocento e nei primi decenni del Cinquecento un
prodotto di largo consumo come il vasellame da tavola avverte
un notevolissimo ampliamento di mercato: sono piatti, piattelli,
tondini, taglieri, ciotole, albarelli nel decoro del blu su bianco
della cosiddetta "famiglia alla porcellana", che si
modellano sulle porcellane cinesi Ming e sulle "damaschine".
È uno dei prodotti che, rispettando la qualità dello
smalto nella sveltezza del tratto pittorico, forse in maggior
quantità si trova negli scavi e che probabilmente intendeva
da una parte far concorrenza al diffondersi - pur tra famiglie
di ceto elevato - della ceramica orientale, dall'altra inserirsi
con profitto in un prodotto alla moda diffondendone a largo raggio
e con molto minor spesa l'immagine. Nell'accordo che il 20 aprile
del 1530 i principali maestri faentini della corporazione dei
maiolicari fanno davanti al notaio Nicola Torelli, si trova che
gli "scodellini a porcellana" si debbono fare "soldi
4 al cento", il prezzo più basso della serie dei prodotti.
Questo conferma che il tipo era corrente, a buon prezzo e molto
diffuso.
A confronto gli esemplari dell'eletto istoriato del cosiddetto
"stile bello", oltre che a non avere preminentemente
destinazione d'uso se non quello d'oggetto d'arte e d'arredo,
pur riflettendo una osmosi sempre più diffusa tra le arti
e specie con la pittura, per il tramite dell'incisione che con
la recente scoperta della stampa s'andava diffondendo sino a divenire
un vero e proprio mercato della riproducibilità dell'arte,
rimanevano un prodotto d'eccezione e riservato veramente a pochi.
Nello stesso tempo svariati sono i tipi e notevolissima appare
anche la produzione - considerata la percentuale sul resto del
vasellame di scavo, emerso dal sottosuolo del centro storico di
Faenza - di tondini, taglieri, ciotole, scodelle, piatti e piattelli,
fiasche, vassoi, albarelli, brocche con decori policromi a festoni,
grottesche, frutta, fiori, fogliami e geometrizzazioni sull'azzurrino
o turchino, il cosiddetto "berettino", di varie tonalità
del fondo.
Da questo momento inizia a diventare veramente arduo poter stabilire
le varietà delle forme quando, con gli esemplari del cosiddetto
"stile fiorito pare diffondersi per la modellazione l'uso
degli stampi come per le fruttiere - le cosiddette "crespine"
- spesso ornate al pari di albarelli e vasi di varie dimensioni
a "quartieri", e cioè disegnate a sezioni dai
fondi diversamente colorati l'uno dall'altro con sovrapposti fogliami
o grottesche. Nel contempo, come produzione più corrente,
appaiono i servizi da tavola per gli ordini monastici dalle brocche
alle scodelle ai piatti di varie forme e dimensioni, ornati a
geometrizzazioni, a girali, raggiere, fogliame stilizzato e a
foglie d'ulivo, le cui tipologie permarranno a lungo e in qualità
anche scadente sino al Seicento.
Metà Cinquecento
Verso
la metà del Cinquecento avviene nella produzione ceramica
faentina una novità di eccezionale rilievo. È l'adozione
dello smalto bianco come dominante - diciamo così - coloristica,
mentre la tavolozza policroma sinora squillante per tonalità
si riduce a poche tracce rapide, diluite di turchino, giallo e
arancio, sia nelle scene che rinnovano l'"istoriato"
sia nei motivi ad amorini, a stemmi e a fogliame, nei modi denominati
da Gaetano Ballardini "del compendiario" e cioè
a disegno sommario. Ma al solo "bianco allattato" come
lo definisce Cipriano Piccolpasso, il didascalico cinquecentesco
de Li tre libri dell'arte del vasaio, spesso si limita la realizzazione
d'interi servizi. Giorgio Vasari, nelle Vite, del Verrocchio,
di Girolamo della Genga e di Battista Franco scrive:
"... le migliori terre e più belle sono quelle di
Casteldurante e di Faenza che per lo più le migliori sono
bianchissime e con poche pitture e quelle nel mezzo o intorno,
ma vaghe e gentili affatto...".
