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Dalla "Stanza commerciale" del 1908 alla "Sala delle Botteghe d'Arte Ceramica" *

La presenza degli artigiani, che con le loro botteghe da oggi si alterneranno nel Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza in uno spazio espositivo permanente, costituisce la naturale e corretta applicazione di uno dei principi dello Statuto Programma del 1908
( figg. 1,2 ).
Nel testo statutario, infatti, il  fondatore del Museo faentino, Gaetano Ballardini, si diceva convinto che un punto qualificante del Programma fosse l’istituzione di una “Stanza commerciale” per la promozione dell’attività delle botteghe ceramiche: le sue finalità, come egli chiariva sul fascicolo della rivista “Faenza” commemorativo del primo decennio del Museo, 1908-1918, erano quelle di “occuparsi di questioni relative ai mercati esteri di ceramica, segnalando i fabbisogni e i cambiamenti del gusto”; la Stanza “doveva raccogliere i fili delle richieste ed eventualmente rappresentare, col tempo, ufficialmente le fabbriche di ceramica di fronte all’estero, ricevendo e trasmettendo ordinazioni; doveva organizzare fiere periodiche e promuovere alle fiere estere la partecipazione delle ditte italiane; doveva dare consigli e schiarimenti commerciali e giuridici alle case di ceramica italiane, ecc.” (1).
Con l’incrollabile fede che animava i suoi propositi ideali, ma con una visione concretamente consapevole della realtà artigiana di quegli anni, il Ballardini si diceva fiducioso su ciò che Faenza e l’istituzione museale da lui fondata avrebbero potuto significare come richiamo per le botteghe per la loro promozione culturale e produttiva.
Per questa ragione, scriveva sempre nel 1918, “Il Museo non ha potuto sottrarsi ad un’attività che d’altronde era già prevista nel suo Statuto, cioè di promuovere con tutti i mezzi l’industria italiana delle ceramiche. E’ così che oggi la Stanza commerciale del Museo, di fatto, funziona già, e non si attende che la sua sistemazione finanziaria perché possa essere costituita anche ufficialmente” ( 2 ).
Ma due conflitti mondiali e i mancati finanziamenti impedirono l’attività della Stanza; è dunque trascorso quasi un secolo, dai pragmatici propositi del fondatore del Museo.
Un secolo, il ‘900,  che vide dapprima le botteghe decimate nel numero, scosse da una crisi di valori e contenuti che provocò anche notevoli ripercussioni economiche: la ceramica andava infatti affermandosi come pura materia d’arte e il ceramista era sempre più chiamato ad assumere un ruolo innovatore, attento ai movimenti dell’arte contemporanea.
Non per niente già con l’Esposizione Torricelliana, che si tenne a Faenza nel 1908 (figg. 3,4,5), il Ballardini acquisiva opere di manifatture e di ceramisti contemporanei, non solo italiani ma da tutta Europa: egli intendeva infatti costituire subito un terreno ricco di fermenti per le botteghe locali, ormai al bivio tra innovazione e tradizione, secondo i termini di un rapporto che il Ballardini stesso colse ideando il Museo come centro di documentazione e di studi non meno che come territorio di ricerca atto a rivitalizzare, all’interno delle sue strutture, una prassi consolidata dalla tradizione ma innestata sull’attualità.
A tutela delle botteghe e degli artigiani, ancora il Ballardini in una successiva occasione sosteneva l’opportunità di costituire un Sindacato, allo scopo fra l’altro vigilare sulla qualità della produzione invitando gli addetti “a riattingere ai vari filoni delle tradizioni locali o ad inventare del nuovo, e predisporre del campionari permanenti ed applicare la marca di controllo” ( 3 ), che oggi si può dire abbia trovato esecuzione nell’istituzione del marchio nazionale della ceramica, artistica e tradizionale.
