Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

IL BELLO DEI BUTTI

Rifiuti e Ricerca Archeologica a Faenza tra Medioevo ed età Moderna

IL BELLO DEI BUTTI
29 ottobre 2008 - 1 marzo 2009

La spazzatura è storia, problema antico quanto l’uomo. Ma la spazzatura è anche fonte d’informazioni, talvolta d’ispirazione. Cosa, come e perché scartiamo può raccontare molto di noi. Gettato nell’immondizia, il rotto, l’imperfetto, lo sbrecciato diventa “butto”, che riemergendo a distanza di secoli rivela la sua bellezza e disegna un'epoca, un gusto, un modo di vivere, un'ispirazione. È “Il Bello dei Butti”, come illustra la mostra allestita al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza fino al 1 marzo 2009.

Difficile indicare, tra le centinaia in mostra, i reperti più rari o preziosi. È un unicum (nel panorama faentino ma non solo) la decorazione su un boccale in maiolica arcaica rinvenuto nell’area dell’Istituto d’Arte per la Ceramica: una donna che tiene un falco con la mano destra e, con la sinistra, le redini dell’uomo che sta cavalcando. Pur riferendosi all’episodio del filosofo Aristotele soggiogato dalla passione per la cortigiana Fillide, la decorazione allude allegoricamente al dominio della donna sull’uomo, un tema molto popolare sia nel Tardo Medioevo che nel Rinascimento.
Di notevole interesse anche un gruppo di piccole statuette di santi e giocattoli (fine XV-inizio XVI), una ciotola in maiolica berettina decorata con una sfera armillare tolemaica, tipico attributo dell’astrologo, un sigillo da lettera in piombo della famiglia Delfini/Zucchini, un piedistallo in maiolica compendiaria, datato al 1575, con decorazione di volpe che rincorre una lepre, un nutrito gruppo di ceramiche smaltate bianche e tre pitali decorati del XVIII secolo.
È stupefacente la quantità e qualità dei materiali recuperati negli ultimi 15 anni nei “butti” faentini, termine con cui si indica quell’insieme di ceramica, vetro, metallo, resti di pasto ed altro che veniva appunto buttato come spazzatura. Il recupero integrale di un consistente numero di “butti” -finora gli scavi ne hanno individuato 15, grazie al controllo della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna nel centro storico di Faenza in occasione di ristrutturazioni o nuove costruzioni- ha notevolmente arricchito le conoscenze archeologiche della città. Si tratta di butti datati tra la fine del XIV ed il XVIII secolo, pertinenti per lo più ad ambiti familiari ma anche a contesti religiosi e alle molte attività artigianali legate alla produzione ceramica, presenti in gran numero in città.

A Faenza, come in altre città, c’erano norme precise per lo smaltimento dei rifiuti domestici: poiché era vietato disperderli in luoghi pubblici, accadeva spesso che pozzi, cisterne e cavità sotterrane fossero riconvertite in discariche. Lo scavo dei butti ha consentito il recupero di un’ingente quantità di ceramiche prodotte a Faenza ed in altre zone d’Italia nell’arco di circa quattro secoli. Lo studio di questi materiali, perlopiù legati alle attività di preparazione, cottura e conservazione dei cibi, è per l’archeologo uno dei principali strumenti per comprendere la vita quotidiana del passato. Le stoviglie forniscono informazioni sulla cucina e sulla tavola di tutti i giorni o delle grandi occasioni, ossa e resti vegetali sulle abitudini alimentari, accessori e utensili su alcuni aspetti dell’abbigliamento e della vita di ogni giorno, e oggetti d’uso, come scaldini e pitali, sulle pratiche più intime e quotidiane.

La mostra è curata dall’archeologa Chiara Guarnieri ed è promossa dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna e dal Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. L’esposizione si articola in due percorsi: il primo affronta il tema generale dei butti nel contesto faentino, l’altro tratta quello della produzione dell’oggetto in ceramica, dalla foggiatura al momento della sua immissione sul mercato.
La spazzatura, peraltro, non è solo una finestra sul passato ma anche fonte d’ispirazione. Basti pensare ai bellissimi pavimenti in mosaico, chiamati asaraton oikos (stanza non spazzata), che ornavano i triclini delle domus romane, o ai tanti artisti che hanno realizzato opere d’arte con i rifiuti e l’immondizia, da Marcel Duchamp a Robert Rauschenberg, ai sacchi di Alberto Burri. Lo testimoniano anche le opere di Bertozzi & Casoni esposte nella mostra Nulla è come appare. Forse, allestita sempre al Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza fino all’11 gennaio 2009, che la riproducono con impressionante realismo.

Il catalogo, a cura di Chiara Guarnieri, fa parte dei Quaderni di Archeologia dell'Emilia-Romagna: 24. Il volume è pubblicato da Edizioni all'insegna del Giglio

L'iniziativa è resa possibile grazie al contributo di Banca di Romanga - Faenza e Romagna Acque Società delle Fonti S.p.A.