A questa produzione d'impronta preindustriale, che si protrarrà
fino a tutto il Seicento, e le cui caratteristiche saranno adottate
da centri ceramici di gran parte d'Europa, si deve soprattutto
la grande notorietà di Faenza e l'adozione del termine
faenza = faïence per quel tipo di prodotto tout-court. E
ciò a tal punto che spesso nei documenti d'archivio di
varie regioni italiane si è portati a confondere i prodotti
con la città romagnola o coi suoi vasai, quando sono citati
i faenzari, la faenza o le faenze.
Quali alchimie fossero alla base di un tale risultato tecnico
e formale, è detto da Carlo Grigioni nel libretto La bottega
del vasaio del bel tempo:
"Così dunque si è ottenuto il marzacotto o
fritta, che, mescolato nelle debite proporzioni allo stagno ossidato
e al piombo darà, con la cottura, il bianco opaco, lo smalto
stannifero che caratterizza la vera maiolica" (in Faenza,
1937).
È questa una delle preparazioni più delicate, la
fondamentale anzi in tutta la lavorazione della ceramica. Dell'importanza
che vi annettevano le fabbriche faentine ci è stata conservata
una rara, preziosa testimonianza in un contratto del 20 febbraio
1540, col quale la direzione di una delle maggiori fabbriche faentine
- e precisamente quella di Francesco Mezzarisa - si assicura,
per la durata di cinque anni, l'opera di uno specialista, cioè
del faentino Maestro Pietro di Francesco Zambalini. Egli lavorerà
per questa sola e non per altra fabbrica e suo compito sarà
quello di "concordare" tutto il colore bianco del quale
avrà bisogno per tutto quel tempo l'officina del Mezzarisa.
Si tratta di una fabbrica delle più produttrici di Faenza,
e il lavoro dello Zambalini non doveva essere una sinecura. E
non era nemmeno troppo lautamente compensato, perché riceveva
non più di trenta lire l'anno.
"Concordare il bianco", cioè fare, come si esprimevano
i maiolicari del Cinquecento, l'accordo del piombo e degli altri
componenti con lo stagno. E che si tratti di operazione delicata
e fondamentale lo dice esplicitamente il Piccolpasso, per il quale
la riuscita
"nasce dal buon governo di chi l'ha nelle mani e soprattutto
- egli aggiunse - io lodo il cuocere due volte il suo accordo".
Anzi la preparazione dello smalto stannifero, cotto, polverizzato
e trasformato in poltiglia per immergervi il biscotto è
così essenziale che passa in seconda linea la stessa preparazione
dei colori.
Se dunque alla base di quella che è stata definita da Giuseppe
Liverani la "rivoluzione dei bianchi" è una estrema
capziosità di sperimentazione tecnica - forse non scevra
dall'influenza e competitività col candore e la trasparenza
delle porcellane orientali che sempre più si diffondevano
in Europa, e di cui in Italia vanamente si cercavano proprio in
questo lasso di tempo nelle Corti e nelle officine i segreti -
con essa le varietà delle forme
divengono innumerevoli.
Inizio Seicento
Col
procedere del tempo e fino a gran parte del Seicento, per l'influenza
del Manierismo prima e poi del Barocco, si trovano fra l'altro:
crespine abborchiate, sbalzate e traforate, piatti e conche lisce
o modellate, saliere le più curiose, versatori bizzarri
modellati a figure antropomorfe e zoomorfe, lampade a sospensione,
calamai monumentali del tipo "microarchitetture", vassoi,
anfore, salsiere, catini, vasi da farmacia, rinfrescatoi per le
bevande, trofei a forma di obelischi, catini da barba, fiasche
sul tipo di quelle da pellegrino, e così via. Spesso tali
oggetti recano stemmi gentilizi o prelatizi, e sul retro la sigla
della fabbrica che peraltro è riscontrabile anche nel vasellame
non decorato a policromia.