Altri interventi a favore delle botteghe facevano ribadire al Ballardini il concetto che, ad esempio, “il nuovo nasce dal vecchio” ( 4 ); in  questo senso il “nuovo”, ancora grazie a lui,  si propone ininterrottamente dal 1938 tramite il Concorso internazionale della Ceramica: dapprima in edizione nazionale, fino al 1962, poi internazionale, dal 1963 al 1978, infine a scadenza biennale.
Il 1938 per le botteghe di Faenza è un anno da ricordare anche perché, nella Collana dei Cataloghi dell’Artigianato Italiano, esce il volumetto Ceramiche di Faenza, promosso dall’Ente Nazionale per l’Artigianato e le Piccole Industrie ( E.N.A.P.I. ) ( figg. 6, 7, 8 ); lì, in un’istantanea assai significativa, riconosciamo opere delle botteghe di Anselmo Bucci, Ceramiche Trerè, Fabbriche Ceramiche Farina, Gatti Riccardo, Melandri Pietro, Morelli Mario e Zama Aldo. La prefazione è del Ballardini, il quale descrive il quadro artigianale delle botteghe faentine con efficace metafora familiare: “è come se una bottega dopo l’altra abbian formato una sola immensa famiglia di artigiani, dove di padre in figlio quasi per lex sacrata sia stato tramandato il compito di condurre innanzi un lavoro in qualche modo comune”; davanti al nuovo saluta la ripresa innovativa “che si emancipa dai vecchi modelli, che applica nuove formule estetiche” ( 5 ). Il Catalogo, benché, per dichiarazione dello studioso, sia solo parziale rispetto alla produzione degli artigiani faentini, è in ogni caso esemplificativo ed emblematico rispetto allo sforzo, sempre in essere, di innestare l’innovazione sulla tradizione.
L’impegno a sostenere la cultura ceramica, è il caso di dire foggiata e sfornata dalle botteghe, in Ballardini è costantemente sentito; così anche successivamente, nel 1942, egli coglie l’importanza della collaborazione tra l’artigiano e l’artista, che definisce “opportuna, anzi desiderabile: sovente provvidenziale” ( 6 ) ; infine, a qualche mese dalla morte, nel 1952, in occasione di un Convegno Nazionale dell’Artigiano salutava la tradizione delle botteghe come “capitale spirituale” ( 7 ).
Nonostante il disastro che si era abbattuto nel maggio del 1944 sul Museo e sulle sue strutture, a seguito dei bombardamenti del secondo conflitto mondiale, la ceramica seppe risollevarsi: oltre al Museo rinascevano le botteghe distrutte o disastrate ( figg. 9, 10 ); il dopoguerra fu appunto in larga parte occupato dalla rinascita fisica e morale della realtà ceramica faentina, sia museale sia artigianale.
Ecco che verso la fine degli anni Sessanta si rimise in moto l’interesse per la tutela del lavoro delle botteghe anche attraverso l’istituzione di un marchio di qualità per rilanciare la ceramica. La cronaca di quegli anni, i passi, le aspettative e le spinte ideali si muovono attorno all’ “idea” di cercare di disciplinare la produzione della ceramica artistica e tradizionale e tutelarla, a patto che venissero attuate regole su criteri rigorosi, da applicarsi particolarmente nei luoghi dove soprattutto questa produzione si era sviluppata ed affermata nei secoli. L’azione venne intrapresa coinvolgendo personaggi di alto profilo professionale in campo giuridico e naturalmente non mancò l’apporto del Museo. Gli esperti furono chiamati ad esaminare il problema della “stasi di entità” delle botteghe, entro le quali oramai operava poco più di un centinaio di persone, e a discutere idee “della ceramica” con occhio disincantato e a suggerire quanto potesse essere valido per ridare nuovo impulso all’attività ceramica faentina.
Fu organizzato a Faenza un congresso dei Comuni di antica tradizione ceramica e fu costituito un Segretariato permanente degli stessi Comuni, con sede appunto a Faenza.
