DUE COPPE DI MURANO TRA QUATTROCENTO E CINQUECENTO Margherita Gobbi

Le due coppe della collezione Strozzi Sacrati costituiscono esempi tra i più caratteristici della vetraria muranese a cavallo tra XV e XVI secolo, e anche se la loro esecuzione va verosimilmente assegnata ai primi anni del Cinquecento, vi si colgono quegli elementi stilistici e tecnici che erano già stati pienamente codificati nel secolo precedente.

E' con la metà del Quattrocento che nella città lagunare - dove per altro fiorivano le vetrerie fin dai primi secoli del Medioevo e dove già dal 1271 la Corporazione si era data il suo Capitolare - si attuano quelle profonde innovazioni che consentiranno a Venezia di dar vita ad una produzione dal gusto inconfondibile, pur nella continuità con la tradizione romana e siriaca, e di acquisire una preminenza assoluta nel settore del vetro. Mentre nel resto d'Europa la produzione era infatti limitata al cosiddetto "vetro di foresta", a Venezia già si otteneva il "vetro cristallino", così chiamato per la somiglianza del materiale con il cristallo di rocca: un vetro incolore di una purezza e limpidezza straordinarie, superiori ad ogni altro fino allora prodotto. Su questa scoperta si fonda quel successo del vetro muranese che porterà la città lagunare ad esportare largamente i suoi prodotti e a venire ben presto imitata ovunque in Europa nascesse una manifattura vetraria.

Come bene chiarisce Gasparetto (1), sono due le date fondamentali per la vetraria veneta del periodo aureo: il 1400, quando Damasco cade sotto la dominazione turca e cessa di conseguenza la gloriosa produzione siriaca, e il 1452, quando Angelo Barovier realizza il vetro cristallino, o cristallo. Questo materiale, unitamente alla decorazione a smalti policromi fusibili che Venezia aveva mutuato dalla Siria, e che nel corso del Quattrocento sarà la sola ad eseguire in Europa, decreteranno la fama dei prodotti veneziani. E' a partire da questo periodo che i vetri di Venezia si diffondono in tutta Europa e in Oriente, appetiti dalle classi più elevate, che li consideravano oggetti di prestigio con i quali ornare le tavole più sontuose, e degni persino di essere donati a re e pontefici.

I due esemplari della collezione Strozzi Sacrati, in vetro cristallino e decorati a smalti policromi e oro, sono quindi oggetti tipici della vetraria veneziana rinascimentale destinata al ceto nobiliare. L'alzata, inoltre, presenta un terzo elemento caratteristico dei vetri dell'epoca, oltre al nuovo materiale e alla decorazione a smalti: le costolature ottenute con il procedimento della "mezza stampatura", con cui si volevano riprodurre, in un materiale tanto diverso per leggerezza e trasparenza, i bronzi e i metalli gotici.

Questi tre elementi, presenti già dalla metà del Quattrocento, rimangono stabili fino al terzo decennio del secolo successivo, quando comincia a predominare il gusto per il cristallo puro, non più appesantito da decorazioni pittoriche, e semmai impreziosito dal contrasto del colore, mediante l'applicazione di fili vitrei color acquamarina. Scompaiono di conseguenza gli smalti, che restano confinati alla produzione destinata all'esportazione, soprattutto verso i Paesi tedeschi. Le due coppe fanno quindi parte, per tecnica esecutiva e stile della decorazione, di quegli oggetti (2).

Essere del tutto precisi nella datazione è cosa ardua: esemplari simili a questi della collezione Strozzi Sacrati sono di volta in volta assegnati dagli studiosi sia alla fine del Quattrocento che agli inizi del Cinquecento, perché tanto dal punto di vista stilistico quanto da quello tecnico non c'è soluzione di continuità; e se è vero, come sostiene Mariacher, che la semplificazione della decorazione segna il passaggio ai puri cristallini cinquecenteschi (mentre il gusto per la superficie totalmente dipinta è legato ai canoni stilistici del secolo precedente), diversi vetri cristallini decorati semplicemente a embrici puntinati, o a motivi geometrici come le rosette o le losanghe, sono datati dagli studiosi ancora al XV secolo (3).

