QUALCHE PIATTO DERUTESE FRA CINQUE E SEICENTO
Il Professor Gian Carlo Bojani ci ha invitato, in vista di questo convegno, ad approfondire lo studio delle maioliche derutesi comprese nella collezione Strozzi-Sacrati, recentemente esposta a Faenza. Il tema è intrigante e ci costringe ad affrontare alcuni nodi cruciali nella storia della ceramica derutese: quello del lustro in rapporto alle produzioni degli inizi del Cinquecento e quello del compendiario e dei "bianchi" fra la fine del secolo e gli inizi del Seicento. Infatti, nella collezione sono presenti un piatto da pompa a lustro e tre ceramiche compendiarie, unalzata e due piatti ovali, con lo stemma Strozzi.
Rinviando per la loro dettagliata descrizione alla schedatura di Francesco Vossilla presente nel catalogo che ha accompagnato la mostra (Vossilla, 1998), tenteremo di cogliere dallesame e dalla comparazione di queste opere segni e indizi che meglio le contestualizzino, nellambito dellevoluzione della ceramica derutese fra il XVI e il XVII secolo.
Il piatto a lustro cinquecentesco con larcangelo Gabriele rappresenta un caso singolare, ma significativo, nella produzione rinascimentale derutese poiché lo stesso identico soggetto è replicato in almeno sette piatti di dimensioni simili e apparentemente dello stesso periodo (1). Oltre al piatto della Collezione Strozzi-Sacrati, infatti, sono noti altri sei esemplari rispettivamente collocati nel Metropolitan Museum of Art (Guaitini 1982, n.15), nel Musée du Louvre (Giacomotti 1974, n.599), nella Collezione di Stato Hermitage (Kube 1976, n. 46), nel British Museum (Wilson 1987, n.141), nel Museo Nazionale del Bargello (Fiocco-Gherardi 1990 n.18), nel Lyman Allyn Museum di New London (2). Ci è parso utile perciò effettuare una prima sommaria comparazione fra queste opere, purtroppo escludendo il piatto del Lyman Allyn non potendo disporre nei tempi previsti per questo contributo della riproduzione fotografica.
Nei sei piatti presi in esame, tutti eseguiti a lustro tranne uno policromo (Bargello), ricorre sempre nella decorazione qualche variante cosicché , pur essendovi fra alcuni numerose analogie, nessuno è perfettamente identico a qualche altro. La comparazione rivela, invece, la perfetta concordanza della figura dellangelo, talmente simile che è indubbio che sia realizzata a spolvero, come è evidente anche dal fatto che in due piatti (Bargello, British) il medesimo profilo viene rovesciato risultando la figura rivolta a destra anziché a sinistra. Benché si tratti indubbiamente dello stesso soggetto, questo viene descritto, nelle singole schede di catalogazione, talvolta genericamente come "angelo orante" (Metropolitan) o "adorante"(British) o semplicemente "angelo"(Hermitage) mentre in tre casi cè sostanziale concordanza nellidentificare il soggetto raffigurato con larcangelo Gabriele: "angelo dellAnnunciazione" (Louvre), "angelo annunciante"(Strozzi) pur con qualche riserva " probabilmente rappresenta lArcangelo Gabriele, da collocarsi "a pendant" con un altro piatto recante la Vergine Annunciata" come scrivono Fiocco e Gherardi (1990, p.38) a proposito del piatto del Bargello. Lincertezza è probabilmente dovuta sia al riferimento a diverse fonti iconografiche che alla stessa raffigurazione dellangelo che, come si vedrà in seguito, genera qualche dubbio nellidentificazione del personaggio.
Circa la fonte iconografica cè generale concordanza, infatti, nel ritenere che il soggetto sia tratto dalle figure del Perugino o del Pinturicchio. Dapprima De Mauri, che pubblica il piatto del Louvre (1924, tav.XL), nel notare la notevole somiglianza "con langelo dellAnnunziazione di Perugia e Spello" e crede sia un disegno "o del Perugino o del Pinturicchio". Kube (1976) lo ritiene nello stile di Pinturicchio e tratto dalla "Adorazione dei Magi". Giacomotti (1974) ne indica la derivazione da una figura dellincisione "Il Battesimo di Cristo" del veronese Girolamo Mocetto (1458 ca.- 1531 ca.), mentre Marabotti Marabottini (1982) lo giudica "una puntuale ristampa dellangelo in alto a destra nella pala con la Vergine in trono e i Santi Andrea, Ludovico di Tolosa, Francesco e Lorenzo, eseguita nel 1508 dal Pinturicchio e dalla sua bottega per la chiesa di S.Andrea a Spello"(pag.36). Fiocco-Gherardi (1990) riprendono questa versione, mentre Wilson (1987) ne indica genericamente la maniera del Perugino o del Pinturicchio e Vossilla (1998) riprende la interpretazione di Giacomotti, "cui pure vanno sommati i consueti abbellimenti di estrazione peruginesca" (pag.103).
Tuttavia la raffigurazione stereotipata dellangelo svolazzante, cui può essere genericamente ricondotto langelo dei piatti derutesi, appare un motivo ricorrente nella pittura umbra, con qualche precoce esempio toscano, fra la seconda metà del Quattro e i primi decenni del Cinquecento. La sua riproduzione, con diverse varianti nella posizione del capo e delle braccia, compare, infatti, su numerosi dipinti. Con maggiore frequenza in quelli del Perugino, come nota già Santi (1989, p. 102) a proposito della tavola "Madonna della Confraternita della Consolazione" (1496-98), oggi nella Galleria Nazionale dellUmbria, :" le figure dei due Angeli volanti, già edite dal maestro (o su suo disegno) circa quindici anni prima nel Battesimo della Sistina, saranno poi innumerevoli volte riusate dallo stesso Vannucci (e dai suoi seguaci), e già nella coeva pala di Bologna". Paiono, infatti, molto simili allangelo del piatto derutese quelli negli affreschi della Cappella Sistina eseguiti dal Perugino verso il 1480 con la collaborazione del Pinturicchio, che quelli nella Madonna in Gloria e Santi (1496), ora nella Pinacoteca di Bologna, o, più tardi quelli raffigurati nella tavola col Battesimo di Cristo della Pala di S.Agostino (1502-21), nella Galleria Nazionale dellUmbria e nella Madonna con i Santi Manno e Girolamo e donatori, ora nella Pinacoteca di Bettona, tavola dipinta dal Perugino verso il 1512.. In particolare gli angeli del Perugino mostrano maggiori analogie, nella disposizione delle dita e nella accartocciatura della veste di quanto non sia già nel pur somigliantissimo angelo della pala di Spello del Pinturicchio, prima ricordata. Ma lo stesso soggetto, con una diversa posa, è presente anche nellaffresco di Fiorenzo di Lorenzo raffigurante la Madonna dei Raccomandati (1476-81), nella tavola Nicchia di S.Francesco al Prato(1487) dello stesso autore e, benché poco leggibile a causa del pessimo stato di conservazione, nellaffresco Madonna con Bambino e due angeli a lui attribuito e ritenuto dellultimo decennio del Quattrocento (Santi 1989).
