LA "MADDALENA PENITENTE" IN TERRAGLIA DAL
CANOVA
Maria Grazia Morganti
Opera in
apparenza minore, certo penalizzata dal confronto con i numerosi pezzi
di levatura eccezionale contenuti nella collezione Strozzi Sacrati, la
Maddalena penitente copia in terraglia da Canova, si rivela al contrario
una testimonianza di grande interesse, specie sotto il profilo storico.
Va ricordato
innanzi tutto che la moda di riprodurre statue o gruppi famosi ricorrendo
al biscuit di porcellana o, in seguito, alla più economica
terraglia, era nata a metà del XVIII secolo e col Neoclassicismo
si era diffusa in tutta Europa. Agli inizi del secolo era di bon ton
possedere queste piccole plastiche i cui soggetti, nella stragrande maggioranza
dei casi, erano direttamente o indirettamente riferibili al mondo classico.
Anche se i temi religiosi non erano del tutto assenti, si trattava in genere
di copie di statue o gruppi famosi dell’antichità conservati nelle
più importanti collezioni (specie di Roma o Napoli) o di composizioni
comunque ispirate al mondo della mitologia greca. Al massimo si arrivava
alle allegorie, con personaggi atteggiati come divinità o eroi classici,
drappeggiati in ampli pepli, tuniche e paludamenti all’antica. Nell’ultimo
decennio del secolo, anche in Italia si afferma sempre più la terraglia,
a favore del cui impiego giocava, oltre al costo ridotto, anche l’agevole
modellazione che permetteva di ricorrere a tutte le tecniche note, comprese
quelle che la minore plasticità della porcellana non permetteva.
In Italia,
oltre alla Ferniani, si dedicavano alla copia in terraglia di sculture
classiche anche la manifattura palermitana del barone Malvica, l’Aldrovandi
di Bologna, l’Antonibon di Este. Qualche gruppo simile venne realizzato
anche dalla Volpato di Civita Castellana, che però preferiva in
genere il biscuit di porcellana per riprodurre i capolavori antichi
dei musei romani ma anche, grazie all’amicizia che legava il suo proprietario
ad Antonio Canova, qualche opera di quest’ultimo, i cui bozzetti venivano
forniti direttamente dall’autore.
Si potrà
certo discutere sulla qualità finale di queste copie in terraglia,
specie se si ragiona in termini non tanto di fedeltà alla forma
complessiva dell’originale ma in riferimento alla resa delle particolari
qualità tattili, visive, di resa luminosa dell’opera in questione,
ma è certo che questa traduzione in termini più accessibili
contribuì moltissimo a rendere popolare la scultura, classica o
contemporanea che fosse. In effetti possiamo considerarla in tutto paragonabile
all’importanza che ebbe, dal Cinquecento in avanti, l’incisione su lastra
nel diffondere in tutta Europa la conoscenza della pittura rinascimentale
italiana.
Tornando
alla nostra Maddalena, possiamo sostenere che l’attribuzione alla
Ferniani - documentabile attraverso il confronto con un esemplare analogo
restato sempre in possesso degli eredi della manifattura faentina1
- appare confermata anche dalla qualità della terraglia impiegata,
specie per quanto riguarda la vernice, che appare caratterizzata da una
sfumatura verdastra, tipica della produzione faentina e riscontrabile anche
in altre statuette del periodo. Questa caratteristica ci permette, fra
l’altro, di eliminare ogni possibilità di confusione con l’Aldrovandi
di Bologna, con la quale il contenzioso rimane invece aperto per diverse
altre opere di piccola plastica. La vernice usata dalla manifattura bolognese,
infatti, è di un caratteristico tono latteo e presenta in genere
una maggiore brillantezza, a causa dell’ alto tenore di piombo e potassio
che contiene.2 La statuetta della collezione Strozzi
Sacrati è in tutto simile a quella tuttora conservata nella residenza
delle Case Grandi Ferniani, ma nell’insieme appare più completa,
visto che presenta anche il teschio che nell’altro esemplare faentino non
compare.