Dello stesso spirito dei "bianchi", nel Cinque e nel
Seicento, sono poi i capi in smalto turchino intenso, con le 176
mezzette e mezzettine (boccali) che a Virgiliotto avevano commissionato
le suore di San Vitale di Bologna, dello stesso tipo che, a leggeri
decori di foglie con le iniziali di religiose, si trovano nelle
raccolte del museo faentino.
Verso la fine del Cinquecento si diffonde poi il genere della
targa devozionale, soprattutto a "faenza" dipinta in
policromia nel genere "istoriato" ma anche modellata,
di larghissima diffusione nel XVII secolo soprattutto nella città
e nel contado faentino e che venivano inserite in facciate sopra
le soglie di case e palazzi, ma anche da conservare in casa come
oggetto devozionale.
Fine Seicento
Quando
le sorti della ceramica 'fine' faentina sembravano quasi segnate
verso la fine del Seicento per una serie complessa di ragioni
socio-economiche (mentre la pignatteria comune e i vari contenitori
in terracotta, come i grandi vasi da bucato, continuavano a essere
prodotti, ma in economia chiusa, come indica sin dalla metà
del XVII secolo la fabbrica di Giovanni Regoli, che i discendenti
continueranno a gestire per circa un secolo aggiungendovi anche
la produzione della maiolica di pregio, con Antonio Maria pronipote
di Giovanni), avviene un altro fatto di grande rilievo.
I rappresentanti della nobiltà faentina si erano un po'
sempre adornati in società e nelle Corti, in diplomazia,
della maiolica pregiata che si produceva nella loro città
d'origine. E così continua ad avvenire anche nel Seicento,
pur con l'assottigliamento delle botteghe e degli artigiani. Nel
1667, per esempio, Francesco Rucellai da Firenze richiede al conte
faentino Giovan Battista Laderchi
"... due finimenti da tavola di piatteria di maiolica puri
senza arme però della più bella e fine che si facci;
et in particolare quel finimento che deve andare a Malta".
E ancora nel 1668 e nel 1670 quando Fabrizio Laderchi, gentiluomo
alla corte granducale di Firenze, scrive al padre Giovan Battista
per richiedere la maiolica ordinata da un certo Cavalier Carducci,
e ne ordina altra per un suo amico; mentre nel 1679 scrive sempre
da Firenze al fratello Camillo che:
"Il signor Principe mi comanda che io le faccia fare i 'vasi
di maiolica conforme la congiunta mostra' e con la maggiore sollecitudine
che sia possibile. I grandi vasi da spetieria si son fatti altre
volte, ma vi vuole a tutti i loro coperchi fatti in maniera che
turino bene la bocca del vaso. Quelli da zucchero rosato m'imagino
che il maestro saprà come vanno, et anche quelli da agro
de cedro; le cattinelle col pippio mezzane e l'altre pure liscie
senza cosa alcuna, onde procurate che Sua Altezza resti servita
presto e bene. I vasi da zucchero rosato e quelli da agro de cedro
procurate che abbino l'orlo della bocca arricciato, accio' si
possa legarvi attorno la carta pecora...".
Sarà proprio una famiglia comitale faentina che, all'inizio
senza quasi un preciso disegno e non diversamente interessata
dei Laderchi alla maiolica indigena, le ridarà ampio respiro.
A causa di un grosso credito, la famiglia faentina dei conti Ferniani
acquistò nel 1693 un'officina in crisi, ma che giungeva
da lontano.
"Dagli Accarisi ai Ferniani attraverso Francesco Vicchi (1589-1644)
e i "Giorgioni" (1645-1693) - come scrisse Gaetano Ballardini,
e che - ... forma il ponte di passaggio più noto, almeno
sulle carte, fra gli eredi diretti del secolo XVI e i figuli successivi,
che dovranno poi, nel luogo stesso e con gli stessi attrezzi...
affidare la rinomanza della maiolica faentina alla casa patrizia
dei Conti Ferniani, che la porteranno fino ai dì nostri...",
e precisamente fino alla fine del XIX secolo.