Il modello dellangelo svolazzante trovò successivamente diverse repliche ed imitazioni, almeno fino ai primi decenni del Cinquecento. Non meno somiglianti a quelli del Perugino e del Pinturicchio, infatti, paiono gli angeli, specie quello di sinistra, dipinti da Giovan Battista Caporali nella Pala di S.Girolamo (ca. 1512) e quelli presenti nella tavola Madonna con Bambino e Santi eseguita dal pittore Eusebio da S.Giorgio nel 1509. Anche nei dipinti di Raffaello si trova qualche esempio come nella Creazione di Adamo (1501), oggi nella Pinacoteca di Città di Castello o nella lunetta della Madonna di S.Antonio (1504 ca.) nella Collezione Morgan di New York. Qualche somiglianza anche negli angeli che compaiono nella Sacra conversazione(1506), originariamente nella chiesa di San Francesco a Montone, di Berto di Giovanni, allievo del Perugino e collaboratore di Raffaello e, infine, anche nella tavola con i Santissimi Quattro Coronati (1512), ora al Louvre, di Giannicola di Paolo.
Più vaga appare, invece, la somiglianza sia con langelo dellAnnunciazione del Pinturicchio nella Pala di S.Maria dei Fossi, oggi nella Galleria Nazionale dellUmbria, (1495 ca.) che nellAnnunciazione eseguita a Spello nel 1501 per la cappella Baglioni nella Chiesa di Santa Maria Maggiore. Anche in questo caso il modello fu più volte replicato come si vede, ad esempio, nella tarda ripresa sulla tela con lArcangelo Gabriele (1523), ora nella Pinacoteca di Foligno, eseguita da Lattanzio di Niccolò Alunno alla maniera del Pinturicchio (Gnoli 1980, p.182).
Limperfetta corrispondenza dellimmagine dellangelo annunciante tramandata nelle pitture con quella raffigurata nei piatti derutesi genera dunque qualche dubbio sulla certa identificazione di questultima con larcangelo Gabriele.
Nella maggior parte delle innumerevoli pitture con lAnnunciazione, infatti, langelo si presenta con la mano benedicente, talvolta a braccia conserte, ma non a mani giunte, se non fosse che altri elementi, come la costante presenza dellaureola, gli oggetti di volta in volta inseriti come varianti nella scena, quali il libro (Metropolitan, Louvre), la fontana (Louvre) il giglio recato dallangelo (Hermitage, British, Bargello) fino allo stesso sfondo paesaggistico, mostrano un sicuro riferimento ai temi iconografici che caratterizzavano, nella pittura, la raffigurazione più consolidata dellAnnunciazione. Infatti, già dal V secolo Maria è talvolta rappresentata intenta ad attingere acqua da una fonte; più tardi, dall'XI secolo compare l'iconografia della Vergine intenta alla lettura o alla preghiera con l'angelo che regge un ramo d'olivo o un giglio. Infine mentre l'ambientazione medievale è quella della camera di Maria, fin dal Quattrocento furono preferiti scenari aperti con ampi porticati e fughe su luminosi giardini. Tali elementi consentono perciò di superare ogni dubbio e identificare il soggetto raffigurato con larcangelo Gabriele che secondo il vangelo di Luca (I, 11) annunziò a Maria Vergine che da lei sarebbe nato il Messia. E perciò possibile che la raffigurazione facesse da pendant a quella della Vergine Annunciata, come sostenuto da Fiocco-Gherardi e recentemente da Vossilla (Vossilla, 1998) e come confermerebbe un piatto da pompa derutese a lustro, oggi nella Corcoran Art Gallery (Fiocco-Gherardi 1994, n.116), che porta una tesa decorata in modo molto simile a quelle della serie di piatti con langelo e dove è appunto raffigurata la Vergine Annunciata .
Ciò non esclude, viceversa, che la raffigurazione dellarcangelo Gabriele potesse avere una autonoma rappresentazione senza, perciò, fare coppia con un analogo piatto dedicato alla Vergine. Infatti, la presenza di molti accessori (il libro, la fontana, i raggi divini, la stessa postura in preghiera) che appartengono più al ricevente lannunzio che al messaggero renderebbe confusa e inintelligibile la rappresentazione in coppia. Pertanto la presenza di questi elementi va interpretata, a nostro parere, in senso metonimico sostituendo la raffigurazione della Vergine e assumendo così, indirettamente, una funzione di indicatori di identità dellarcangelo Gabriele (non il lettore del libro ad esempio, ma colui che sta accanto a chi legge il libro) che è il soggetto che il pittore vuole rappresentare e celebrare. Daltra parte va tenuto conto che alla figura dellarcangelo Gabriele era riservata unelevata venerazione e considerazione, legata non solo alla funzione di messaggero assunto nella narrazione evangelica, ma anche a quella, nella tradizione biblica, di ispiratore dei grandi profeti Daniele e Zaccaria. La sua considerazione giungeva persino alla religiosità musulmana dove è ricordato per aver rivelato a Maometto i precetti raccolti nel Corano.
Tornando allesame comparativo, dal punto di vista dellesecuzione, il più vicino allesemplare della collezione Strozzi-Sacrati è il piatto a lustro nel Metropolitan Museum of Art (Guaitini, 1982, n.15) che pare eseguito dallo stesso autore. Infatti, benché i contorni siano tracciati seguendo lo spolvero, il modo di evidenziare le pieghe dellabito con tratteggi ripassati, i dettagli delle ombreggiature o i contorni dei particolari che non possono essere trasferiti attraverso lo spolvero si rivelano analoghi, come si distingue bene nellombreggiatura del collo e nel profilo della bocca. Essendo poi evidente che lapplicazione della tecnica dello spolvero è limitata alla sola figura dellangelo, mentre sono realizzati a mano libera gli elementi di riempimento della scena, è significativo che vi siano diverse analogie: la presenza di un pavimento a quadri, le infiorescenze (una soltanto nel piatto del Metropolitan) e la cappella sullo sfondo a destra dellangelo. Analogo è anche il tratteggio di riempimento dello sfondo che nel caso del piatto della collezione Strozzi-Sacrati è meno apprezzabile a causa del restauro che ha occultato, probabilmente, alcune lumeggiature e forse anche i raggi divini visibili in alto nel piatto del Metropolitan e anche in quello del Louvre. Una stretta cornice squamata, con lievi differenze fra i due, separa la scena dalla larga tesa decorata in entrambi i casi a scomparti, ma con diverso andamento. Non è difficile riconoscere le stesse analogie e ipotizzare il medesimo autore anche per il piatto conservato nel Museo del Louvre, dove si aggiunge, sulla figura, una veste più elaborata nello scollo che porta un diadema a croce e sullo sfondo, in alto, una stella a sei punte mentre a sinistra sono raffigurati una fontana e un libro, questultimo presente anche nel piatto del Metropolitan.