Anche la diffusa presenza, in questo periodo, di stemmi nobiliari di famiglie veneziane, come veneziane sono presumibilmente le armi della grande coppa, non aiutano più di tanto, a meno che non siano sormontati dal corno dogale, che serve a datare l'oggetto "post quem".

Se non esiste alcun elemento che impedisce di assegnare la coppa con lo stemma ancora alla fine del XV secolo, l'alzata sembra invece leggermente più tarda, databile cioè con sicurezza ai primi anni del XVI secolo, soprattutto per la presenza di costolature radiali dorate che, a partire dai primi anni del Cinquecento, si presentano, come nel nostro caso, più sottili e più fitte.

Tutti e due gli esemplari conservano quelle lievi imprecisioni esecutive dei vetri di questo periodo, che per altro li rendono così affascinanti, determinate da problemi tecnici collegati al procedimento della soffiatura e soprattutto alla presenza degli smalti, che richiedono complessi processi di ricottura.

La grande coppa a corpo emisferico su basso piede svasato (fig. 1) conserva la forma delle coppe in vetro colorato e circolarmente dipinto a smalti policromi con scene cortesi, come la famosa coppa nuziale detta "Barovier", di circa un trentennio anteriore, dalla quale diverge per il piede più basso; simili sono per altro la struttura del corpo e gli orli ribattuti del piede e della coppa; entrambe derivano dalle corrispondenti coppe metalliche di gusto gotico. Si tratta con ogni probabilità di grandi coppe centrotavola, che venivano riempite di frutta o dolci.

Il corpo, a pareti lisce, è decorato da un'alta fascia di embrici dorati, i cui contorni sono marcati da puntini in smalto bianco, con all'interno di ogni squama tre puntini in smalto rosso, verde e blu, disposti a triangolo. La fascia è delimitata da due file punteggiate in blu e bianco. Il piede è privo di decorazione.

Coppe di questo tipo - una tipologia relativamente diffusa all'epoca - sono oggi conservate in numerose raccolte pubbliche e private in Italia e all'estero. Salvo qualche dettaglio, sono sostanzialmente molto simili tra loro: il piede può essere o no costolato e più o meno alto, ma la decorazione è spesso identica sia per la disposizione delle squame e per la punteggiatura di contorno, sia per i colori degli smalti. Si confrontino, ad esempio, la coppa conservata al Museo Vetrario di Murano (4), che ha strette analogie con la nostra, anch'essa a pareti lisce e con la medesima decorazione, o l'esemplare del Kunstgewerbemuseum di Berlino (5), con il piede costolato, ma con una decorazione identica anche per il colore degli smalti.

Al centro della coppa, nella parte interna, è dipinto a smalti uno stemma nobiliare (fig. 2), secondo l'iconografia tipica delle armi rinascimentali, che si trovano frequentemente sui cristalli veneziani del Quattrocento e del Cinquecento, a decorare il centro di piatti e coppe. Sono stemmi cardinalizi o papali e, più spesso, di famiglie nobiliari italiane e veneziane. Lo stemma bianco e blu, con gocce e stelline in campo blu e un sole rosso in campo bianco, è circondato da girali di nastro giallo e "appeso" con un chiodo, secondo la stessa iconografia che troviamo nella coppa, identica anche per forma e decorazione, del Museo Vetrario di Murano con lo stemma della Famiglia Zaguri (6).

Non diversa doveva essere la funzione di contenitore per frutta e dolci della coppa costolata (fig. 3), di dimensioni leggermente inferiori alla precedente, su basso piede circolare con orlo ribattuto, e con il corpo allargato a piatto concavo, arricchito da una fitta costolatura radiale. Sul bordo del piatto, anch'esso con orlo ribattuto, vi è una fascia decorata in oro e smalti, a forma di losanghe dorate con puntino smaltato centrale, delimitata da linee punteggiate in smalti bianco e rosso.

La decorazione, in questo periodo di passaggio dallo smalto steso su tutta la superficie con motivi di ascendenza siriaca alla più rarefatta decorazione di gusto tipicamente muranese, spesso limitata ai bordi, comprende appunto, oltre alle squame e alle rosette punteggiate, anche le più rare losanghe.