Le iniziative locali intanto si susseguono: nel 1972 nasce il marchio d’origine della ceramica di Faenza, per garantire “la provenienza e l’autenticità della vera ceramica di Faenza: il marchio inscrive in un ovale l’intestazione “Associazione Ceramisti Faentini” ( fig. 11 ) e riesuma come simbolo l’Astorre manfrediano rinascimentale, la cui immagine nel ‘900, oltre ad essere vivificata da talune botteghe, viene giudicata simbolo per antonomasia di riconosciuta “faentinità” nella copertina della rivista del Museo “Faenza”, voce ininterrotta degli studi ceramologici dal 1913 ad oggi.
Da queste premesse, nel 1977 nasce l’ Ente Ceramica Faenza ( 8 ), il cui marchio porta l’effigie della rinascimentale “Maria bella” ( fig. 12 ); esso saprà dare vita a numerose iniziative nel corso degli anni ’80, tese alla valorizzazione delle botteghe, quali, solo per ricordarne alcune che hanno visto coinvolto il Museo, i “Servizi da tavola” e i “Vasa medicinalia( 9 ).
L’Ente ebbe un suo Disciplinare, in ciò anticipando quanto prevede l’attuale legge 188/90: quest’ultima con la sua impostazione comunitaria unisce i Comuni di antica tradizione ceramica, quasi un moderno Statuto comunitario dell’Arte, alla fine di un percorso che a Faenza aveva premuto, lungo i secoli, sui Pubblici Poteri (Corporazioni, Anziani, Comune, Signoria, Clero, Consoli dell’Arte, ecc. ) e che ha premuto si può dire sino al presente alle spalle del moderno legislatore per esigenza vitale dell’artigianato della ceramica. Ed è per dare sostegno culturale al percorso plurisecolare della ceramica di Faenza e per sostanziare il suo Disciplinare, come da legge, che nel 1998 è stato pubblicato il volume Thesaurus di opere della tradizione di Faenza, organizzato sulle testimonianze disponibili nelle raccolte del Museo faentino, dal XIV al XX secolo ( 10 ) ( fig. 13 ).
Sulle condizioni create dalla legge 188/90 si è costituita l’Associazione Italiana Città della Ceramica, che si prefigge la valorizzazione e la conoscenza della tradizione ceramica italiana, attraverso le botteghe artigiane, opportunamente indivuate; in questo modo si è ottenuta la denominazione d’origine della produzione della ceramica artistica e tradizionale mediante l’attribuzione di apposito marchio ( figg. 14, 15, 16 ), in conformità a un disciplinare che definisce i caratteri fondamentali dei prodotti ceramici di ciascuna zona, con particolare riferimento a modelli, forme, stili e decori tipici ( 11 ).
Ma proprio nell’ ‘80 non va dimenticato che Faenza “in una sorta di implicita ammissione di debolezza”, organizza e partecipa a Manualità. Città dell’artigianato, con Gubbio, Venezia, Valenza e Volterra: in catalogo sono rappresentate unicamente opere d’arte se si escludono un piatto decorato “a garofano” e un servizio da tè per la produzione seriale. L’oggetto d’uso è eloquentemente assente. Da quella data ad oggi la situazione non è variata ma si è solamente protratta, intervallata da iniziative , convegni e incontri con progettisti che non sono riusciti a muovere le pedine di uno stato di stallo”; tanto è vero che “Nell’aver disatteso la ricerca su nuove tecniche e materiali e nell’avere interrotto una cultura di qualità artigianale della ceramica nel campo degli oggetti d’uso, si possono intravedere le cause principali della crisi di questo settore e non tanto nella concorrenza messa in atto dai settori industriali che avevano e hanno mezzi e fini ben diversi” ( 12 ).
Gli anni Novanta segnano un rinnovato interesse per la sorte dell’artigianato ceramico. A cominciare dall’esperienza “Artigianato e progetto a Faenza”, con l’obiettivo di richiamare ai valori  espressivi del passato quali elemento di supporto e stimolo per la progettazione, andando a collegare scuola e design ed individuando in quest’ultimo uno strumento contemporaneo per esaltare ed allargare le capacità produttive del mondo artigiano ( 13 ).