Pur non escludendo che possano essere stati eseguiti dallo stesso pittore, i piatti dellHermitage, del British e del Bargello rispecchiano, invece, uniconografia più semplificata. La scena, infatti, èambientata in campo aperto con pochi elementi naturalistici: un dirupo (Hermitage, Bargello) presente anche nel piatto del Metropolitan; un alto fiore dallo stelo sinuoso posto di fronte al santo (British, Bargello) che nel piatto dellHermitage si riduce a cespuglio, ma che è già presente negli altri piatti in forma ridotta (Metropolitan, Louvre) o replicata più volte (Strozzi), mentre la figura è corredata da un giglio, aggiunto in modo posticcio e portato stretto sottobraccio (British, Bargello) o fra le mani in preghiera (Hermitage).
Merita qualche attenzione anche la esecuzione della stretta cornice che separa la scena dalla ricca decorazione della tesa che è sempre eseguita con un motivo a squame tranne che nel piatto del British che presenta una decorazione a corda e in quello del Bargello dove non vi è cornice, ma una serie simmetrica di elementi distanziali a piccole archettature in genere presenti sui piatti che hanno sulla tesa lo stesso motivo della ghirlanda "a corona di spine".
Salvo che nel piatto policromo del Bargello dove è presente una ghirlanda "a corona di spine", la decorazione della tesa è in tutti casi realizzata "a scomparti" in cui si alternano una serie di tre quadri (due nel piatto del British) rispettivamente con embricazioni e con un motivo floreale a foglie di acanto, separati da una serie di fasce di cui la più larga porta una serie di ovali, ma ciascuno con leggere differenze. Nel piatto della collezione Strozzi-Sacrati le embricazioni presentano una parte centrale bipartita in bianco e blu come nel piatto del Louvre e del British, mentre in quello del Metropolitan le embricazioni, di minore grandezza e con un puntino centrale, sono inquadrate entro una cornice. Nel piatto dellHermitage invece le embricazioni si presentano sovrapposte a squame in blu, bianco e oro. Il motivo floreale nel piatto della collezione Strozzi-Sacrati è rappresentato da una composizione con un fiore centrale ad ampi petali lobati su uno stelo corto e diritto a cui sono legate, con un nastro, quattro larghe foglie dentellate. In ciascuno dei piatti il motivo è eseguito in modo diverso: nei piatti del Louvre e dellHermitage il fiore è sostituito da un grappolo e il nastro da una collana di bacche; nel piatto del British è mantenuto il nastro, più stretto, ma il fiore porta al centro un pistillo, infine il piatto del Metropolitan ha un fiore rotondo che spunta da un esile stelo con sei grandi foglie contrapposte.
Le datazioni proposte spaziano in un arco temporale abbastanza ampio che copre lintera prima metà del Cinquecento, come nel caso del piatto del Metropolitan, anche se per il piatto del Bargello Fiocco-Gherardi indicano un generico e prudente XVI secolo suggerendo tuttavia, per lanalogia nella cornice "a corona di spine", un riferimento cronologico nel piatto con larme di papa Paolo III Farnese(1534-1549) collocato nel Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza (Fiocco-Gherardi, 1988 , n.193). Sono ulteriormente differenziate le datazioni indicate per gli altri esemplari: 1500-1540 per il piatto del British, primo terzo del XVI secolo secondo Giacomotti, tra il 1505 e il 1530 per Kube e, infine, una datazione più circostanziata, il 1530 circa, per il piatto della collezione Strozzi-Sacrati. Le difficoltà di datazione nascono, in effetti, dalla mancanza di riferimenti cronologici assolutamente certi nella produzione derutese che possano associarsi a questa tipologia. La datazione del piatto con lo stemma di Paolo III pare un elemento solo vagamente indicativo se si tiene conto che la ghirlanda "a corona di spine" è uno dei motivi più a lungo protrattisi nel repertorio dei pittori derutesi e che compare anche in uno scarto di fornace (Busti-Cocchi 1991) che porta incollati, per eccesso di cottura, alcuni piattelli di cui uno decorato con motivi in "bianco sopra bianco" e che di recente è stato scoperto il frammento di un albarello derutese, datato 1503, con tracce di decori in bianco sopra bianco (Busti-Cocchi 1996, n.9). Altro elemento di riferimento proviene da un piatto policromo, oggi nel British Museum (Wilson, 1987 n.199) con lo stemma di papa Adriano VI (1522-3), quindi databile con notevole sicurezza, la cui tesa porta un decorazione a scomparti dove si alternano embricazioni e infiorescenze abbastanza simili a quelle dei nostri piatti. Infine, considerato che la diffusione nella pittura della fonte iconografica parte dallultimo ventennio del Quattro fino al primo decennio del Cinquecento, e che nello stesso periodo sono documentati i contatti dei maestri derutesi con gli esponenti della pittura umbra (Busti-Cocchi 1997), questo periodo rappresenta anche quello più probabile in cui limmagine tratta dal dipinto possa essere giunta a una bottega o a un pittore derutese. Si potrebbe con qualche ragione intanto ipotizzare, in attesa di ulteriori conferme, che il periodo sensibile per la datazione più appropriata possa collocarsi fra la fine del Quattro e gli inizi del secondo decennio del Cinquecento.
Va, infatti, considerato che la indubbia produzione in serie del soggetto, dimostrata dalla stessa sopravvivenza di un discreto numero di esemplari, dallutilizzo dello spolvero e perfino dai segni di incollatura con altri oggetti che il piatto della collezione Strozzi-Sacrati porta nel retro fa pensare alla produzione di una fabbrica organizzata industrialmente e capace di elevati volumi. La stessa fabbrica è infatti in grado di produrre analoghe serie di raffigurazioni che hanno a soggetto "belle donne", "le stimmate di S. Francesco", "la sfinge con stemma", "il bimbo e la nutrice", le cui diverse e numerose repliche su piatti da pompa a lustro sono presenti in diverse raccolte pubbliche e private, e con cui la serie dellarcangelo Gabriele condivide le stesse decorazioni della tesa, il pavimento quadrettato, il paesaggio collinare e molti altri dettagli. Se sullautore lunico indizio diretto è rappresentato dalla sigla presente nel piede del piatto del British, interpretata con riserva da Wilson come "N" non essendo del tutto chiaramente intelligibile, numerosi documenti darchivio (3) hanno rivelato che nel periodo prima accennato la produzione del lustro, maiolica secondo la più antica denominazione, è già largamente e da tempo affermata e praticata da più di una fabbrica: sicuramente quelle dei Masci, dei Bianchi o Del Bianco, dei Mattioli, di Antonio di Agostino "Collemancio" e, forse, dei Mancini (4). In particolare, la prima testimonianza archivistica, un atto del 1496 (5), ricorda diversi esponenti dei Masci, tra cui Nicola di Raffaele che pare eccellere proprio nella produzione del lustro, tanto che nel 1510 si forma una apposita società "ad artem vasorem de maiolica", fra Pietropaolo, Francesco, Severo e Marcantonio Masci con Patrizio e Fabiano Bianchi, che affitta la fabbrica di Nicola dove verranno impiegati, oltre ai contraenti, ben undici pittori (6), impegnando inoltre il maestro a non lavorare la maiolica né in proprio né per altri per la durata di un anno. Ma nel 1523 Nicola è ancora attivo regolando un debito proprio con una fornitura di duecentosettantacinque conti di maiolica (7). Fra questi, forse, un piatto con larcangelo Gabriele.
