IL DECORO "A TROFEI" A PESARO FRA XVI E XVII SECOLO Alessandro Bettini

In questo secolo la storia della ceramica pesarese è stata caratterizzata da un oblio pressoché totale, intervallato da feroci quanto sterili polemiche su una improbabile e fantasiosa ipotesi di una via pesarese ai lustri eugubiní e derutesi. Ciò ha contribuito a far si che gli studiosi locali trascurassero le importanti produzioni trecentesche e quattrocentesche in un periodo storico in cui venivano privilegiati i lustri e gli istoriati.
Solo negli ultimi quindici anni, grazie a studi convergenti, che hanno portato alla pubblicazione della maggior parte dei documenti dell'archivio di Stato di Pesaro, inerenti i ceramisti operanti in città tra il XV e il XVII secolo da un lato, e a centinaia di frammenti ritrovati nel sottosuolo pesarese con convincenti rifermenti a capi supestiti dall'altro (1), si sta delineando una organica e oggettiva storia della produzione ceramica pesarese dalla seconda metà del trecento agli inizi del cinquecento.
A mio avviso manca ancora una approfondita indagine sulla produzione ceramica pesarese dagli inizi del cinquecento fino alla metà del seicento, periodo che coincide a grandi linee con l'unificazione della Signoria pesarese al Ducato d'Urbino attuato dai Della Rovere. Gli studi fino ad ora pubblicati hanno riguardato solo la produzione aulica dell'istoriato e per di più riferita quasi esclusivamente alla bottega dei Lanfranco o a singoli pittori maiolicari noti per aver siglato alcuni pezzi.
Solo Berardi (2) ha cercato di affrontare organicamente lo studio di tutta la produzione pesarese cinquecentesca, ma la vastità e complessità del fenomeno non hanno permesso, a mio avviso, quell'approfondimento che tale argomento necessita.
Come spesso avviene nella storia, le vicende politiche giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo e decadenza delle arti e delle attività economiche, e anche Pesaro non fu immune da questa regola.
Agli inizi del cinquecento le lotte intestine seguite alla caduta di Cesare Borgia, la morte di Giovanni Sforza, ultimo signore di Pesaro, la devoluzione della Signoria a Francesco Maria I Della Rovere e la conseguente guerra contro i Medici per la conservazione del Ducato prostrarono le attività economiche e artistiche della città. Anche la produzione ceramica che aveva conoscíuto il suo massimo splendore nella seconda metà del quattrocento subi un rapido e prolungato declinio che si protrasse fino all'inizio del quinto decennio del secolo. Di nuovo le vicende politiche determinarono, in concomitanza con altri fatti, la ripresa di una produzione ceramica qualitativamente elevata a Pesaro dopo il periodo di crisi.
Nel 1538 Guidubaldo II Della Rovere succedeva al padre nel governo del Ducato trasferendo di li a breve la corte da Urbíno a Pesaro.
Il trasferimento della corte ducale determinò un rinnovato fervore urbanistico e artistico che coinvolse anche la produzione ceramica pesarese.
L'arrivo di pittori maiolicari urbinati e soprattutto durantini si innestò in un tessuto ceramico profondamente radicato nella città dove operavano, stando alla supplica del 1532, almeno cinque botteghe distinte con soci e lavoranti: Bernardino Gagliardino, Ottavíano e compagni, Matteo e compagni, Baldassarre e compagni, Fabritio, Girolamo Lanfranco, oltre a tre botteghe nel contado condotte da Bonino, Giovanni e Godenzo boccalari e pignattari. Intorno al 1560 le botteghe in città secondo Bonali (3) erano almeno otto.
Una serie di coppe istoriate datate 1540 documentano l'inizio di tale produzione a Pesaro avviata o favorita dall'arrivo delle maestranze durantine e urbinati.
Lo sviluppo della bottega dei Lanfranco che per quasi cinquant'anni con Girolamo prima, e con il figlio Giacomo poi, farà da volano alla produzione ceramica pesarese, permetteva di affermare nel 1552 che a Pesaro Il si fanno vasi di ogni sorta e vasi istoriati belli e assai onorevoli".
Accanto alla produzione degli istoriati si riscontrano anche a Pesaro tutte le altre decorazioni allora in voga. Il sottosuolo cittadino ha restituito negli anni migliaia di frammenti in buona parte conservati presso il locale Museo Civico ove sono confluiti anche i frammenti raccolti e studiati da Berardi.
Tutte le tipologie decorative sono ben rappresentate nelle molteplici varianti: alla porcellana, alle verdure, a paesi, a ghirlande e frutti, a compendiaro, a grottesche, a Trofei.
Alcune decorazioni erano prodotte a Pesaro già alla fine del quattrocento, mentre altre sembrano prodotte solo dopo il 1540 circa. In particolare le decorazioni alla porcellana e a Trofei sono ben documentate a Pesaro già alla fine del quattrocento come si desume da vari frammenti ritrovati.
Il Passeri nel suo libro sulla storia della ceramica pesarese (4) ci fornisce una importante testimonianza della produzione "a Trofei" a Pesaro agli inizi del cinquecento. L'autore narra di come venne in possesso di una mattonella da pavimento proveniente dall'antica residenza degli Sforza, forse l'imperiale, mattonella nella quale era dipinto un trofeo e la scritta "4 gennaio 1502 in Pesaro".
Come osserva il Passeri si tratta della prima indicazione del luogo di produzione per una ceramica pesarese, data che ancora oggi, non mi risulta, sia stata anticipata da altri ritrovamento. E' molto probabile che la mattonella di cui ci parla il Passeri appartenesse alla tipologia che va sotto il nome di pavimento Saluzzo in quanto a Casa Cavassa ve ne sono alcune ancora in loco. Mattonelle di questo tipo, prodotte a Pesaro a cavallo tra quattro e cinquecento sono sparse in molti musei e collezioni private e provengono dalle demolizíoni ottocentesche di vari pavimenti a Pesaro e a Fano.
