DUE MAIOLICHE SAVONESI NELLA COLLEZIONE STROZZI SACRATI

Paola Roseo e Guido Farris

Non poteva mancare nella prestigiosa collezione Strozzi Sacrati - collezione che rivela uno spiccato interesse per il capolavoro, ma anche per una campionatura della maiolica italiana il più esaustiva possibile - una testimonianza dell'arte ceramica ligure.
I due esemplari presenti appartengono, dal punto di vista decorativo, a due delle tipologie più diffuse dopo la metà del XVII secolo: si tratta infatti - per quel che riguarda il piatto - di quella detta "a scenografia barocca" mentre il bacile da barbiere è dipinto "a tappezzeria". La prima - incentrata sulla rappresentazione della figura umana - descrive episodi di varia natura tratti (spesso solo parzialmente) da disegni e incisioni, collocandoli al centro di paesaggi caratterizzati da cieli nuvolosi, montagne, case, castelli, alberi e cespugli. La seconda - nata probabilmente nel terzo quarto del secolo (1) è costituita da piccoli elementi ornamentali separati gli uni dagli altri e disseminati sulla superficie dell'oggetto: si tratta di fiorellini, ciuffi di foglie, insetti, piccole imbarcazioni che spesso fanno da contorno a soggetti più realistici che illustrano scene di battaglia, mitologiche o sacre.
Il grande piatto, del diametro di 44 centimetri, (fig. 1/2) - decorato in blu su smalto azzurrino - raffigura due cacciatori a cavallo accompagnati dai cani, al centro di un paesaggio collinare dove, sulla destra, si erge un castelletto fortificato: il tutto è sormontato dallo stemma dei Riccardi "d'azzurro alla chiave" (2) sormontato da coronetta nobiliare.
E' interessante notare che gli uomini, le cui figure sono certamente derivate da un'incisione, rechino degli spiedi, armi che - ancora nel XIX - secolo venivano impiegate per la caccia al cinghiale. E' possibile che il modello iconografico illustrasse una battaglia: i personaggi sono stati evidentemente riproposti in abiti coevi ma lo scudo del servitore a piedi - del tutto incoerente - potrebbe testimoniare tale derivazione.
L' esemplare è privo di marca ma appare assegnabile a manifattura savonese e databile alla fine del XVII secolo. La mano del pittore è assai simile a quella che nell'ultimo quarto del Seicento - dipinse un sostegno quadrato per bottiglie facente parte della collezione di ceramiche dell'Accademia Ligustica di Genova (3). L'esemplare (fig. 3) - recante sul verso lo stemma di Savona - raffigura una scena tratta dall' incisione che illustrava il XV canto della Gerusalemme Liberata edita a Genova nel 1617: la resa delle figure e, soprattutto, quella dei brani vegetali mostra non poche affinità con quelle del piatto in questione.
Come si legge nella scheda del catalogo della mostra (4) esistono altri pezzi liguri prodotti nel secolo successivo con lo stemma dei Riccardi come ad esempio quello prodotto dalla fabbrica Chiodo Peirano nella prima metà del XVIII secolo (fig. 4).
Il bacile da barbiere (fig. 5/ó) - decorato in blu su smalto azzurrino - presenta al centro due cavalleggeri che reggono le spade con la mano destra ed hanno gli arti opposti coperti da scudi.
La figura di destra appare desunta - sia pur con qualche libertà dovuta alla diversità del soggetto trattato - da quella del guerriero in primo piano raffigurato nell'incisione relativa al terzo canto della Gerusalemme Liberata edita a Genova nel 1590 (fig. 7).
Il ricco orlo costatato e frastagliato presenta lateralmente due imbarcazioni. A sinistra un vascello armato accuratamente realizzato: si tratta con tutta probabilità di una nave del re di Francia la cui marineria era dotata di simili imbarcazioni fin dal secolo precedente. A destra invece è dipinta una caracca - nave da carico che veniva impiegata in tutto il Mediterraneo durante la bella stagione - dotata di una velatura non del tutto pertinente: la presenza della vela latina soprastante la vela quadra non è infatti compatibile con la navigazione.
Sono noti altri pezzi molto simili a questo per forma e dimensione: per esempio quello (fig. 8) - decorato pure "a tappezzeria" - che fa parte della collezione di ceramiche dell'Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova (5), e quello (fig. 9) decorato "a scenografia barocca" - che si trova nella collezione Boncompagni Ludovisi (ó).
In merito a questo tipo di oggetti ci sembra necessario fare qualche considerazione a proposito della denominazione: essi appaiono infatti in fatture della fabbrica Isola (7) come palancana. Tale denominazione deriva dallo spagnolo palancana o palangana che significa appunto bacinella del barbiere: il termine, secondo il Dizionario Etimologico Italiano, veniva impiegato in Sicilia e in Sardegna (8). Il Diccionario Critico Etimologico de la Lengua Castellana (9) ne fa risalire la prima documentazione al 1680.
Il fatto che questo vocabolo venisse impiegato per le fatture fa supporre che palancana venisse usato nel linguaggio comune dal momento che tale documento doveva essere comprensibile a tutti.
La morfologia della palancana e cioè di quel bacile avente sulla tesa un'incisione semilunare adatta a mantenerlo appoggiato al collo durante la rasatura, evitando così che acqua o sapone potessero sporcare gli abiti, ascende sicuramente - per i modelli in metallo dai quali si devono far derivare i manufatti in ceramica - almeno all'ultimo quarto del XVI secolo.
Abbiamo la possibilità di ricorrere, per questa datazione, ad una testimonianza di grandissima importanza letteraria: quella del Quijote. Come è noto, il cavaliere di Cervantes viene quasi sempre rappresentato con un copricapo facilmente riconoscibile: è una tipica palancana. Lo si può constatare con facilità, per esempio, nella stupenda raffigurazione che ce ne ha lasciato Salvador Dalì (fig. 10).
Dalla lettura del testo sappiamo che si tratta di un bacile in ottone (10) la cui brillantezza ha attirato l' attenzione del Quijote che lo ha ritenuto "... un elmo d'oro..." e lo ha riconosciuto come "...I'elmo di Mambrino..." (11).
Resta quindi provato che nei primi anni del XVIII secolo (la prima parte del Quijote è stata pubblicata - lo ricordiamo - nel 1605) era già ben conosciuto il bacile da barbiere (...bacia de barbero...) (12) in ottone di forma rotonda e con l'inconfondibile incisura sulla tesa. E' evidente che la forma ovale non sarebbe risultata adatta alla funzione di copricapo.
Il personaggio di Cervantes che lo porta sulla testa, stando sopra un mulo, è appunto un barbiere ed ha pensato di farlo per proteggere il cappello nuovo dalla pioggia. Nel fuggire alla carica del Quijote "...lasciò al suolo il bacile..." (13) che, raccolto dal cavaliere, divenne da quel momento, il suo caratteristico copricapo in luogo del vecchio morione ormai perduto con il quale aveva iniziato le sue avventure.
Non abbiamo fino a oggi avuto l'occasione di accertare se siano stati prodotti nel XVI secolo piatti da barbiere in maiolica in qualche officina italiana o di altro Paese europeo, ma dobbiamo ammettere che la nostra è stata finora una ricerca senza caratteri di estensione e profondità che sarebbero necessari; pensiamo varrebbe la pena di farlo per tentare di portare un contributo alla storia del costume (14).
Intanto però dobbiamo dire che, della palancana a forma rotonda, conosciamo esemplari di fabbrica ligure del XVIII secolo (si vedano ad esempio quelli delle figg. 11/13).
La constatazione della loro produzione da parte dell'officina degli Isola, prova la continuità dell'uso e la modificazione della forma (da quella ovale con tesa a grande orlo merlato del XVII secolo a quella rotonda e di minori dimensioni del XVIII) ci autorizza a chiederci se la causa non sia da ricercarsi nel fatto che, con il trascorrere del tempo, i grandi colletti seicenteschi si erano ridotti e quelli che la palancana doveva proteggere nel XVIII secolo erano più piccoli.
 