La collezione Strozzi-Sacrati comprende tre "bianchi" anchessi di produzione derutese, ma di circa un secolo più tarda del piatto con larcangelo Gabriele. Si tratta di unalzata e due vassoi, di cui uno baccellato, appartenenti ad un unico servito, che doveva perciò comprendere un numero ben maggiore di pezzi (8), come indicano sia lidentica esecuzione della figura araldica sia la presenza delle cifre del committente ".O." ".S." affiancate allo stemma.
Non ci è stato possibile identificare a quale personaggio, fra i diversi rami della famiglia Strozzi, corrispondano le iniziali (9) e, quindi, chi sia stato loriginario proprietario del servito, ma nel corso della ricerca si è scoperta la presenza in Umbria di diversi esponenti della famiglia almeno a partire dalla seconda metà del Cinquecento (10). Sono, infatti, ricordati in un manoscritto (11) il questore pontificio Pietro Strozzi, la cui moglie Camilla Martelli scomparsa prematuramente fu sepolta a Perugia nella basilica di San Domenico il 6 agosto 1575 (12), e labate Filippo, sepolto nel 1609 anchesso in San Domenico. Ancora nel XVIII secolo gli Strozzi possedevano numerosi beni nel contado perugino come è riportato nel catasto del marchese Giovanni Battista Strozzi (13), mentre in precedenza, nel settembre 1623, al comune di Perugia erano stati accatastati i beni che la marchesa Maddalena Strozzi Salviati di Firenze (14) possedeva già da qualche anno a Magione e ad Antria (15).
Appare probabile perciò che proprio da queste presenze umbre della famiglia sia pervenuta lordinazione del servito ad un maestro o a una bottega derutese, la stessa probabilmente che eseguì, crediamo, per labate Filippo prima citato, unalzata compendiaria, oggi collocata nel Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza (Fiocco-Gherardi 1988, n.300), realizzata nello stesso stile del nostro servito e con lo stemma della famiglia accompagnato da un cappello verde vescovile (16). Lanalogia fra questa alzata e i pezzi del servito fanno propendere per una comune datazione che, se corretta lattribuzione dello stemma a Filippo Strozzi, non oltrepassa il 1609 confermando, almeno quale riferimento ante quem, la indicazione che Vossilla (1998) fissa negli inizi del XVII secolo. Indiretta conferma proviene anche dal recente ritrovamento nel butto del monastero di SantAnna in Foligno, di un "bianco" analogo ai nostri, un piatto con lo stemma della famiglia Cesarei e le iniziali ".G." ".C." che Biganti (1996, p.239) ritiene possano identificare Getulio Cesarei nobile perugino attivo agli inizi del secolo.
Nello stesso butto sono stati ritrovati numerosi frammenti di "bianchi" e la stessa tipologia con araldica è documentata da altri esemplari nel Museo di Faenza e di Deruta, che tuttavia non aggiungono altri elementi di identificazione e datazione.
Non è ancora , infatti, ben determinabile un arco di datazione della tipologia dei "bianchi" derutesi considerato che, più in generale, lo stile compendiario sembra fare la sua comparsa a Deruta a partire dalla seconda metà del XVI secolo, per poi interessare la produzione fino a quasi tutto il secolo successivo. E a questo proposito di un certo interesse un singolare documento darchivio risalente al maggio 1566 che registra involontariamente la comparsa di un nuovo stile a Deruta. Si tratta di una lettera (17) che un certo frate Girolamo invia al cognato, il vasaio derutese Rocco di Ventura, per procurarsi, fra laltro, una coppia di saliere "moderne" che si raccomanda siano fatte "da quel mastro che lavora in borgo" e di "qualche forgia nuova" che, dato il periodo, si può intuire intendesse in stile compendario. Tra i pochi esemplari datati del periodo si può trovare un primo esempio in un calamaio del 1576 (Guaitini 1980, p.87), oggi nel Museo delle Ceramiche di Deruta, decorato con una ghirlanda continua di foglie e frutti che è frequente osservare, con diverse varianti, su molti piatti e crespine derutesi che portano al centro la raffigurazione di figure allegoriche o di carattere sacro. In particolare la si vede sullorlo di una coppa, ancora riccamente decorata con scena amorosa, datata 1574 ed eseguita, secondo Fiocco-Gherardi (1994, n.184), nella bottega di Giacomo Mancini; poi in una crespina con limmagine di Santa Cecilia, conservata nel Musée de la Renaissance di Ecouen (Giacomotti 1974, n. 1188) e recentemente attribuita alle manifatture di Deruta da Fiocco-Gheradi (1988), datata 1587. La stessa ghirlanda è infine presente in unalzata , nel Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza (Fiocco-Gherardi, 1988 , n.282), analoga per forma e dimensioni a questa del servito Strozzi da cui differisce solo per il numero di increspature dellorlo. Infine, la tecnica di esecuzione in due fasi dellalzata che vede il piede e la coppa creati separatamente e incollati fra loro in seconda cottura per fusione dello smalto, fornisce qualche generica indicazione cronologica. Infatti, questo processo di lavorazione, che poteva diminuire il rischio di rottura nel corso della prima cottura, è puntualmente descritto da Piccolpasso nel suo noto trattato del 1558 circa (18).
Sembrerebbe, quindi, che i primi "bianchi" derutesi possano collocarsi negli ultimi decenni del Cinquecento, ma in quel periodo sono attivi a Deruta diversi maestri, cosicché è difficile identificare con certezza lautore del servito Strozzi. Tra questi, i numerosi esponenti della famiglia Mancini che potevano rappresentare i fornitori privilegiati dalla committenza più esigente. Infatti, nel 1583 il comune di Deruta commissionò a Filippo Mancini un servizio per Paolo Marforio, mentre analoghe forniture furono commissionate a Giovanni di Carlo Mancini per il cardinale Spinola nel 1584, ad Africano di Giacomo Mancini per monsignor Gloriere nel 1587 e, nel 1594, una credenza per "messer Pietro Zappolino di Spoleto" (19). Doveva essere, infine, un maestro apprezzato anche Mariotto di Tommaso Mancini, abituale fornitore tra la fine del Cinque e i primi anni del Seicento dellabazia di san Pietro di Perugia che gli commissionò verso il 1610 una credenza da donare al Cardinale Lante (Nicolini, 1980, p.32).