A questo
punto verrebbe spontaneo chiedersi: perché scegliere proprio la
Maddalena, fra le tante statue realizzate da Canova? La prima -
e più ovvia - risposta potrebbe venire dall’ incredibile successo
che quest’opera conobbe subito, forse perché si trattava di una
delle poche di soggetto religioso del Canova ed inoltre anticipava un gusto
sentimentale che il Romanticismo di lì a poco avrebbe diffuso in
tutta Europa. Lo conferma, del resto, il fatto che al primo esemplare datato
"Roma 1790" (si tratta dell’opera attualmente conservata a Genova, nel
Museo di S. Agostino), fece seguito una replica commissionata allo scultore
nel 1809 da Eugenio de Beauharnais, poi arrivata, attraverso passaggi successivi,
all’Ermitage di San Pietroburgo dove ancora si conserva.3
In effetti
la Maddalena aveva tutto per piacere sia agli esteti neoclassici
per la sua assoluta purezza formale (che ne farà il primo modello
di riferimento per la Fiducia in Dio di Bartolini), sia ai romantici
che vi scorgevano un’effusione sentimentale particolarmente toccante secondo
un’interpretazione della figura della santa che in seguito Canova caricherà
di accenti patetici ancora più vibranti, come attesta la Maddalena
svenuta di Possagno, del 1819. Questa inclinazione ad una "grazia estenuata
dal dolore"4 venne del resto accortamente accentuata
dal suo primo proprietario, il conte Sommariva, con la collocazione dell’opera
in una nicchia foderata di sete nere e viola, illuminata da una lampada
d’alabastro che faceva piovere dall’alto un lume velato e diffuso.
La straordinaria
popolarità della statua appare confermata anche dalle incisioni
realizzate da G.B. Balestra e A. Bertini, alle quale vanno aggiunte le
copie a grandezza naturale che ne furono tratte negli anni successivi,
come quella eseguita dallo scultore alessandrino Carlo Canigia su incarico
del marchese Lascaris di Ventimiglia ed esposta a Torino nel 1833. Veramente
impressionante appare poi la quantità dei riferimenti letterari
alla Maddalena, espressi in forma poetica o in prosa da molti letterati
del tempo ed in gran parte raccolti nella Biblioteca Canoviana che
venne pubblicata nel 1823 alla morte di Canova. Per quanto riguarda i componimenti
poetici si va dai versi indirizzati unicamente all’opera (come il Sonetto
per la Maddalena di Giovan Andrea Rusteghello,5
il Carme sulla Maddalena Penitente dell’abate Melchiorre Missirini
6 e i Versi sulla Maddalena del duca di Ventignano
7) a quelli che le vengono rivolti all’interno di una
più vasta composizione dedicata a Canova (è il caso, fra
gli altri, della Visione di Antonio Pochini,8
del Canto sui marmi del Canova esposti al Museo di Parigi dello
stesso autore 9). Altrettanto ricca la bibliografia
in prosa che comprende - per non citare che i maggiori - autori come Pietro
Giordani 10, Saverio Scrofani 11
e soprattutto Quatremère de Quincy, uno dei più raffinati
estimatori dell’opera canoviana che, a suo giudizio "parte dal cuore; se
ne ammirano i risultamenti, e non si scopre punto per qual mai via sia
giunto sin là." 12 E nelle parole che dedica
alla Maddalena affermando che "tutti andranno d’accordo che questo
pezzo è produzione di uno squisito sentimento, e di una rara abilità"
13 possiamo trovare una conferma della grande impressione
emotiva che l’opera lasciò nell’immaginario collettivo dell’epoca.
La Maddalena
penitente fu il primo marmo di Canova a giungere a Parigi,14
dove venne esposta al Salon del 1808 assieme alla Letizia Ramolino Bonaparte
(ora a Chatsworth), all’Ebe e all’Amore e Psiche stanti dell’Ermitage.
