MATERIALI D'ARTE ISLAMICA NELLA COLLEZIONE STROZZI SACRATI
Paola Torre
 

Nel quadro della Raccolta di Maioliche Strozzi Sacrati figura anche un interessante nucleo, sia pur non consistente numericamente, di esemplari di arte islamica, che testimoniano degli interessi anche in campo orientale dell’ultimo erede della casata, il marchese Strozzi Sacrati.

In particolare si tratta complessivamente di dieci oggetti: sette piatti in ceramica e tre contenitori in metallo.
Per quel che riguarda il gruppo delle ceramiche, il materiale è da attribuire a produzione turca di epoca ottomana, per la maggior parte della seconda metà del XVI secolo, testimoniata da esemplari policromi ad impasto artificiale, tipo faenza silicea, prodotti nelle famose fabbriche di Iznik (antica Nicea), attive soprattutto nel XVI secolo.
La decorazione ha come elemento distintivo l’uso di una serie quanto mai diversificata di motivi floreali, fra i quali figurano tulipani, garofani, giacinti peonie, iris, nonchè caratteristiche foglie lanceolate a profilo seghettato denominate "saz".
La tesa dei piatti risulta quasi sempre decorata con un tipico motivo ad "onde e scogli", motivo che riprende un ornato cinese di tipo simile, ove lo scoglio è simbolo di forza, mentre l’onda spumeggiante che si infrange ripetutamente contro di esso simboleggia la perseveranza.
Fra i diversi colori usati figura un caratteristico rosso intenso, steso in rilievo, simile a quello della ceralacca, chiamato "bolo armeno", consistente in una particolare argilla rossa ad alta percentuale di ferro proveniente dall’Anatolia.
La ceramica policroma di Iznik comprende, oltre ai più comuni piatti, anche altre tipologie di oggetti, quali lampade da moschea, vasi ad alto collo, coppe con coperchio cuspidato, caratteristici boccali a corpo cilindrico con ansa a sezione quadrangolare e soprattutto una ricchissima varietà di mattonelle a motivi floreali usate per decorazione parietale, spesso combinate in pannelli e largamente usate per il rivestimento degli interni di moschee.
Nel contempo è da tener presente che analoghi motivi decorativi di gusto naturalistico floreale figurano anche su esemplari in materiali differenti dalla ceramica, quali tessuti, miniature, tappeti.
Relativamente al gruppo dei tre oggetti in metallo, le due ciotole apode a fondo leggermente convesso appartengono alla produzione metallistica siro-egiziana di epoca mamelucca, dal nome della dinastia che trae origine dagli schiavi turchi ("mamluk"), al servizio dei sovrani Ayyubidi (1171-1250), ai quali finirono per sostituirsi, dominando l?egitto e la Siria dal 1250 al 1517.
I due metalli mamelucchi databili tra il XV e l’inizio del XVI secolo offrono una interessante testimonianza di una corrente stilistica tardo-mamelucca, caratterizzata dalla riduzione della decorazione a eleganti motivi epigrafici in carattere corsivo (nashki), di grande pregio estetico, oltre che di elevato valore religioso. E’ da considerare infatti l’importanza della calligrafia nell’Islam, ritenuta l’arte per eccellenza, sia per essere lo strumento con il quale era stata fissata la parola di Allah nel Corano, sia per le sue qualità di astrazione e di decorativismo.
Di particolare rilievo la decorazione epigrafica della ciotola in ottone, sub-emisferica, a larga bocca con fondo apodo leggermente convesso, forma attestata anche in esemplari di produzione persiana.
La decorazione presenta infatti ampie tracce della originaria agemina (o incrostazione) in argento. Questo procedimento decorativo che, come è noto, consiste nel praticare sulla superficie del metallo una serie di incisioni o solchi, sopra i quali venivano poi martellati fili o lamine di metallo pregiato, ebbe un particolare sviluppo in ambiente islamico, probabilmente anche per motivazioni di ordine religioso.
Dal divieto di uso del vasellame in metallo prezioso è nato, probabilmente, il desiderio di conferire un’apparenza di preziosità a metalli poveri, quali il bronzo e l’ottone, mediantel’applicazione di sottili lamine d’argento e d’oro.
Questa tecnica largamente praticata nella Persia islamica a partire dal XII secolo (Khorasan, Iran orientale), si diffuse successivamente in Mesopotamia (Mosul, XII-XIII secolo) e in Siria e Egitto (XIII-XVI secolo); fu poi trasmessa anche all’Occidente attraverso la produzione veneto-saracena (XV-XVI secolo) ad opera di metallisti musulmani, in particolare persiani, ma anche siriani e egiziani, e successivamente attraverso artigiani lovali loro diretti seguaci, i cosiddetti azzimini.
La stessa denominazione agemina, del persiano "ajami", ricorda la provenienza degli artigiani orientali che avevano importato a Venezia questa particolare tecnica.
Qualche problema attributivo interessa invece il vaso in ottone a corpo sub-espanso, largo collo e fornito di coperchio cupolato a pomello. Da una parte infatti la forma sembra suggerire una influenza di tipologie di produzione persiana di epoca timuride (XV secolo), ma anche di ambiente turco del periodo del sultano Solimano il Magnifico(1520-1566). Dall’altra la decorazione semplicemente incisa, priva di egemina, consistente in minutissimi motivi di arabeschi a mezze palmette e intrecci vegetali estremamente stilizzati, si rifà ad una corrente stilistica tardo mamelucca del XVI secolo che predilige ornati minuti e precisi entro schemi decorativi alquanto rigidi, che ricoprono interamente la superficie ( come è esemplificato anche nella produzione veneto-saracena), parallelamente all’altra corrente stilistica che fa uso quasi esclusivo di iscrizioni, come è stato già indicato per le due ciotole apode alla collezione.
In ogni caso si tratta di una produzione metallistica alquanto tarda databile intorno al XVII secolo e forse anche oltre.
In conclusione può valere la considerazione, di un certo interesse che, tenuto conto delle caratteristiche essenzialmente decorative dell’esemplari in esame, il Collezionista abbia molto probabilmente effettuato i diversi acquisti guidato essenzialmente dal suo gusto estetico e dal suo apprezzamento del valore artistico del manufatto artigiano, piuttosto che dal confronto con opere simili, tenuto conto della conoscenza ancora abbastanza superficiale che all’epoca del Collezionista si aveva dei vari settori della produzione artistica islamica. Le pecularità fondamentalmentele decorative ed ornamentali sarebbero dunque con tutta probabilità gli elementi alla base dell’apprezzamento degli oggetti che furono scelti dal Collezionista.

 

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