Contemporaneamente si assiste ad uno dei più interessanti tentativi di incrociare  esperienze tra le botteghe faentine e artisti non nati alla ceramica col progetto “Faenza Anni Novanta” e relativa Mostra, dal titolo “L’apprendista stregone” e puntuale sottotitolo “Un progetto di innovazione basata sulla tradizione del decoro e dell’ornato nella maiolica faentina( 14 ) ( figg. 17, 18 ).
In tale occasione lavorando nelle botteghe ed inevitabilmente attratti dalla maiolica, come alma matrice in cui anche l’ “idea”  più innovativa poteva essere trasformata, tra empirico e tradizionale, gli artisti ospitati si sono mossi in una feconda prospettiva di ininterrotta pratica artigianale.
Il progetto vedeva il coordinamento dell’Agenzia Polo Ceramico, cerniera tra l’area di ricerca e quella della produzione, che, portando anche in Europa in forma itinerante selezioni di opere del Museo con selezioni di opere degli artigiani di oggi, promuoveva il lavoro e l’economia delle botteghe faentine. Tali Mostre itineranti erano state precedute da altre iniziative, vòlte allo stesso scopo e sorte sullo stesso modello culturale, varate precedentemente dal Comune, Ente Ceramica e Museo, che infatti hanno presentato le botteghe e la tradizione faentina in varie località europee, ma anche negli Stati Uniti e in Giappone.
Tra gli obiettivi del progetto c’era quello di mettere  in moto una nuova circolazione dei temi della tradizione, cercando anche di registrare un consumo meno passivo dei reperti del Museo o delle più care citazioni del passato normalmente proposte come “tradizionale” o, peggio, “imitazione”.
L’impatto col grande passato della maiolica faentina ha provocato reazioni mentali, stati d’animo e curiosità che hanno portato ad esiti di indubbio interesse e valore; è facile infatti riconoscere a colpo d’occhio in talune opere certe sottili allusioni, distillate o recuperate osservando acutamente modelli della tradizione: le svirgolature dei pampini della “foglia di vite”, lo stelo ad arco e la macchia rosso-lacca del “garofano” e le sgorbiature acide e nere delle “macchiette del Comerio”, ecc. ( fig. 19 ).
L’effetto dunque è stato quello di promuovere con l’aiuto di una visione più allargata, esterna, innesti nuovi su di un terreno di “stili” tanto abusato da rendere necessario sottrarre il “tradizionale” alle troppo facili soddisfazioni di gusto per l’oggetto ricordo così come ad una ossessione di novità non sufficientemente maturata, tale che “sovraccaricando il sistema” si rischiava di perdere “il sostegno del nostro senso dell’ordine” ( 15 ).
La problematica non poteva certo dirsi chiusa su questo fronte. Nuovi innesti di idee ed esperienze attraverso coinvolgimenti  di personalità extralocali, tesi al recupero del rapporto tra istituzione Museo e artigianato sono stati tentati ancora recentemente: ad esempio con tre Mostre di Enzo Mari, attraverso le quali si è voluto avviare una riflessione  sulle stesse funzioni e finalità dell’istituto museale di conservazione ed innescare un processo che investisse la produzione artigianale contemporanea. L’intervento di Mari si è articolato in tre momenti autonomi e distinti, ma unificabili, almeno concettualmente, nel sottotitolo del catalogo “Tra arte del progetto e arte applicata( 16 ): una mostra di presentazione del proprio lavoro con una sottolineata indulgenza verso i progetti ceramici, nei quali si può ammirare la geniale “utopia” di Mari; una selezione di pezzi del Museo additati come esemplari del suo “Piccolo Museo”, ovvero “indicare la qualità” attraverso un proprio personale contributo critico all’arte e alla cultura di una comunità ( 17 ); ed infine una proposta, sotto il titolo “I garofani sono peonie”, di elaborazione di uno dei motivi decorativi più riconosciuti e diffusi della tradizione artigianale faentina  ( fig. 20 ).