La risonanza, come si può immaginare, fu enorme, anche perché
il pubblico francese poté giudicare direttamente, davanti a marmi
fra i più levigati e patinati della produzione di Canova, in che
cosa consistesse la sua particolare interpretazione del nudo che "si proponeva
di essere naturale, non naturalistico" 15 secondo un
idealismo d’ascendenza classica di pretta marca winckelmanniana.
Fin qui
per quanto riguarda la fama europea dell’opera - che per altro basterebbe
da sola a giustificarne la scelta per una riproduzione - ma c’è
un altro elemento che lega più strettamente la vicenda della Maddalena
alla storia locale e passa attraverso la figura di una delle donne più
notevoli che la storia del primo Ottocento ricordi. S’impone quindi una
piccola digressione che, come si vedrà in seguito, non è
comunque priva d’importanza per l’ argomento in discussione.
Paragonata
dai contemporanei ad Aspasia per la sua grande bellezza e la cultura (conosceva
le quattro principali lingue europee, parlava correttamente il latino,
commentava l’Iliade sull’originale, suonava, danzava e cantava con grazia
divina) la ventunenne contessina Cornelia Rossi16 di
Lugo aveva sposato nel 1802 Giambattista Martinetti, un architetto assai
affermato in quegli anni,17 che l’aveva condotta nel
suo palazzo bolognese di via S. Vitale. Qui, nel grande parco di stile
arcadico che inglobava anche l’ex chiostro delle monache benedettine, allestito
dal marito secondo uno stile pittoresco "all’inglese" animato da vialetti
fiancheggiati da alberi secolari, fontane, un piccolo tempio classico in
rovina, scalinate, sedili, colonne antiche, prati e rialzi ombrosi, Cornelia
Martinetti aveva stabilito il suo salotto letterario, variamente ribattezzato
dagli ammiratori "Orto delle Esperidi", "Giardino di Calipso"o anche "Tempio
della Venere bruna".
In questa
cornice suggestiva sfilarono tutti i personaggi più importanti del
periodo che si trovarono a transitare per Bologna, da Napoleone a Foscolo
18 passando per Giuseppina de Beauharnais (di cui pare
Cornelia fosse amica già prima del matrimonio), Chateaubriand, Ludwig
di Baviera, Byron, Monti, lady Morgan, Stendhal, Leopardi, Maria Luisa
d’Austria e, per l’appunto, Canova. Quest’ultimo - ospite dei Martinetti
nel giugno del 1810, 19 in occasione dell’inaugurazione
del busto dedicatogli nell’Accademia di Belle Arti - pare restasse assolutamente
incantato dalla giovane padrona di casa, con la quale stabilì un
profondo legame di amicizia che si rafforzò ancor più dopo
il 1818, quando i Martinetti si traferirono a Roma.
E fu proprio
grazie a questa amicizia che la Maddalena - insieme alle Grazie,
all’Ebe, alla Venere e alla testa di papa Rezzonico -
passò per Bologna.20 A questo punto non è
certo troppo azzardato supporre che anche i Ferniani - romagnoli come Cornelia
ed in ogni caso legati all’ambiente della nobiltà bolognese- frequentassero
il suo salotto e avessero quindi la possibilità di vedere direttamente
la Maddalena, ricevendone, come tutti, una grande impressione. Di
qui la decisione di trarne copie in terraglia.21
Un ulteriore
problema si pone a questo punto rispetto all’identità del modellatore
autore della Maddalena Ferniani. Per risolverlo occorre innanzi
tutto rifarsi alla cronologia dell’opera e all’alta qualità della
modellazione, due elementi che, combinati assieme, ci permettono di restringere
la rosa dei possibili esecutori a pochissimi nomi.
Per quanto
riguarda il periodo, sappiamo che Canova iniziò la prima redazione
dell’opera negli anni ‘90 ma che la statua si trovava ancora nel suo studio
romano nel 1798, quando il suo committente, il veneziano monsignor Giuseppe
Priuli, partì precipitosamente per seguire papa Pio VI nell’esilio.