NOTE
Con la collaborazione di Lidia Mazzerioli e Clara Menganna per la ricerca archivistica.
(1) Fiocco-Gherardi, 1990, p. 38. a cui si deve la prima ricognizione comparativa sul tema.
(2) Citato da Fiocco-Gherardi, 1990, p. 38.
(3) Cfr. in particolare Biganti, 1987 e 1992. Altri documenti sono stati ritrovati negli archivi perugini da Lidia Mazzerioli e Clara Menganna, v. Busti-Cocchi, 1997.
(4) Cfr. Busti-Cocchi, 1997, p.66.
(5) Cfr. Biganti, 1987.
(6) Cfr. Biganti, 1987.
(7) ASPg. Notarile, not. Pierfilippo di Rubino, prot. 667, cc. 263v-264r.
(8) Un documento d'archivio settecentesco, relativo ad una fornitura nel 1787 della fabbrica di Gregorio Caselli, è indicativo circa la consistenza di un servizio da credenza derutese: "(...) 140 tondini, 12 fiamminghe tonde, 28 dette ovate, numero 6 piatti reali tondi per caponiera, numero 6 detti ovati, 4 detti ovati grandi per creme, 12 ovatini da rinforzo, 4 salsiere, 24 tondi per zuppe, numero 2 tarine grandi con piatti,,, numero 2 dette mezzane con piatti, 2 dette piccole con piatt (...)" (ASPi, Libri Economici, 82, pag. 41)
(9) Sono noti nel periodo: Orazio di Girolamo, vivente nel 1679; Orazio di Lorenze padre del principe Giuseppe, quest'ultimo vivente nel 1679; Orazio di Federico Carlo Cavaliere di S.Michele; Orazio di Rosso Cavaliere; conte Ottaviano di Francesco conte di Montalto; conte Ottavio di Massimiliano. (Gamurrini 1679).
(10) In precedenza è ricordato Tommaso di Marco di Rosso ambasciatore a Perugia nel 1367(Gamurrini 1679, p.98).
(11) ASCPi, Agostini E., Famiglie perugine, S2, c.221r. "Strozzi famiglia oriunda di Firenze. Abate Filippo sepolto nel 1609 in San Domenico". Pietro Strozzi tesoriere perugino e Camilla figlia di Martelli e moglie di Pietro fuit in San Domenico il 6 agosto 1575( )
(12) E ancora visibile nella basilica il monumento funebre che porta questa iscrizione: domine optime maxime camillae martellae Florentinae nobilitate, prudentia ac omnibus quae ingenuam decet mulierem virtutibus ornatissimae primo aetatis flore paucis diebus post partum ereptae petrus stroza florentinus pontificius perusiae et umbriae quaestor uxori carissimae multis cum lacrymis pos vixit annos XXII pbiit die IIII septembris MDLXXV. Successivamente Pietro Strozzi, con la seconda moglie Lucrezia Pitti, è ricordato a Perugia nel 1579 e nel 1582 (Fabretti 1892).
(13) ASPg, A.S.C.P., Catasti, III Gruppo, n. 99, cc.365r.-367v. Giovanni
Battista Marchese Strozzi, duca di Bagnolo e principe di Forano. 1715, luglio 15
Il marchese Giovanni Battista Strozzi, duca di Bagnoli e principe di Forano, tramite un
suo rappresentante chiede agli ufficiali dell'armario del comune di Perugia di volere
accatastare dei beni che ha acquistato con atto di pubblico notaio dal marchese Borbone,
ed essi sono:
un pezzo di terra lavorativo, per una terza parte pergolato, con piccola vigna e con una
torre in esso esistente, situato nelle vicinanze di Pieve San Quirico in vocabolo Il
Sansugo, confinante da due con vie, i fiumi Tevere e Rio, Vincenzo Pantani, della misura
di venti mine e mezzo stimato lire 2316 e 6 soldi; un pezzo di terra lavorativo con
pergole intorno, situato nelle stesse pertinenze in vocabolo Il Rio, confinante da due con
strade, il fiume Rio ed i beni della commenda di San Giustino, della misura di mine sette
e mezzo stimat lire 787 e 10 soldi; un pezzo di terra lavorativo, nelle stesse pertinenze
in vocabolo Il Campo del Cimello, confinante con i beni della commenda di San Giustino,
una via, i beni di Giulio Cesare degli Oddi, l'abbazia di Valle Ponte, dellamisura di mine
dieci stimato lire 1050; un pezzo di terra lavorativo con alcune pergole, situato nelle
dette pertinenze e vocabolo, confinante con una via, i beni di Giulio Cesare degli Oddi, i
beni di Masso alias il Moro Brunelli ed i beni dell'abbazia di Val di Ponte, della misura
di mine tre stimata lire 315; un pezzo di terra lavorativo con alcune pergole con le case
in esso esistenti, situato nelle pertinenze di Pieve San Quirico, in vocabolo Li
Schiattani, confinante da due con una strada ed il fiume Tevere, della misura di mine
ventiquattro stimato lire 2520; un pezzo di terra lavorativo con pochi alberi, situato
nelle dette pertinenze in vocabolo Le Masse, confinante da più lati con una via, il
fossato ed i beni dell'abbazia di Val di Ponte, della misura di mine ventuno e mezzo,
stimato lire 2257 soldi 60.