Tra le ventiquattro mattonelle conservate al Victoria and Albert Museum di Londra ve ne sono due decorate a Trofei [foto 1 - (non riprodotta)]. Si tratta quindi di una concreta prova di una precoce produzione pesarese a Trofei.
Un frammento ritrovato a Pesaro e ascrivibile al primo decennio del cinquecento presenta una decorazione alla porcellana con panoplie sempre in blu (foto 2).
Questi temi decorativi sembrano interrompersi bruscamente nel secondo decennio del secolo per le note vicende politico-economiche delineate precedentemente.
Bisogna attendere il 1550 per avere un'altra testimonianza sicura della ripresa della produzione a Trofei a Pesaro.
Il solito Passeri che con instancabile entusiasmo catalogava e studiava le ceramiche che ancora numerose a quei tempi erano conservate a Pesaro, ci descrive un piatto, cito le sue parole, "decorato di Trofei militari di chiaroscuro giallo che campeggiano in bellissimo fondo di zaffara". In una cartella vi era la scritta "Questo piatto fu fatto in la bottega de Mastro Baldassar Vasaro de Pesaro, e fatto per mano de Terenzio fiolo de Mastro Matteo Boccalaro" e in un'altra "1550 Terezio fecit". Purtroppo il piatto che all'epoca era conservato presso i frati Minori sembra andato perduto ma i documenti d'archivio confermano pienamente quanto riferito dal Passeri. Mastro Baldassarre Vasaro deve identificarsi con il ceramista Baldassarre figlio di Mastro Ranaldo Rufelli anche lui ceramista, titolare di una delle più importanti botteghe pesaresi dell'epoca. Anche Baldassarre conduceva in proprio una bottega nel quartiere di San Giacomo di proprietà dell'episcopio (5).
Il rapporto con Terenzio di Matteo è documentato proprio nel 1550 da un atto (6), in cui Baldassarre figura presente come testimone, mentre Terenzio di Matteo si dichiara debitore di tale Pietro Paolo di m. Battista, per dieci scudi causa mutuo.
Dai documenti dell'archivio notarile di Pesaro risulta che Terenzío è pesarese, figlio di quel Matteo di Terenzio Mattioli, ceramista già alla fine del quattrocento. Non ha una propria bottega ma presta la sua opera presso le più importanti officine e principalmente presso quella di Girolamo Lanfranco lavorando gomito a gomito con ceramisti durantini e urbinati.
Questo breve escursus sulla produzione ceramica pesarese tra quattro e cinquecento era necessario per inquadrare il problema e rendere meno asettica la trattazione della produzione a Trofei a Pesaro tra XVI e XVII secolo. D'altra parte mettere in dubbio un castello attributivo ormai consolidato dove Pesaro non ha mai avuto posto pur in presenza di una testimonianza certa come quella riferita dal Passeri, può generare velate accuse di campanilismo. Se esaminiamo, però, le prove materiali a favore di una esclusiva produzione durantina a Trofei dalla seconda metà del cinquecento ci rendiamo conto che sono veramente scarse al contrario di quanto avviene per la prima metà del cinquecento. Certamente il continuo flusso di maestranze di Urbino e Casteldurante che si innestano sulla tradizione ceramica pesarese potrebbe rendere arduo identificare la produzione a Trofei pesarese da quella durantina e urbinate ma, vedremo, che un'attenta analisi tecnico stilistica permette di enucleare dei gruppi omogenei probabilmente prodotti a Pesaro e in quantità ben maggiore che a Casteldurante.
A dir il vero la letteratura contemporanea e ottocentesca ha costantemente attribuito tutta la produzione a Trofei a Casteldurante senza, cercare di analizzare se nella vasta produzione giunta fino a noi, si potessero raggruppare delle "famiglie" da attribuire a centri diversi da Casteldurante dove certamente nella prima metà del cinquecento tale decoro ha avuto uno sviluppo notevole.
Sembra di assistere a quanto avveniva fino a qualche decennio fa per la produzione pesarese della seconda metà del quattrocento che veniva tutta, acriticamente, ascritta a Faenza. Già il Piccolpasso nel suo celebre libro sull'arte del Vasaio scriveva che le decorazioni a Trofei erano in uso dappertutto e che si producevano massimamente in tutto lo Stato di Urbino.
I frammenti ritrovati a Pesaro sono di tale abbondanza da far presumere una produzione locale elevatissima non spiegabile con improbabili e non documentate massicce importazioni, visto il prosperare delle botteghe locali.
Tutte le forme aperte sono ampiamente documentate con decorazioni a Trofei: ciotole, scodelle, piatti (foto 3-4).
Molto più rari i frammenti decorati a Trofei relativi a forme chiuse forse per un uso comune meno abbondante e una produzione indirizzata principalmente verso materiali di uso farmaceutico. Ciò è confermato dalle numerose brocche e albarelli ad uso farmaceutico giunti sino a noi con decori, appunto, a Trofei. Mi riferisco in modo particolare al cospicuo nucleo in cui è raffigurata l'allegoria della Fortuna a cavallo di un delfino, databile tra il 1579 e il 1580 e quello più tardo con la raffigurazione di un Angelo sul manico a nastro e le lettere C R D forse emblema della farmacia. Di quest'ultimo compendio farmaceutico un esemplare appartenente alla collezione Strozzi Sacrati ha fornito lo spunto per queste comunicazioni.
Come già osservato da Berardi nei frammenti pesaresi sono scarsamente rappresentate le decorazioni a Trofei con colori grigiastri, azzurrini e in ocra e giallo molto tenui tanto da far escludere una produzione pesarese per tali varianti. Anche in questo caso i documenti, la storia e i riferimenti materiali coincidono.