Gli ultimi anni del secolo andrebbero quindi considerati un sicuro termine
post quem se non fosse che un ulteriore restringimento dell’àmbito
cronologico ci può essere offerto da altri dati a nostra disposizione
(e dall’osservazione diretta della terraglia).
Date le
note vicende dalla prima Maddalena, che già prima del 1808
si trovava nel palazzo parigino del conte Sommariva, appare altamente improbabile
che possa essere questa l’opera passata per Bologna. Molto più logico
pensare che si trattasse invece della replica Beauharnais. Una conferma
in questo senso potrebbe venire dall’assenza nella copia del crocifisso,
un complemento dell’opera che infatti compare solo - in bronzo, e il fatto
non mancò di sollevare polemiche - nel primo esemplare canoviano
e non venne ripetuto nella replica.
Il termine
ultimo, invece, va posto in ogni caso non oltre il 1840-50, considerando
che a questa data in Italia e in Francia - ed in Europa in genere 22-
la moda delle riproduzioni di sculture famose è assolutamente tramontata.
Anche qui, però, possiamo osservare che l’occasione di vedere a
Bologna la Maddalena va collocata necessariamente entro il 1818
(anno in cui, come si è detto, i Martinetti si trasferirono a Roma)
ed è pensabile che la copia sia riferibile ad anni in cui erano
ancora vivi l’emozione e il ricordo di questo avvenimento. Insomma, appare
credibile pensare ad una datazione compresa fra il 1810 e il 1820-25 al
massimo.
Come ulteriore
notazione si potrebbe suggerire che una datazione oltre il 1815, cioè
in piena Restaurazione papalina, fornirebbe un elemento in più per
giustificare la scelta di un soggetto religioso.
Passando
all’autore, sappiamo che per i Ferniani lavorano in questo periodo diversi
illustri modellatori,23 molti dei quali però
interrompono la loro collaborazione proprio a cavallo del secolo: nel 1799
come il Villa e Giuseppe Ballanti-Graziani o nel 1801 come Antonio Trentanove,
trasferitosi con la famiglia a Carrara. Restano Giovan Battista Sangiorgi,
Pasquale Saviotti, Francesco e Giovan Battista Ballanti-Graziani ed infine
il più giovane Giovanni Collina (futuro genero di Francesco Ballanti-Graziani,
dal quale erediterà la conduzione della bottega ed il secondo cognome).
Ci sarebbe anche Raimondo - figlio di Antonio - Trentanove che, dopo un
apprendistato a Carrara presso Lorenzo Bartolini, nel 1814 era passato
da Faenza dove riuscì ad ottenere una borsa di studio per Roma.
L’ipotesi sarebbe suggestiva, specie pensando al suo successivo alunnato
presso la bottega di Canova, se non fosse che di lui si conoscono unicamente
opere in marmo ed immaginarlo alle prese con la terraglia proprio in questa
occasione parrebbe una forzatura un po’ eccessiva.
Tornando
agli altri, sembrerebbe da escludere Saviotti, che pur avendo iniziato
la sua carriera presso la manifattura Ferniani a questa data si era volto
completamente alla decorazione murale e all’incisione. In quest’ottica
le statuette di terracotta eseguite per la Farmacia Ubaldini intorno al
1820 24 vanno intese più come il completamento
di un intervento globale da "ornatista" - che lo portò a curare
anche l’arredamento dell’ambiente e l’insieme delle suppellettili - che
come l’esercizio di una professione abituale. Quanto a Sangiorgi sappiamo
che era impiegato soprattutto per figure allegoriche e centritavola, mentre
Francesco Ballanti va considerato essenzialmente uno "scultore felicissimo
d’ornati".25 Ragion per cui è ipotizzabile che
per un’opera di tale impegno si ricorresse al più prestigioso collaboratore
dei Ferniani e cioè a Giovan Battista Ballanti-Graziani che, per
dirla con Golfieri, attraversò proprio "il momento più felice
dell’arte sua fra l’ultimo decennio del Settecento e l’epoca napoleonica
fin verso il 1820".26
E’ ben
vero che Malagola afferma che Giovanni Collina, all’età di 15-16
anni, eseguì una Maddalena,27 ma in primo
luogo parla di maiolica (e per uno studioso di ceramica come lui, la confusione
fra i due materiali appare impensabile) e poi lo scultore all’epoca sembrerebbe
un po’ giovane per vedersi assegnare un incarico di questo genere. Più
credibile appare l’ipotesi che vede il giovanissimo Collina ripetere in
un altro materiale il prototipo realizzato una ventina d’anni prima da
Giovan Battista Ballanti.