Al centro del piatto vi è un semplice decoro (fig. 4) formato da un cerchio dorato con centro blu punteggiato di rosso e circondato da una doppia fila di puntini in smalto bianco e blu. Le coste sono dorate.

Anche le coppe di questa foggia su basso piede svasato e col fondo costolato sono relativamente frequenti nel periodo rinascimentale, quali oggetti da tavola di lusso, e trovano numerosi riscontri con esemplari presenti in raccolte pubbliche e private.

La costolatura si otteneva applicando una calotta vitrea, impressa in uno stampo, al soffiato ancora attaccato alla canna da soffio; viene chiamata "a mezza stampatura" perché limitata alla parte inferiore o superiore di un oggetto; non va perciò confusa con la soffiatura in stampo. Le costolature radiali o a vortice sono spesso, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, sottolineate da una doratura e quelle radiali diventano più fitte col passaggio al XVI secolo. Tra gli esemplari datati ai primi anni del Cinquecento, il numero delle costolature è comunque ricorrente: quaranta in questo caso, come in vari altri esemplari conosciuti; é ovviamente l'uso di stampi che determina in modo così rigido il numero delle costolature. Si veda, per un confronto, la coppa di forma simile, con una fascia dorata e puntinata ad embrici sul bordo del piatto, e con lo stemma del Doge Loredan, conservata al British Museum (7), o la coppa del Museo Civico Medievale di Bologna con la raffigurazione del Sacro Agnello (8). L'esempio più vicino al nostro, sia per forma e dimensioni che per l'identica decorazione a cerchio dorato e puntinato al centro del piatto, è costituito da una coppa conservata al Museo delle Arti decorative di Praga (9).

NOTE

(1) A.GASPARETTO, Mille anni di arte del vetro a Venezia, Venezia, 1982, p. 22.

(2) G.MARIACHER, Vetri del Rinascimento, Milano 1963, p. 22.

(3) Cfr. K.Hetter (Benatskè Sklo, s.d., fig. 7, Kat. 9), che a proposito di un bicchiere in vetro cristallino, a coste e smlati puntinati nel bordo superiore, conservato al Museo delle Arti decorative di Praga, nota che un esemplare molto simile è rappresentato nel trittico di altare dipinto da Hugo van der Goes nel 1475, ora conservato agli Uffizi di Firenze.

(4) A.DORIGATO, Il museo Vetrario di Murano, Milano 19986, p. 19.

(5) F.A.DREIER, Venezianische Glaser, Berlino 1989, tav. VIII, kat. nr. 15.
Coppe molto simili a queste di trovano inoltre, pe rlimitarci solo ad alcuni esempi, presso il British Museum a Londra (H.TAIT, The golden age of venetian glass, Londra 1979, n. 4), il Victoria and Albert Museum a Londra (G.SAVAGE, Glas, Francoforte 1965, fig. 29), l'Osterreichisches Museum di Vienna (I.SCHLOSSER, Venezianische Glaser, Vienna 1951), il Museo Poldi Pezzoli di Milano (MARIACHER-ROFFIA, Vetri, in Museo Poldi Pezzoli, Ceramiche, vetri, mobili e arredi, Milano 1983, n. 439, le collezionni di arte applicata del Castello Sforzesco (G.MORI, La collezione dei vetri artistici, Milano 1996, p. 53), il Museo civico di Brescia (G.MARIACHER, Vetri nelle civiche collezioni bresciane, Brescia 1987, p. 116, cat. 4b). Tra le raccolte private ci limitiamo a citare la coppa della collezione Ernesto Wolf (B.KLESSE, European Glass from 1500-1800, Vienna 1987, n. 11).

(6) A.DORIGATO, Il museo Vetrario di Murano, op.cit., p. 18; e in Mille Anni di arte del vetro a Venezia, op. cit., n. 105.

(7) Tra i lavori italiani che citano la coppa si veda G.MARIACHER, Vetri del Rinascimento, op. cit., pag. 63.

(8) Mille anni, op. cit., n. 123.

(9) K.HETTES, Benatskè Sklo, cit. fig. 8, kat. 11.

 

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