Si tratta, infatti, di varianti decorativi molto in uso nella prima metà del cinquecento a giudicare dalle date che si ritrovano su numerosi pezzi tanto che il piatto della collezione Forminca (7) [foto 5 -(non riprodotta)] datato 1541 viene già considerato un esempio tardo. All'epoca le fornaci pesaresi non sembrano aver ancora recepito i nuovi motivi decorativi e ripetono stancamente le decorazioni tardo quattrocentesche (foto 6-7). A mio avviso sono dignitosi esempi di sapore rinascimentale che non incontravano, però, i gusti della committenza raffinata e ricca indirizzata, ormai, verso istoriati, coppe amatorie, piatti a Trofei.
Per i motivi già esposti la situazione cambia radicalmente intorno alla metà del secolo.
L'enorme produzione a Trofei testimoniata dai frammenti ritrovati è caratterizzata, almeno fino al 1590, da costanti decorativi e tecnologiche.
Come già osservava il Passeri a commento del piatto datato 1550, la decorazione pesarese a Trofei si distingue per una intensa cromia giallo ocra dei Trofei su fondo blu intenso, graffiato da serpentine che scoprono il bianco dello stagno. L'impostazione grafica è alquanto sbrigativa ma non risulta improvvisata o indecisa (foto 8-9). Al contrario il disegno denota padronanza e sicurezza del tratto in linea con quella scuola pittorica che permette spesso di identificare la produzione pesarese di epoche precedenti rispetto a quelle di altri centri.
Un altro aspetto che ha caratterizzato la produzione pesarese già dal quattrocento è la presenza di una vetrina molto sottile. Anche i pezzi decorati a trofei non sono immuni da questo elemento tecnologico. I confronti con la produzione durantina vanno, quindi, riferiti a questi elementi.
Bisogna, osservare però, che a scapito di una letteratura copiosa sulla produzione durantina a Trofei, i reperti materiali là ritrovati sono scarsissimi e poco significativi. Il locale museo conserva meno di una decina di frammenti e altrettanti è stato possibile esaminare presso privati con la certezza che provenissero dal sottosuolo durantino.
L'esame di questo sparuto gruppo di frammenti ha comunque permesso di notare che nei decori a Trofei di probabile produzione locale, il giallo tende all'arancio e la vetrina è molto spessa tanto da presentare sovente vistose colature. Sono due caratteristiche mai riscontrate nei frammenti pesaresi.
L'esecuzione grafica risulta, inoltre, più accurata e calligrafica in linea con quel rigore formale che caratterizza i Trofei durantini della prima metà del cinquecento.
Se poi confrontiamo i frammenti pesaresi con alcuni pezzi decorati a Trofei di sicura produzione durantina della seconda metà del cinquecento, perché datati e firmati, le differenze sono di tutta evidenza.
Un raffronto importante può essere fatto con il gruppo di albarelli datati 1563 accomunati dallo stemma [foto 10 - (non riprodotta)] con una torre. Il giallo aranciato predomina e la vetrina risulta molto spessa.
A questo punto si pone il problema dell'attribuzione della farmacia della "Fortuna" [foto 11 (non riprodotta)]. Uno dei corredi farmaceutici cinquecenteschi più ricchi e affascinanti giunti fino ad oggi. Vari pezzi recano la data 1579 o 1580. La costante letteratura ha attribuito questa farmacia a produzione durantina ma per gli aspetti decorativi e tecnologici testè descritti, a mio avviso, dovrebbe essere attribuita ad una bottega pesarese.
Il disegno è libero e il tratto veloce perfettamente compatibile con i frammenti pesaresi.
Un frammento di brocca ritrovato a Pesaro con volto di fanciulla (foto 12) seppur più tardo mi sembra abbia delle analogie con la Dea Marina riprodotta in tutti i pezzi della farmacia.
La produzione pesarese a Trofei si protrae lungamente fino alla metà del seicento, testimonianza della fortuna che ha incontrato presso le botteghe locali. Nel primo decennio del seicento i colori ocracei diventano sempre più rossicci e carichi quasi marroni come testimoniato da un frammento datato 1609 (foto 13). La vetrina è quasi assente e il disegno spesso grossolano. Anche il compendio farmaceutico dell'Angelo [foto 14-15 - (non riprodotta)] datato 1614 è molto, probabilmente, di origine pesarese ed è uno degli ultimi esempi di quella splendida stagione della produzione ceramica pesarese.
Ad oltre trent'anni dalla farmacia della Fortuna la differenza nei materiali e nei colori sono evidenti. Il colore giallo ocra tende al rossiccio, la zaffera è più diluita e sbiadita mentre il giallo mantiene la tonalità dei decenni precedenti. I frammenti ritrovati confermano questa evoluzione (foto 16) a dimostrazione che la produzione seicentesca pesarese non era tutta così scadente, almeno nel primo quarto, come spesso è stato scritto.
Una evidente conferma proviene dal piatto decorato a grottesche [foto 17- (non riprodotta)] datato 1616 e illustrato da Wilson (8) di sicura origine pesarese per 1’ indicazione del luogo di produzione. I segni della crisi che colpirà tutta la produzione ceramica erano, ormai, alle porte e di lì a poco diventeranno evidenti e innarestabili. I materiali sono via via più scadenti, il blu praticamente scompare dal contesto decorativo e lo stagno è talmente scarso che per la prima volta da secoli i ceramisti pesaresi ricorrono all'ingobbio. Questa lenta decadenza è testimoniata da numerosi frammenti alcuni scarti di fornace (foto 18).
Si nota, ancora, qualche pezzo disegnato con più cura (foto 19-20) ma sono rari nel contesto dei frammenti studiati. La superficie non è Più decorata completamente a Trofei ma viene occupato solo il cavetto. Il blu zaffara è ovunque scomparso, sostituito dal giallo ferraccia di più facile reperimento e minor costo. Dai ritrovamento materiali risulta, come detto, che la decorazione a Trofei è l'Ultima a scomparire insieme a quella alle verdure, a ulteriore testimonianza della fortuna che aveva incontrato a Pesaro per quasi un secolo.
 