Un’ ulteriore
conferma in questo senso può venire dal confronto con i due gruppi
di Bacco e Arianna e di Ercole e Onfàle - conservati
28 al Museo delle Ceramiche faentino e concordemente
attribuite a mano di G.B. Ballanti-Graziani - 29 specie
per quanto riguarda il modellato delle ciocche di capelli che appare assai
simile nelle tre opere in esame, affidato com’è ad una serie di
piccoli solchi tracciati con mano veloce, la cui massa chiaroscurata contrasta
con la levigatezza dei corpi.
In particolare
vale la pena di sottolineare come proprio nella trattazione della massa
dei capelli si colga una della maggiori differenze fra e la copia e l’originale
che proprio per "l’acconciatura de’ suoi capelli, come quelle che un po’
troppo ricordano l’armonia de’ colori" venne tacciata da alcuni critici
di eccessivo pittoricismo.30
Più
vicina appare invece semmai la terraglia Ferniani ai bozzetti della Maddalena
conservati al Correr e al Museo Civico di Bassano che, come tutte le opere
canoviane di questo genere presentano una trattazione più mossa
ed evidenziata, più "calda", insomma - che costituì poi storicamente
il loro apprezzamento da parte della critica romantica - ma è osservazione
piuttosto oziosa, perché certo l’autore della terraglia non ebbe
la possibilità di vederli ed in ogni caso non ne avrebbe tenuto
conto nel realizzare la copia dell’opera finita. E comunque non si vuole
certo attribuire a G.B.Ballanti-Graziani - fra l’altro assolutamente alieno
da ogni modernismo romantico e sensibile piuttosto ai rigori puristi del
concittadino Tommaso Minardi - la volontà di rendere più
drammatica l’opera ma solo sottolineare il fatto noto che, specie nei particolari,
gli artisti tendono a ripetere alcuni tratti a loro caratteristici che
sono parte essenziale del loro linguaggio espressivo.
In ogni
caso è ovvio che il copista che deve non solo cambiare il materiale
impiegato ma anche modificare radicalmente le dimensioni dell’opera (in
questo caso riducendole di un terzo, da 95 a 30 cm circa) opera una vera
e propria "traduzione" anche perché altra cosa è la "politezza"
tipica di Canova, dalla morbidezza opaca e lucente, e altro è la
vernice delle terraglia che per forza di cose appare specchiante per quanto
si possa tentare di smorzarne l’eccessiva brillantezza. Per non parlare
della diversa resa del materiale impiegato.
In più
c’è da dire che probabilmente Ballanti non vide personalmente l’opera,
ma si basò su disegni ricavati in occasione dell’esposizione bolognese,
come sembrebbe osservando il basamento che non è più "l’aspro
scoglio" del Pochini 31 ma appare suddiviso in una
serie di piccoli massi accostati ed anche il maggior risalto dato alle
lacrime che rigano il volto della santa. Un’altra differenza si può
notare nel cordone che stringe la veste della Maddalena che appare interrotto
subito dopo il nodo e non ricadente lungo il fianco come in entrambe le
opere di Canova. Anche in questo caso si potrebbe pensare ad un fraintendimento
del disegno di partenza nel quale, forse, il braccio della santa interrompeva
la giusta visuale.
Eppure,
a dispetto di queste osservazioni che possono sembrare riduttive, resta
il fascino di questa piccola plastica, testimonianza perfetta di un mondo
- che di lì a poco tramonterà, travolto dall’industrializzazione
e dalle esigenze di un mercato di massa - in cui l’aspirazione ad una produzione
di alto livello formale e di contenuto eletto si saldava col desiderio
di un’imprenditoria di stampo aristocratico di non tradire le proprie radici
culturali e di classe.