NOTE

1) G. FARRIS, La Ceramica: produzione delle botteghe e fonti per il decoro figurato, in Genova nell'Età Barocca, catalogo della mostra a cura di E. Gavazza e G. Rotondi Terminiello, Genova 1992, p.369

2)A.M.G. SCORZA, Enciclopedia Araldica Italiana, vol. 21, Genova 1973, p. 72

3) Capolavori di maiolica della Collezione Strozzi Sacrati, catalogo della mostra a cura di G.C. Bojani e F. Vossilla, Firenze 1998, p. 89 n. 22

4) Ceramiche del Musco dell'Accademia Ligustica, quaderno del museo n. 21 a cura di G. Farris e C. Raffo, Genova 1996, p. 9 n. 4

5) id. id., p. 10-12 n. 6

6) A. CAMEIRANA, Antica maiolica savonese Collezione Principe Ariberto Boncompagni, catalogo della mostra, Savona 1990, p. 45 n. 25

7) M. SCARRONE, La fabbrica di ceramica Isola durante la gestione di Gio. Luigi Bosio 1703-1709, in Atti del IV Convegno Internazionale della Ceramica, Albisola 1971, p.198

8) C. BATTISTI G.ALESSIO, IV vol., Firenze 1975, p. 2727

9) J. COROMINAS, III vol., Berna 1954, p. 620

10) MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte della Mancia, Milano 1965, p. 67 "...bacinella di ottone...". Don Quijote de la Mancha, I - Biblioteca Didàctica Anaya, Madrid 1987, p. 289 "... bacì a de azòfar... " (in nota ) precisa " "Laton".

11) M. DE CERVANTES, cit. (it.) p. 66/67

12) M. DE CERVANTES, cit. (spagn.) p. 29I

13) M. DE CERVANTES, cit. (it.) p. 67

14) Intanto varrebbe anche la pena di fare una rilettura analitica del Quijote per appurare se Cervantes usi qualche volta la parola palancana o palangana per indicare il copricapo del suo cavaliere. In caso positivo si dovrebbe evidentemente modificare la datazione del Corominas secondo cui il primo uso del termine risalirebbe al 1680.

Ringraziamo Edi Baccheschi per averci permesso di pubblicare le foto dei pezzi dell'Accademia Ligustica, Arrigo Cameirana per quella della collezione Boncompagni e il comandante Mario Mainelli per i preziosi suggerimenti a proposito delle imbarcazioni.

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