Beni situati a Castiglione Ugolino
Un pezzo di terra lavorativo con alcune pergole situato nelle pertinenze di Castiglione
Ugolino, parte in vocabolo Lo Spicchio, parte in vocabolo Campo dello Spedale, confinante
da più lati con una strada, il fossato Massaro, della misura di mine sedici, stimato lire
1680; un pezzo di terra lavorativo con una casa in esso esistente, situato parte in
vocabolo Lo Spicchio e parte in vocabolo L'Isola, confinante da due con una strada, il
Tevere, i beni della chiesa di San Giovanni, i beni di Fabrizio Neri, il fossato Massaro,
della misura di mine dieci e mezzo, stimato lire 1300; un pezzo di terra lavorativo ed in
parte pergolato, situato nelle dette pertinenze in vocabolo Li Loggi, confinante da più
lati con la strada e con i beni di Fabrizio Neri, della misura di mine nove, stimato lire
1057 e mezzo; un pezzo di terra lavorativo nelle dette pertinenze in vocabolo la Fornace,
confinante con il fiume Tevere,da più lati con una strada e e con i beni di Fabrizio
Neri, della misura di 9 mine, stimato lire 945; un pezzo di terra lavorativo con alcuni
alberi situato nelle dette pertinenze in vocabolo Val de Voce, confinante con la strada, i
beni di San Nicolò di Pretola, da più con i beni di Fabrizio Neri, della misura di mine
due, stimato lire 210; un pezzo di terra lavorativo situato nelle dette pertinenze in
vocabolo La Fornace, confinante con il Tevere, da più lati con una via e con i beni di
Fabrizio Neri, della misura di 9 mine, stimato lire 945; un pezzo di terra lavorativo,
pergolato, alberato, con casa in esso esistente, situato nelle dette pertinenze in
vocabolo Val de Voce, confinante da due con una strada, il fiume Tevere,i beni della
chiesa del castello e di Fabrizio Neri, della misura di mine quindici e mezzo, stimato
lire 2015; un pezzo di terra lavorativo con alcuni alberi, situato nelle dette pertinenze
in vocabolo Val de Voce o Le Greppe, confinante con i beni della chiesa del castello, da
più lati con una via, il fiume Tevere, i beni di Costanzo ... di Semonte e di Fabrizio
Neri, della misura di mine diciotto e mezzo, stimato lire 1942 e mezzo; un pezzo di terra
lavorativo, pergolato, alberato, con case, pozzo, forno in esso esistenti, situato nelle
dette pertinenze in vocabolo Casa dei Gaggi, confinante da più lati con strade, i beni di
Fabrizio Neri, degli eredi del capitano Livio Barigiani, degli eredi di Pietropaolo
Bartolini e di quelli infine della Sapienza Bartolina, della misura di mine 71, stimato
lire 9230.
Beni a Pietramelina.
Un pezzo di terra situato nelle vicinanze di Pietramelina in vocabolo il Fossato delle
Spaldine, confinante con il fossato, i beni della chiesa di Castiglione Ugolino, i beni di
Bertone Cacciavillani e di ser Giovanni Brunelli, della misura di mine due, stimato lire
260; un pezzo di terra lavorativo con alcuni olmi, situato nelle dette pertinenze in
vocabolo Cerqua d'Agliata, confinante con i beni di Cesare Danzetta e la strada, della
misura di una mina e mezzo, stimato lire 157 e mezzo; un pezzo di terra lavorativo situato
nelle dette pertinenze in vocabolo Noce Campana, confinante con una strada, il fossato, i
beni della chiesa di Castiglione Ugolino, di misura una mina e settantacinque tavole,
stimato lire 262 e mezzo.
Beni a Pieve San Quirico.
Un pezzo di terra con alcune pergole situato nei pressi di Pieve San Quirico, confinante
con la strada, da due con i beni dl Giulio Cesare degli Oddi, i beni di Matteo alias il
Moro Brunelli, della misura di mine due e tavole settantacinque, stimato lire 262 e mezzo.
Beni a Solfagnano
Un pezzo di terra lavorativo a grano in piano con alberi ed alcune pergole, con case,
pozzo, forno in esso esistenti, situato nel distretto di Solfagnano, in vocabolo il
Palazzetto, confinante con il Rivo e da tre con una strada, della misura di mine quattro,
stimato lire 420; un pezzo di terra lavorativo a grano e pergolato, situato nelle dette
pertinenze in vocabolo Sotto il Palazzo, confinante con i beni dell'accatastante, il Rivo,
i beni della pieve di San Quirico ed una strada, della misura di mine quattro, stimato
lire 220; un pezzo di terra lavorativo a grano in piano nelle dette pertinenze e vocabolo
Il Campo dell'Aia, confinante con i beni dell'accatastante, di Riffo di Sebastiano di
Cola, di Mone Baldini, di Giuseppe Antenori di Perugia ed una strada, di misura una mina e
mezza, stimato lire 157 e 10 soldi; un pezzo di terra lavorativo a grano in piano nelle
pertinenze del castello di Solfagnano, in vocabolo Il Campo dal Casalino, confinante con i
beni di Francesco di Tato di Ciano, di Mone sopradetto, e da due lati con quelli della
pieve di San Quirico, una strada, da due con i beni di Giuseppe Antinori, della misura di
mine tre, stimato lire 315; un pezzo di terra lavorativo a grano n piano nelle dette
pertinenze e vocabolo, confinante con i beni della pieve di San Quirico e di Mone
predetto, della misura di mine due, stimato lire 210; un pezzo di terra lavorativo a grano
in piano, situato nelle dette pertinenze in vocabolo La Stradella, confinante con i beni
di Giuseppe Antenori, da due lati con una strada, i beni di Mone di Battista e della
commenda di Sant'Egidio, della misura di una mina e mezzo, stimato lire 157 e 10 soldi ;
un pezzo di terra lavorativo a spelta, situato nelle dette pertinenze in vocabolo Il
Buschetto, confinante con la strada, il Rivo e da due lati con i beni della commenda di
Sant'Egidio, della misura di mine due, stimato lire 80; un pezzo di terra selvato, situato
nelle pertinenze in vocabolo Il Sodo del Buschetto, confinante con i beni del sopradetto
Francesco, della commenda di San Quirico ed i beni dell'accatastante, della misura di una
mina, stimato lire 15; un pezzo di terra selvato situato nelle dette pertinenze in
vocabolo La Selvetella, confinante da due lati con i beni della chiesa di San Silvestro e
da due con quelli del detto Francesco, della misura di una mina, stimato lire 15 .
Nel 1707 il 20 settembre su sua richiesta sono posti nel presente catasto i seguenti beni,
che prima erano in quello di Arciprete Ranieri, accatastato nella parrocchia di S. Lucia a
c. 286: il residuo e cioè una mina e tavole centoquarantadue di un pezzo di terra arativo
a grano, alberato e pergolato, situato nelle pertinenze di Pieve San Quirico, in vocabolo
la Fonte di San Gregorio, confinante da tre con i beni di Giuseppe Antonio Parli, il fiume
Rivo, della misura in tutto di mine tre, stimato detto residuo lire 248 soldi 1 e denari
48; un pezzo di terra arativo a grano e alberato, situato nelle dette pertinenze e
vocabolo, confinante con i beni di Giuseppe Antonio Parli, il fiume Rivo ed i beni della
chiesa di San Quirico, della misura di mine nove e tavole sei, stimato lire 949 e soldi 4.
(14) Una Maddalena di Alamanno Salviati, moglie di Matteo di Matteo di Lorenzo Strozzi è ricordata da Gamurrini (1679, p.82)
(15) ASPg, A.S.C.P., Catasti, III Gruppo, 99, cc. 296r.-299r. 1623
settembre, Perugia
Pandolfo Ondedei, a nome dell'illustrissima ed eccellentissima Maddalena Strozzi marchesa
Salviati di Firenze si presenta di fronte agli ufficiali dell'armario del comune di
Perugia ed esibisce un memoriale indirizzato ai priori da cui risulta che nell'anno 1618
per rogito di Loreto Persico notaio dell'A.C. e nel 1620 per rogito di Bernabeo Santucci
ha comprato da Luca De Vecchi, bergamasco, e dal conte Astorre Ranieri, di Perugia, alcuni
beni stabili posti nelle pertinenze di Antria e di Magione ed altri castelli vicini sotto
vocabolo La Rocca del conte Angelo et altre, come per mano di detti notai, e ne chiede
l'accatastamento per evitare che i lavoratori di detti beni siano continuamente molestati
dai commissari dell'armario.