NOTE

(1) P. BERARDI, L'antica maiolica di Pesaro dal XIV al XVII secolo, Sansoni 1984.
G.M. ALBARELLI, Ceramisti pesaresi nei documenti notarili dell'archivio di Stato di Pesaro sec. XV - XVII a cura di P. Erthler, Bologna 1986.
A.BETTINI, Le maioliche della discordia, in "Ceramicantica" I-, 1992, 2, PP 13 - 18.
A.BETTINI, Le Ceramica a Pesaro tra il XIV e il XVII secolo in Fatti di Ceramica nelle Marche a cura di G.C. Bojani, Motta 1997.

(2) P. BERARDI op. cit.

(3) P. BONALI - R. GRESTA, Girolamo e Giacomo Lanfranco della Galicce, Rimini 1997 P 149

(4) G.B. PASSERI, Istoria delle pitture in majolica fatte in Pesaro, Venezia 1758.

(5) A.N.P., Notaio Vincenzo Gambaro 1538, c.n.n. 22 marzo 1538.

(6) A.N.P., Notaio Vincenzo Gambaro 1550, c.n.n. 14 luglio 1550.

(7) C. FIOCCO - G. GHERARDI, La maiolica rinascimentale di Casteldurante, Il lavoro editoriale 1997.

(8) T. WILSON in Fimantiquari, anno IV n. 7 pagg. 33-39.
 

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