Dell’ottobre del 1995 è il Progetto “Per un incubatore per nuove imprese in connessione funzionale con il Museo Internazionale delle Ceramiche”, che mirava a predisporre strutture fisiche atte ad ospitare temporaneamente delle nuove imprese, offrendo loro  condizioni incentivate dei locali, dei servizi e in generale un supporto al primo sviluppo aziendale. Il luogo dell’ “incubatore”, secondo il progetto di ristrutturazione ed ampliamento del Museo, non ancora completato, troverebbe collocazione in una striscia articolata di volumi edilizi, chiamati “case comunali” ( fig. 21 ), poste accanto a San Maglorio, chiesa da tempo sconsacrata, spazio riservato per manifestazioni particolari di tipo temporaneo. Se si realizzasse, quest’area dovrebbe ospitare per periodo di uno-due anni giovani imprese che troverebbero aiuto organizzativo e utilizzerebbero la rendita di posizione dovuta al luogo. L’attività andrebbe sotto l’egida della direzione del Museo e sarebbe orientata fino a che non si realizzassero i presupposti economici e di padronanza del mestiere per rendere autonomi i giovani artigiani nell’affrontare da soli il mercato ( 18 ).
Ma ancora negli anni Novanta in seno al Museo le botteghe sono state coinvolte nel frattempo in vario modo: vanno ricordate, ad esempio, quattro edizioni a cadenza annuale di “Ceramiche in tavola( figg. 22, 23 ), in cui si chiedeva ai ceramisti faentini di interpretare i modelli per la mensa dal Rinascimento all’ ‘800 ( 19 ), secondo un’operazione che nelle intenzione non si doveva limitare solamente alla riproduzione dei modelli storici del Museo, ma intendeva costituire stimolo per creazioni nuove a partire dai temi della tradizione, cioè da antichi stilemi, mischiando in taluni casi le varie componenti con accostamenti anche singolari.
In ordine di tempo l’ultimo contributo significativo alle botteghe lo ha prodotto l’istituto dei Beni Culturali della Regione Emilia Romagna. E’ del 2000 una “Guida agli artigiani ceramisti”, indagine capillare delle botteghe presenti sul territorio della regione, delle quali Faenza ne conta da sola oltre cinquanta ( fig. 24 ): la Guida è quanto mai necessaria, “perché ricompone un paesaggio umano e tecnico di cui si conosceva solo qualche immagine” e vuole essere un invito “ad approfondire il dialogo tra la bottega e il museo, fra l’invenzione del nuovo e il senso del thesaurus( 20 ).
Nonostante tutti questi strumenti ed iniziative abbiamo precisa consapevolezza che questo nuovo innesto delle botteghe artigiane nel Museo non sarà operazione piana per nessuno e forse avrà bisogno di tempo per affinarsi. La tradizione, da cui a Faenza è difficile prescindere, continua ad essere un sistema di regole, di consuetudini, è la trasmissione del sapere artigiano, del piacere di lavorare un materiale come la creta: è comprensibile pertanto che un artigiano faentino stenti a concepire l’arte come creazione avulsa dalla storia delle abitudini, del mestiere esercitato su fogge utili, specie in una realtà che si alimenta su tanto prestigioso passato.
Ma niente impedirà di portare in questa Sala idee e proposte formali innovative producendole ancora mediante tecniche che affondano nella tradizione: dalla purezza primitiva della terracotta in avanti. Oppure di cogliere segni significativi del passato, icastiche unità decorative riconoscibili nell’antico repertorio tradizionale, ma rielaborati in un contesto di forme nuove, di sperimentazioni tecniche competitive, sostenute dal carisma dell’arte che unicamente dalla bottega e nella bottega possono ancora trarre origine.
Nel secolo appena concluso si è prodotta una selezione naturale, che ha dato visibilità artistica interessante solo a chi ha saputo conciliare tradizione di solido mestiere e innovazione creativa nell’ambito della propria bottega.