NOTE
1 Cfr.
G.MORAZZONI, La terraglia italiana, Milano, Alfieri, 1956, tav.
5 e F. FERNIANI, Le Maioliche Ferniani di Faenza, in "La Ceramica",
luglio 1958, fig. p. 39.
2
Cfr. in proposito G. RONZONI, I "segreti" di fabbrica in F. LIVERANI,
Il conte Ferrari Moreni e la ceramica nella prima metà dell’Ottocento
a Sassuolo, Faenza, 1986, p. 49, nota 26.
3
Per le vicende dettagliate delle due Maddalene di Canova, cfr. le
relative schede redatte da F. MAZZOCCA e N. K KOSAREVA in Antonio Canova,
catalogo mostra Venezia e Possagno, Venezia, Marsilio, 1992, pp.163-65
e 254-59.
4
G. ROSINI, Saggio sulla vita e sulle opere di Antonio Canova, Pisa,
1825.
5 In
Biblioteca Canoviana ossia raccolta delle migliori Prose e de’ più
scelti Componimenti poetici sulla vita e sulle opere ed in morte di Antonio
Canova, 4 tomi, Venezia, Giovanni Parolari tipografo editore, 1823-24,
t. IV, p. 148.
6
In Biblioteca Canoviana cit., t. IV, pp. 145-47.
7
In Biblioteca Canoviana cit., t. III, pp. 136-37.
8
In Biblioteca Canoviana cit., t. I, p. 111, vv. 127-29.
9
In Biblioteca Canoviana cit., t. II, p. 78, vv. 382-414.
10
P. GIORDANI, Saggio del Panegirico ad Antonio Canova dedicandosi
il suo busto nell’Accademia delle Belle Arti in Bologna, 28 giugno 1810,
Milano, Vallardi, 1836, pp. 27-28.
11
Lettera di Saverio Scrofani Siciliano ad Ennio Quirino visconti sopra
la Maddalena, Statua del Cav. Antonio Canova, in Biblioteca Canoviana,
cit., t. IV, pp. 129-44.
12
A.C. QUATREMERE DE QUINCY, Memoria sul Canova e sulle sue quattro statue
che si vedono all’Esposizione pubblica del Museo di Parigi (1808) traduzione
italiana di Antonio Pochini, in Biblioteca Canoviana cit., t.
I, p. 148.
13
Ibidem, p. 150.
14
Nel 1804, infatti, Canova aveva esposto a Parigi uno dei suoi Pugilatori,
insieme al torso di un Genio, ma si trattava di gessi e l’effetto
sul pubblico non fu straordinario.
15
H. HONOUR, Neoclassicismo, Torino, Einaudi, 1980, p. 82 (ed.
orig. 1968).
16
Della bella Cornelia Martinetti che "non corrispose a chi l’amava
altamente, ardentemente, forsennatamente" parla anche Mario PRAZ in Gusto
neoclassico, 3a ed. riv., Milano, Rizzoli, 1974, p. 232, a proposito
delle donne amate da Ugo Foscolo, giudicandola in base ai ritratti noti
"la sola veramente pari alla fama".E certo, il suo fascino doveva essere
indubbio se anche Stendhal affermava che "la signora Martinetti farebbe
colpo anche a Parigi" e Monti la paragonava a una dea.
17
G. GUIDICINI, Diario bolognese dall’anno 1796 al 1818, Bologna,
1886-87, pp. 57-58, cita G.B. Martinetti - già autore nel 1800 della
Colonna della Pace - fra i tre progettisti dell’arco di trionfo che venne
eretto nel 1805 a Bologna, nei pressi di porta S. Felice per festeggiare
"i sovrani di Francia e Italia". La costruzione, particolarmente elaborata,
era ornata da pitture e bassorilievi eseguiti da Felice Giani e da altri
decori di mano di Gaetano Bertolani. Per la fortunata carriera d’architetto
di G.B. Martinetti che ha legato il suo nome alla via Porrettana e a Villa
Aldini e passò senza danni dal periodo napoleonico alla Restaurazione,
cfr. soprattutto M.T. CHIERICI STAGNI, Giovanni Battista Martinetti
Ingegnere e Architetto, Bologna, Ponte Nuovo, 1994.