Antria
un casamento o fortilizio chiamato la Rocca del conte Angelo, situato nelle pertinenze del
castello di Antria con gli infrascritti beni intorno e predi: un pezzo di terra vignato a
moscatello, nelle vicinanze di Antria in vocabolo la Rocca del conte Angelo, confinante
con una strada ed altri beni della marchesa in costa, della misura di una mina e mezzo,
stimato secondo la nuova tariffa lire 135; un pezzo di terra lavorativo ed alberato,
situato nelle dette pertinenze e vocabolo, confinante con il precedente pezzo di terra a
moscatello ed altri beni selvati dell'accatastante in costa, della misura di una mina e
mezzo, stimato lire 135; un pezzo di terra selvato con boschetto situato nelle dette
pertinenze e vocabolo, confinante con i beni della chiesa di S. Biagio e gli altri beni
sopra nominati, della misura di tre mine, stimato in costa lire 75; un predio lavorativo a
grano, olivato, cerquato , sterpato e nudo con casa, colombaio e forno in esso esistente,
situato nelle dette pertinenze e vocabolo Casa bianca con gli infrascritti pezzi di terra:
un pezzo di terra lavorativo a grano con alcune pergole intorno, situato nelle dette
pertinenze e vocabolo, confinante con da due con la strada pubblica ed i beni dell'abbazia
di Magione, in piano della misura di mine dieci, stimato lire 1500; un pezzo di terra
lavorativo a grano ed olivato, sempre nelle dette pertinenze, confinante con altri beni
dell'accatastante e con una via vicinale, della misura di mine cinque, stimato lire 550;
un pezzo di terra sodo, cerquato e sterpato, situato nelle dette pertinenze e vocabolo,
confinante con vie pubblice ed beni del vescovato di Perugia in costa, della misura di
otto mine, stimato lire 80; un podere lavorativo, alberato, olivato, sodo, cerquato e
sterpato, con casa e forno in esso esistenti, situato dette pertinenze in vocabolo Casa
Alta, diviso negli infrascritti pezzi di terra: un tenimento di un pezzo di terra in
costa, lavorativo a grano ed a biada, olivato, sodo, selvato e cerquato, situato nelle
dette pertinenze in vocabolo Casa Alta, confinante con la strada, il fossato de Valle de
Scanna, i beni della chiesa di S. Biagio, della chiesa di S. Severo di Perugia e quelli
del vescovato ti Perugia, della misura di mine trentatre, cioè mine quattro lavorate a
grano, altre quattro a biada olivate, ed il resto sodo, selvato e cerquato, stimato in
tutto lire 445; un pezzo di terra sodo, cerquato e sterpato nelle pertinenze del vocabolo
sopracitato, confinante con il fossato di Valle di Scanna, la strada, i beni della
famiglia Alessandri di Perugia e dell'abbazia di Magione, della misura di mine dodici,
stimato lire 180; un pezzo di terra patollato situato nelle dette pertinenze in vocabolo
Piano de Rance, confinantei beni della predetta abbazia e con quelli degli Alessandri di
Perugia, della misura di mine settantacinque, stimato in piano lire 42; un pezzo di terra
lavorativo a grano, pergolato in piano, situato nelle dette pertinenze e vocabolo,
confinante con i beni dell'abbazia predetta e degli Alessandri, della misura di tavole
settantacinque, stimata lire 75; un pezzo di terra lavorativo nudo situato in dette
pertinenze e vocabolo, confinante con i beni del vescovato di Perugia e la strada, della
misura di una mina in piano, stimato lire 120; un podere lavorativo, pergolato e nudo con
casa e forno in esso esistnti, situato in dette pertinenze in vocabolo la Casa del Piano
distinto negli infrascritti pezzi di terra, cioè: un pezzo di terra lavorativo,
pergolato, situato in dette pertinenze e vocabolo, confinante con la strada pubblica da
due, con i beni dell'abbazia predetta, ed altri beni dell'accatastante, della misura di
mine ventiquattro, in piano stimato lire 3600; un pezzo di terra lavorativo e pergolato,
situato nelle dette pertinenze in vocabolo il Piano delle Cornacchie, confinante con gli
eredi Barzi, i beni di Giacomo di Antria e del conte Montemelino, in piano della misura di
mine tre, stimato lire 525 ; un pezzo di terra lavorativo e pergolato, situato nelle dette
pertinenze e vocabolo, confinante con Cainella, la strada pubblica ed i beni dell'abbazia
predetta, in piano della misura di mine cinque, stimato lire 750; un pezzo di terra
lavorativo e pergolato, situato nelle dette pertinenze e vocabolo, confinante con altri
beni dell'accatastante e la casa del detto predio, i beni dell'abbazia predetta, di
Francesco Massolini ed una strada, della misura di una mina, stimato in piano lire 150; un
pezzo di terra lavorativo nudo, situato in dette pertinenze in vocabolo Il Piano delle
Cornacchie, confinante con i beni di Girolamo...., di Andrea di Sante, dell'abbazia
predetta, in piano della misura di una mina e mezzo, stimato lire 180.