Inizio Settecento
Se
nei primi anni della conduzione e proprietà Ferniani venivano
ripetuti con gli antichi stampi tante forme e ancora decori nei
caratteri del "compendiario" e dei successivi sviluppi
seicenteschi, ben presto, e sin dai primi decenni del Settecento,
la produzione venne radicalmente rinnovata. Si sa bene con i criteri
odierni dell'industrializzazione che cosa significhi rinnovare
la produzione. Per i Ferniani si trattava di ridare volto nuovo
all'azienda, e trattandosi di nobiltà non provinciale,
per tutto il XVIII secolo la fabbrica marcerà a livello
europeo, ricettiva a tutte le novità d'oltralpe fino all'Inghilterra,
e per questo tramite alle mode che venivano dall'Estremo Oriente.
Dapprima coi "blu e bianchi" richiamanti quelli d'Olanda
e di Francia specialmente, e coi monocromi in turchino, violaceo,
giallo e verde, in ornati a peducci e a rocaille su forme spesso
dei grandi piatti umbonati, vassoi e catini d'antica tradizione,
ma anche in quelle nuove rococò.
I servizi da tavola s'arricchiscono via via di decori policromi
a "fior di patata", a "mazzolino", a "paesino",
a "macchiette", a "rovine", a "bouquets"
e infine a "fiorazzo" che è una interpretazione
vernacolare dei repertori provenienti dalla maiolica e porcellana
europea e dalla porcellana orientale. Quest'ultima influenza soprattutto
le "cineserie", i motivi al "casotto" o alla
"giapponese", quelli cosiddetti al "garofano"
o della "porcellana nuova", denominazione legata esclusivamente
al decoro e non ai materiali della porcellana vera e propria,
che Faenza non ha mai prodotto benché i Ferniani vi fossero
tentati senza esito grazie a un tecnico transfuga dalla fabbrica
fiorentina dei Marchesi Ginori. Imitazioni della porcellana europea
si hanno specialmente coi trionfi da tavola, i trompe-l'oeïl,
i gruppi di figurine galanti e di carattere mitologico, le confettiere
e i pillolieri. A proposito di alcuni almeno di questo tipo d'oggetti,
è da ricordare il loro uso in occasione di una visita a
Faenza della regina Maria Amalia Walbruga nel 1738, quando si
recava a Napoli per incontrare suo marito Carlo III di Borbone.
Nel volumetto che gli Accademici Filoponi pubblicarono a ricordo
dell'avvenimento sono descritte le maioliche che adornavano le
mense del convito:
"le rose, i gelsomini, le viole, l'orrido cardo, il cocomer
pingue, gli asparagi e le frutta e cento e cento pomi diversi,
il mozzo capo di dentato cinghial, e le caccie, le ninfe e i pastor"
quali centri tavola.
Meta Settecento
Un'imitazione
più pertinente per quanto sempre 'esteriore' della porcellana
orientale dell'epoca si ebbe tuttavia, nella seconda metà
del Settecento, con l'adozione del "piccolo fuoco" o
"terzo fuoco", tecnica che consente l'uso di una tavolozza
assai ricca che non resiste alle temperature di fusione dello
smalto, e richiede quindi una terza cottura dell'oggetto a fuoco
meno intenso. Si accrebbe così in breve la ricchezza della
policromia ornamentale, nelle forme e nelle sagome tipiche dell'epoca,
come nei servizi da tavola con zuppiere, servizi da caffè,
tazze da brodo e da puerpera, versatori, anfore ornamentali. Di
lí a poco, tuttavia, in età neoclassica, verrà
recuperato specie nei servizi da tavola un carattere contenuto
sia nelle forme sia nelle decorazioni, nel rapporto equilibrato
fra il bianco dello smalto, la linearità delle forme, e
il sobrio cromatismo di motivi come quelli alla "ghianda",
alla "foglia di vite" che si ritrovano nella scuola
dei decoratori di Felice Giani operante nei palazzi dell'aristocrazia
faentina dell'epoca.
