Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

OMAGGIO A GUIDO GAMBONE, OPERE DELLA COLLEZIONE GIUSEPPE TAMPIERI

OMAGGIO A GUIDO GAMBONE, OPERE DELLA COLLEZIONE GIUSEPPE TAMPIERI
20 ottobre 2012 - 6 gennaio 2013

Nel percorso del Noveceno verrà esposta una panoramica sulle ceramiche di Guido Gambone, appartenenti alla collezione del pittore faentino Giuseppe Tampieri, insieme ad alcuni pezzi inediti del museo.

 

TESTIMONIANZA GIUSEPPE TAMPIERI      

Ho conosciuto Guido Gambone a Firenze nel lontano 1938. Frequentavo allora i corsi dell’Istituto d’Arte e avevo appena iniziato gli ultimi due anni di Magistero che mi avrebbero abilitato all’insegnamento della scultura in pietra e marmo.

Un tardo pomeriggio, finite le lezioni, mentre stavo percorrendo la breve discesa verso il piazzale di Porta Romana, vidi venirmi incontro il mio vecchio amico ceramista Angelo Ungania. Lo seguiva a  breve distanza, appoggiandosi al bastone, Guido Gambone. Angelo me lo presentò come amico e stimato collega di lavoro nella vicina Fabbrica di ceramiche Cantagalli.

Un po’ perché avevamo tutti altri impegni, un po’ perché l’andirivieni del pubblico e dei mezzi di trasporto era troppo rumoroso, decidemmo di rinviare quel primo approccio ad altra più favorevole occasione.

L’occasione che doveva rivelarmi il carattere più autentico di Guido Gambone, avvenne casualmente prima del previsto: mi ero fermato davanti alla vetrina di un piccolo negozietto d’antiquariato e stavo passando in rassegna gli oggetti esposti, quanto sentii picchiettarmi sulla spalla. Mi voltai, era Guido: “Ti ho seguito e ti ho beccato, ti andrebbe di fare quattro chiacchiere con me?”. Non avevo impegni e approvai. Eravamo a pochi passi dal Caffè Petrarca e io proposi di sederci lì. Non l’avessi mai detto, storse la bocca e ghignò: “In quel covo di vipere, no!”. “E allora dove?”. Un attimo per pensare e disse: “So io dove possiamo parlare liberamente senza tanti ficcanaso tra i piedi”. Mi prese sottobraccio e mi portò dove c’era una panchina riparata dal sole a ridosso di una folta siepe di ginepro. “Qui, disse, ci vengo ogni tanto per riposarmi dopo una giornata di duro lavoro per pensare ai fatti miei, e qui ti ho portato per parlare anche dei fatti nostri”.

Ci sedemmo e aspettai che parlasse. Mi fissò un po’ titubante e disse: “Tu che frequenti il mio stesso ambiente, ne avrai sentite delle belle sul mio conto”.  “Perché  mi fai questa domanda?”. E lui, “Così, per sapere come la pensi”. “Te lo dico subito come la penso: dai pettegolezzi, dicerie e maldicenze, sto alla larga. Se poi mi trovo in un locale pubblico o privato e sento trinciare giudizi velenosi, sicuramente in malafede, prendo su e me ne vado”. Mi interruppe eccitato: “Ma come, nemmeno se il calunniato fosse stato tuo amico?”. E io di rimando: “In questo caso gli avrei consigliato di lasciar perdere per non cacciarsi nei guai”. Non mi lasciò finire: “E io dovrei credere che non esprimi mai le tue opinioni?”. “E come no, ma le esprimo soltanto quando l’interlocutore è disposto ad ascoltarle”.

Ne avevo abbastanza di quel bisticcio e replicai: “Senti, se ci tieni proprio alla mia amicizia, parliamoci chiaro…”.  “Basta così, disse Guido, ora so che posso fidarmi di te, stiamo allegri e parliamo d’altro, ma non adesso. La prossima volta chiariremo tutto con più calma”.

Si era fatto tardi e ce ne andammo. Al momento di separarci mi abbracciò e disse: “Ho idea che noi due ci intenderemo presto”.

Con questo auspicio ogni incertezza scomparve e fu vera amicizia.

Degli anni che trascorremmo insieme a Firenze, dal 1938 al 1941, anno in cui terminai i miei studi e me ne tornai a Faenza, ci sarebbe molto altro da dire: del carattere fiero e intransigente di Guido, del suo bisogno di sentirsi compreso e amato, della sua segreta passione per la pittura, della impellente necessità di trovare una sistemazione autonoma e indipendente in un laboratorio suo proprio per esprimere liberamente tutto il suo talento.

Lo spazio a mia disposizione è limitato e perciò stringo i tempi, anche perché il nostro sodalizio fiorentino si rinnovò altrove e più intensamente a Faenza. Dopo molti mesi di separazione ricevetti una sua lettera da Vietri, intestata Manifattura Artistica Ceramica Salernitana, dove mi annunciava che sarebbe andato a Firenze e che, in tal caso, avrebbe allungato il percorso per venire a trovarmi.

Fu, questa, la prima di una lunga, fitta corrispondenza epistolare, dove la testimonianza diretta di Guido è sicuramente più affidabile del mio attuale ricorso alla memoria. E dunque è dai suoi scritti e con le sue stesse parole che ho potuto estrarre gli aspetti più significativi delle vicende che ci coinvolsero.




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