Magione: Un pezzo di terra lavorativo a grano nudo situato nelle pertinenze di Magione in
vocabolo Piano de Rancio, confinante da due con i beni dell'abbazia predetta e quelli del
vescovato di Perugia, della misura di una mina e mezzo, stimato in piano lire 180; un
pezzo di terra lavorativo a grano in piano con alcune pergole in dette pertinenze e
vocabolo, confinante con la forma nuova, i beni di Adriano Montemelini di Perugia e la
strada pubblica, della misura di mine due, stimato lire 300; un pezzo di terra lavorativo
a grano, pergolato e moronato, situato in dette pertinenze in vocabolo Il Campo del Ponte,
confinante da due con strade e la forma, della misura di tre mine, stimato lire 450; un
pezzo di terra lavorativo a grano, nudo in piano, situato in dette pertinenze in vocabolo
Le Chiusure, confinante con i beni dell'abbazia predetta, di Orazio Venturini di Perugia e
con i fossato detto il Rio, di misura di mine una, stimato lire 120; un pezzo di terra
lavorativo nudo a grano in piano, situato nelle dette pertinenze e vocabolo, confinante
con i beni della detta abbazia, della misura di quattro mine, stimato lire 480; un pezzo
di terra lavorativo a grano nudo, situato nelle dette pertinenze e vocabolo, confinante
con il Rio, i beni della detta abbazia, di Cesare Mancini di Magione, della misura di una
mina e tavole trentasette e mezzo, stimato lire 150; un pezzo di terra lavorativo a grano,
nudo, situato in dette pertinenze in vocabolo Le Ferriere, confinante con i beni della
predetta abbazia, e da due con i beni degli eredi di Giulio Massoli, della misura di mine
due e mezzo, stimato lire 300; un pezzo di terra lavorativo a grano, nudo in piano,
situato nelle dette pertinenze e vocabolo, da tutti lati i beni della detta abbazia, della
misura di una mina, stimato lire 120; un pezzo di terra lavorativo nudo a grano, situato
in dette pertinenze in vocabolo Li Prati, confinante con i beni della detta abbazia e la
forma grossa, della misura di mine quattro, in paino stimato lire 480; un pezzo di terra
lavorativo nudo, situato nelle dette pertinenze e vocabolo sopracitato, confinante da due
con una strada pubblica e con i beni della predetta abbazia, della misura di mine due, in
piano stimato lire 240; un pezzo di terra arativo a grano nudo, situato nelle pertinenze
di Magione in vocabolo Li Prati, confinante con i beni della predetta abbazia, di
Francesco Galigiani, di Cecco Scarpella di Magione, ed una strada, della misura di mine
due e mezzo, stimato lire 300; un pezzo di terra arativo e nudo, situato nelle dette
pertinenze e vocabolo Le Chiusure, confinante con i beni dell'abbazia predetta, di Giulio
Montemelini e di Cecco Scarpella, della misura di una mina, stimato lire 220; un pezzo di
terra arativo e nudo nelle dette pertinenze e vocabolo, confinante con i beni dell'abbazia
predetta da due e con altri beni di Francesco di Castel Zocchi, della misura di una mezza
mina, stimata lire 60; un pezzo di terra arativo nudo, nelle dette pertinenze e vocabolo,
confinante con i beni di Cecco Scarpella e dell'abbazia predetta, della misura di mine
una, stimato lire 120; un pezzo di terra arativo e nudo, nelle dette pertinenze e
vocabolo, confinante con i beni della predetta abbazia, di Luigi Venturini ed una strada,
della misura di una mina e mezzo, stimato lire 180; un pezzo di terraarativo e nudo,
situato nelle dette pertinenze in vocabolo La Forma Nuova, confinante con i beni della
predetta abbazia da più lati e con quelli di Adriano Montemelini, della misura di mezza
mina, stimato lire 60; un pezzo di terra arativo e nudo, nelle dette pertinenze e
vocabolo, confinante con i beni della detta abbazia e di Astorre Ranieri, della misura di
mezza mina, stimato lire 60.
Antria: Un pezzo di terra arativo con due noci e una quercia, situato nelle pertinenze di
Antria in vocabolo Il Piano di Rancio, confinante con i beni dell'episcopato di Perugia e
la strada, della misura di mezza mina, stimato lire 60; un pezzo di terra arativo con una
noce, nelle pertinenze e vocabolo, confinante da ogni lato con i beni dell'accatastante,
della misura di un quarto, stimato lire 30.
Magione e Antria: Un podere, arativo, pergolato, olivato et alberato con case, colombaio,
forno, pozzo e fonte in esso esistenti, situato nelle pertinenze di Magione o Antria in
vocabolo La Rocca, confinante con i beni della fortezza e e dell'abbazia diviso in vari
pezzi di terreni: un pezzo di un pezzo di terra arativo e nudo, situato nelle pertinenze
di Magione in vocabolo Le Chiusure, confinante con i beni di Lucio Baldelli di Perugia e
della detta abbazia, della misura di mezza mina, stimato lire 80; un pezzo di terra
arativo e nudo nelle dette pertinenze e vocabolo, confinante con da più lati con i beni
dell'abbazia ed una strada, della misura di una mina, stimato lire 120; un pezzo di terra
arativo e nudo nelle dette pertinenze o in quelle di di Piano di Rancio, confinante con
altri beni del fortilizio, i beni dell' abbazia ed il fiume, della misura di mezza mina,
stimato lire 30; un pezzo di terra arativo, in dette pertinenze e vocabolo Piano di
Rancio, confinante con la strada, i beni della rocca e dell'abbazia, della misura di mine
una, stimato lire 120; un pezzo di terra arativo situato nelle dette pertinenze e
vocabolo, confinante con i beni dell'abbazia e della rocca, della misura di una mina e
mezza, stimato lire 180; un pezzo di terra arativo, pergolato e sterpato, nelle dette
pertinenze di Antria in vocabolo Li Guini, confinante con i beni del capitano Lucio
Baldelli, della rocca, di Baldassarre Alessandri ed una strada, della misura di mezza
mina, stimata lire 75; un pezzo di terra selvato situato vicino alla rocca in vocabolo La
Valle, confinante con i beni della detta rocca e della chiesa di S. Biagio, della misura
di una mina, stimata lire 25.
I quali beni dice di possedere, come risulta dalla supplica allegata, in virtù
dell'acquisto fatto. Per i quali beni è stata fatta una libbra di lire 1340 e soldi 5
alla grossa.
Il 29 dicembre 1623 Lorenzo Mariani, uno dei notai principali dell'armario, anche a nome
dei colleghi, riceve dalla marchesa Strozzi Salviati per mano di Pandolfo Ondedei scudi
sette e baiocchi cinquanta in virtù del rescritto sopradetto.
Il 27 maggio 1693 dal presente catastro sono cancellati tutti i sopra descritti beni
poichè sono inseriti nel catasto di Francesco Riccardi allibrato tra i cittadini paganti
di P.S.P. a carta 234 e poiché non rimaneva nulla nel presente catasto, lo stesso è
cancellato del tutto.
(16) E noto che anche abati e prelati senza diocesi potevano fregiarsi del cappello verde vescovile. Cfr. Bascapè-Del Piazzo 1983, p.615.
(17) ASPg, Archivio Storico del Comune di Deruta, Arti, Professioni, Industria e Commercio, b.1. Carissimo cognato salve, vi do avviso qualmente frate Iuliano vol tutto quello lavoro che è in quel memoriale, che sonno cento pezzi con la sua arme, tutti li facciate, e fate quel medesimo che dice quel momoriale: farite una coppia de salette per messer Ivan Francesco de quelle moderne. Compratile da quel mastro che lavora in borgo, ma voria che fussero qualche forgia nuova, de gratia fatele fare bene (...) A dì 2 maggio 1566. Vostro amorevole frate Hieronimo.
(18) "Molti sonno che gli attacano il piedi da crudo con la barbatina e molti da fenito con il suo bianco, o vero con la coperta, la quale, chi non gli la voi dar schietta, latacchi col bianco e con la coperta amisto al paro, che è bonissimo" (Conti 1976, p.89).
(19) Cfr. Mazzerioli-Menganna 1997.
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