Fine Settecento
In
questo ambito è da situare l'introduzione negli ultimi
decenni del Settecento di un nuovo prodotto, la terraglia "all'uso
d'Inghilterra", dal corpo poroso e bianco o color avorio
che generalmente veniva invetriato.
Con questo materiale erano eseguiti servizi da tavola, oltre che
centri da tavola, gruppi plastici di tipo mitologico e vasi ornamentali.
Sulla terraglia generalmente lasciata al suo candore priva di
decorazioni - se si tolgono alcuni schizzi di paesaggini in bruno
o blu, o il modellato a intrecci, a foglie o a trafori - dalla
prima metà dell'Ottocento verranno applicate decorazioni
a decalcomania usate precedentemente in minor misura sulla maiolica
a "piccolo fuoco".
Inizio Ottocento
L'Ottocento
ceramico faentino, e soprattutto la seconda metà del secolo,
è conosciuto particolarmente per le opere di pittura su
maiolica e per le grandi opere plastiche di tipo robbiano, realizzate
dalle due maggiori fabbriche dell'epoca, la Ferniani e la Farina.
Un tipo di prodotto che, per quanto apprezzatissimo nelle grandi
Esposizioni internazionali, si staccava nettamente dal plurisecolare
"ductus decorativo" che per la massima parte aveva uno
stretto legame con l'oggetto d'uso. La ceramica faentina rimaneva
prestigiosa artisticamente secondo i criteri dell'epoca, ma perdeva
senza dubbio in produttività e in mercato considerata anche
la mancata modernizzazione degli impianti che non rendevano più
competitivo il prodotto.
Agli inizi dell'Ottocento "... la produzione ceramica contava
su una media di addetti piuttosto esigua: a distanza di un secolo
la Ferniani era passata da 30 a 20 operai, mentre le altre cinque
o sei fabbriche attive per un certo periodo agli inizi del secolo,
e che producevano il vasellame comune, il cosiddetto "bianchetto",
occupavano in totale poco più di una cinquantina di addetti,
facendo registrare un calo di un centinaio di unità da
pochi anni prima...".
Nell'ultimo decennio del secolo: "L'abbandono da parte della
famiglia Farina di quella fabbrica che aveva rappresentato, pur
tra i diversi sussulti di iniziative o progetti falliti, uno dei
fulcri della ripresa del prestigio della ceramica locale, non
fu che l'inizio di una nuova fase di declino; le tre ditte ancora
attive - Ferniani, Treré e Cooperativa Faenza (ex-Farina)
- riuscirono a sopravvivere per poco tempo.
La cessione poi della famiglia Ferniani, dopo due secoli di meritoria
e dinamica attività, dell'impresa e dei locali della fabbrica...
ebbe effetti quanto mai destabilizzanti anche se il 12 dicembre
1894 l'ultimo direttore prendeva in affitto i locali di Egeria
Schepens, vedova del conte Annibale, nell'illusione di poter salvare
la prestigiosa produzione.
La formula cooperativistica con la quale vennero condotte tutte
e tre le fabbriche...non riuscì tuttavia a sostituire adeguatamente
i capitali e l'iniziativa privata. Nel febbraio 1899 veniva tentata
una fusione dei tre stabilimenti in un'unica società con
una commissione di tre membri incaricata di sorvegliare l'azienda;
ma la forte passività dell'esercizio richiedeva la liquidazione,
peraltro temuta nel timore del disastro che avrebbe coinvolto
un centinaio di famiglie. Nella primavera del 1900 si giunse inevitabilmente
alla chiusura, con un preavviso di otto giorni agli operai..."
Fine Ottocento
Una
indagine sistematica d'archivio ha reso possibile - nel corso
degli ultimi decenni - una migliore conoscenza del fenomeno, che
peraltro condusse gradatamente a una grave crisi del settore verso
la fine del secolo.