18
Foscolo, che cercò invano di dedicarle la sua traduzione
del Viaggio sentimentale di Sterne, qualche anno più tardi
ne sublimerà l’immagine nel secondo Inno de Le Grazie, facendone
la "Sacerdotessa della Parola" (Ora costei dal Felsineo pendio/ ...mosse,
ed a voi / questo eletto tra’ favi offre sull’ara).
19
Cfr. in proposito M. PRAZ, in Enciclopedia Universale dell’Arte,
1958, vol. VIII, ad vocem "Canova". L’inaugurazione del busto venne
solennizzata anche dalla lettura del Panegirico ad Antonio Canova
cit. alla nota 10 composto per l’occasione da Pietro Giordani (che, fra
altro, era un altro ardentissimo ammiratore della Martinetti).
20
Cfr. G. ROSSI, Bologna nella storia nell’arte e nel costume, ed.
orig. Bologna, Zanichelli, 1924-37, ristampa Bologna, Forni, 1980, p. 506.
21
Potrebbe stupire notare come fosse la faentina Ferniani e non la manifattura
del conte Aldrovandi - appartenente, fra l’altro, allo stesso ambiente
francesizzante dei Martinetti - a realizzare la copia da Canova. In realtà
la spiegazione è duplice. Da un lato abbiamo la scarsa propensione
(per non dire la dichiarata avversione) del conte bolognese al Neoclassicismo,
dall’altra va ricordato che, dopo il 1810, Carlo Aldrovandi si estrania
quasi completamente dalla vita attiva, lasciando la manifattura nelle mani
del pratico Luigi Roversi, più incline a far quadrare i conti attraverso
la produzione di stoviglieria che a dedicarsi ad auliche imprese.
22
In questo campo fa eccezione la sola Inghilterra, dove anzi l’acme sarà
raggiunto in epoca vittoriana quando l’invenzione quasi contemporanea (1843-1844)
della porcellana paria e del pantografo tridimensionale provocherà
una vera esplosione nella fabbricazione in serie di statuette-copie di
originali antichi e moderni.
23
Cfr. in proposito: C. MALAGOLA, Memorie storiche delle maioliche di
Faenza, Bologna, Romagnoli, 1880, pp.198-99; - E. GOLFIERI, L’arte
a Faenza dal Neoclassicismo ai giorni nostri, Faenza, a cura dell’Amministrazione
comunale, 1976, v. I, pp. 27-28, 62 e T. STROCCHI, in L’officina di
maioliche dei conti Ferniani, a cura di un gruppo di studiosi, Faenza,
Stab. Grafico Lega, 1929, pp. 78-79.
24
Cfr. schede nn. 479-480 redatte da Ennio Golfieri in L’età neoclassica
a Faenza 1780 - 1820, catalogo mostra, Bologna, Alfa, 1979, p. 222,
ill. n. 364.
25
T. STROCCHI, op. cit., p. 79.
26
E. GOLFIERI, in L’età neoclassica cit., p. 220.
27
C. MALAGOLA, op. cit., p. 205.
28
Inv. nn. 9859 e 9860.
29
In questa occasione non sembra il caso di prendere in considerazione il
problema relativo all’autore dei due gruppi (Morazzoni, op. cit.,
ne pubblica altri due analoghi con leggere varianti, attribuendone la paternità
a Giacomo Rossi, lo scultore-modellatore dell’ Aldrovandi) ma solamente
l’esecutore materiale delle stesse.
30
A.C. QUATREMERE DE QUINCY, Memoria cit., p. 151.
31
A. POCHINI, I Marmi del Canova esposti nel Museo di Parigi in Biblioteca
Canoviana cit., t. II, p. 78.
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