Ma tutto l’artigianato artistico della ceramica, si sa, ha bisogno di riqualificare e ridefinire il proprio ruolo, a partire da un’efficace politica culturale a tutto campo, cioè correlata a un’attività conservativa, didattica e museale, che metta d’accordo la tradizione locale e i suoi archetipi storici, la dinamica economica del disegno industriale e il maggior prestigio delle arti plastiche pure.
E’ sempre utile riflettere ed interrogarsi sul proprio passato, sulle sue svolte, specie quelle innovative tentate e compiute in seno alle botteghe. Il Museo in questo senso assolve alla sua funzione importante conservandone memoria e anche cogliendo i meccanismi atti ad incentivare quell’inevitabile passaggio verso un concetto della ceramica quale espressione del tempo, fulcro di propulsione rinnovatrice, punto nodale del corretto dibattito e rapporto con le istituzioni.
Abbiamo ben chiaro che non esistono modelli culturali efficaci e collaudati su cui potere  indicare come rimuovere le condizioni stagnanti dell’artigianato; tuttavia il problema dello status bifronte della ceramica contemporanea non poteva e non può continuare ad essere eluso.
A noi sembra che la tradizione nella sua accezione più alta e il futuro della ceramica di Faenza stiano ancora nella presenza delle botteghe artigiane che, sole, sono la tradizione stessa, e portano, sì, il peso di una storia plurisecolare, ma portano anche i tratti di una fisionomia moderna, vicina a noi.
Oggi, dunque, nel Museo la “Stanza commerciale” ideata da Ballardini riapre sotto la nuova denominazione di “Sala delle botteghe d’arte ceramica” ( fig. 25 ) e l’auspicio del fondatore si è fatto concreto: naturalmente in una forma che si presenta rinnovata sia nella struttura espositiva sia negli intenti programmatici, che, rispetto al Programma statutario del 1908, non mirano più a creare terreno di relazioni e trattative commerciali, che è appropriato rimettere ad altre realtà.
E non sarà certo l’ampiezza della Sala a determinare il valore delle opere o ad esaltare la personalità di una bottega: anzi, proprio lo spazio piuttosto limitato di cui possiamo disporre può giovare alla qualità della selezione concordata di volta in volta con le singole botteghe che si succederanno nel tempo, incentivandole, quando vedranno approssimarsi l’appuntamento col Museo, anche a produrre qualcosa per l’occasione, suggerendo magari a chi si applica quasi esclusivamente al tradizionale di tentare anche qualche saggio di elaborazione innovativa sull’antico o di pura invenzione.
Da questo momento pertanto l’impegno deve essere reciproco, un reciproco richiamo alle responsabilità di ciascuna delle parti: il Museo dovrà aprirsi sempre più alla legittima richiesta di collaborazione degli artigiani, dando loro tutto l’apporto tecnico-scientifico possibile e coordinando al suo interno una idonea azione selettiva, e le botteghe con la qualità delle loro proposte in questa sede prestigiosa saranno invitate ad onorare le volontà ideali dello Statuto e ad appagare l’impegno di chi da questo momento sarà costantemente chiamato a contribuire a questa esperienza, in una comune volontà di tenere alta l’arte della ceramica di Faenza, aggiornata ed innovata quanto basta per alimentare il fecondo bacino della sua riconosciuta tradizione ( fig. 26 ).

Carmen Ravanelli Guidotti

Note

13) Al progetto, sostenuto dal Comitato Regionale Emilia-Romagna Artigianato Artistico e Tradizionale e dall’ISIA di Faenza, collaborarono Ugo La Pietra, Cristiano Toraldo di Francia e Andrea Ponsi.

14)  Gli artisti ospitati nelle botteghe erano: Giorgio Griffa, Luciano Lattanzi, Plinio Mesciulam, Guido Strazza, Giuliano Della Casa, Pablo Echaurren, Dino Abidin, Ho-Kan, Raza, Bernard Dejonghe, Jorrit Tornquist, Dulio Carpitella, Guerriero Cortini, Daniela Caravita-Cristina Foschini-Elena Pagani Sebastian Matta