Le vicende del secolo scorso sono alla base di un mutamento strutturale
del fenomeno ceramico faentino. Come s'è già accennato,
il concetto d'arte non è la stessa cosa del concetto di
qualità. Mentre lungo i secoli la consapevolezza della
qualità e il lungo travaglio tecnologico per raggiungerla
erano strettamente legati alla forma-funzione entro cui s'amalgamava
la cultura figurativa contemporanea, la sostituzione nell'Ottocento
del concetto d'arte come oggetto autonomo, 'inutile', da contemplare
tanto più negli exploit virtuosistici, non corrispondeva
in effetti più, per quanto se ne proclamasse la continuità
di livello, al ruolo che i vasai dal Medioevo al Settecento erano
consapevoli d'avere pur nel loro prevalente anonimato e forse
proprio per questo.
Inizio Novecento
E
la situazione è continuata nel nostro secolo. In neppure
un decennio di vita - dal 1900 al 1910 circa - chiusero due fabbriche
come quella dei Fratelli Minardi e quella delle Fabbriche Riunite
di Ceramiche che, oltre a produrre oggetti d'arte e d'arredo,
cercarono di promuovere una produzione d'uso per la casa e per
l'architettura. Esse, e i ceramisti che vi si erano formati, diedero
l'avvio da una parte all'atomizzazione di botteghe per lo più
a conduzione individuale che, a tutt'oggi moltiplicatesi, ripetono
in genere i moduli stereotipati delle forme e degli stili faentini
dei secoli passati, con grande attenzione alla qualità
materia e ornamentale ma nella scissione che pare incolmabile
con l'effettivo oggetto d'uso, per trasmutarlo in oggetto estetico
con mercato tutto sommato ristretto ed empirico, spesso bottegaio;
dall'altro diedero struttura ai laboratori dei ceramisti-artisti
che nell'autonoma 'gratuità' delle loro ricerche e risultati,
sono un fenomeno che non esiterei a dire del tutto nuovo rispetto
alla tradizione, e che di fatto s'inseriscono nelle varie espressioni
dell'arte contemporanea.
In questa situazione, proprio all'inizio di secolo, sorgeva il
Museo delle Ceramiche, un museo-scuola che solo nella sua parte
più vistosa, quella storiografica, diremmo che rappresenta
un polo di autoriflessione e di autoanalisi: mentre nella parte
più critica, pur nel merito di conservare la memoria e
il patrimonio manuale stratificato in più secoli di esperienza,
può aver facilitato e incentivato la copia, la ripetizione
pedissequa e scolastica. In realtà un'epoca era davvero
finita, e il Museo con la sua stessa nascita sembra averla registrata.
Se il naufragio non può certo dirsi soltanto faentino,
ma investe antropologicamente l'intera nostra epoca, è
da attribuirsi al Museo il ruolo, da una parte, di aver contribuito
alla figura consapevole di un nuovo ceramista-artista, nel passaggio
dallo stato artigianale a quello artistico e industriale in cui
i materiali specifici sono sì essenziali in quanto li si
sceglie, ma non determinano più quella che è sempre
stata la figura e il comportamento tradizionale del ceramista;
dall'altra, quello di aver formato e di formare, con gli Istituti
didattici e di ricerca di sua emanazione, i tecnici del restauro
per la conservazione della memoria, e quelli per l'industria contemporanea,
che va dalla produzione di piastrelle e di materiale edilizio
con mercati a largo raggio a quello delle più sofisticate
applicazioni tecnologiche: l'informatica, la missilistica, la
bioceramica. La storia contemporanea della ceramica, anche a Faenza,
si dovrà dunque considerare basilarmente su tutt'altre
linee di sviluppo e caratterizzazione, da quelle che sono state
in tutti i secoli precedenti, e da cui Faenza ha tratto la sua
fama. Si tratta di capire quale nuovo tipo di ruolo debba determinarsi,
cercare di individuare il momento almeno in cui esso si è
consolidato soprattutto per il tipo di diffusione che ha avuto
e quello che dovrà avere: da un lato, l'artigianato tradizionale,
di copia, di riproduzione; dall'altro la ceramica d'arte prevalentemente
come fatto plastico, oltre che pittorico e decorativo; infine
il ruolo che la città ha di riflesso, come centro soprattutto
di formazione nell'industria della ceramica, specie nelle piastrelle
per l'edilizia, nei prodotti tecnologicamente avanzati.