Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

CAPOLAVORI DI MAIOLICA DELLA COLLEZIONE STROZZI SACRATI

3 maggio - 4 ottobre 1998

La mostra è il punto d’arrivo di una vicenda ormai quasi ventennale, che mi ha coinvolto culturalmente e professionalmente. E’ insieme un punto di partenza per uno studio analitico di varie questioni storiografiche ancora aperte, e insieme per iniziative museografiche come si comprenderà al termine di questo mio intervento.
Crespina in maiolica con allegoria della "Temperanza", Faenza, 1535-1540Nel corso del mese di maggio del 1983 chi scrive questa nota venne chiamato dal Tribunale di Firenze a redigere un inventario delle ceramiche conservate nel grande Palazzo Strozzi Sacrati di Firenze (vds. L.Ginori Lisci, I Palazzi di Firenze nella storia e nell’arte, Vol I, Cassa di Risparmio, Firenze 1972, pp 463-470), dopo la scomparsa del Marchese Uberto. Fu una esperienza straordinaria tale, io credo, da sottoporre qualunque esperto ad esercitazioni attributive, a momenti emotivi, a curiosità e scoperte, a considerazioni di intensa partecipazione. Ancora oggi, quando mi capita di rivedere la serie di diapositive di tutto il materiale ceramico che allora mi fu permesso di documentare, certamente più cospicuo almeno dal punto di vista quantitativo di quello notificato e che in occasione di questa mostra si può vedere al Museo di Faenza, ancora oggi qualche emozione permane.
Avevo poi sentito dire da Mina Gregori e da John Pope-Hennessy dell’esistenza, nel patrimonio artistico Strozzi Sacrati, di una spilla da berretta attribuita a Benvenuto Cellini. Così, un momento indimenticabile rimane anche quello del ritrovamento della spilla, dopo aver indagato fra il personale di servizio, in una cassaforte collocata in uno stanzino dove potei recarmi con l’avvocato Gianfranco Cecchi Aglietti dietro autorizzazione del Tribunale. Da un piccolo astuccio brillò quel gioiello in oro, a smalti e perle scaramazze con "Leda e il cigno", accompagnato da un foglietto con una vecchia scrittura che rimandava a un passo dalla "Vita" del Cellini dove l’artista faceva riferimento forse proprio a quell’oggetto (vds. J.Pope-Hennessy, Cellini, Mondadori, Milano 1986 [London 1985] pag. 46, tavv. 20-21 ). Quella spilla, oggi, è al Museo Nazionale del Bargello.
Già nei primi anni Quaranta qualcosa di analogo dovette accadere a Giuseppe Liverani, che andò a Palazzo e poi scrisse della collezione di maioliche sulla "Faenza" (G.Liverani, La suppellettile in maiolica di una antica casa italiana, in "Faenza", a.XXX 1942, pp.15-26, tavv.V - X). Solo una parte delle varie maioliche - le più importanti - e di altre ceramiche sparse nelle diverse sale del Palazzo tuttavia sono giunte assieme sino a noi: si tratta di quelle oggi esposte al Museo faentino che sono poi le stesse notificate dagli organi a tutela del nostro patrimonio artistico. Il saggio di Giuseppe Liverani del 1942 è senza dubbio servito di traccia per la notifica, dato che l’accesso a Palazzo era riservatissimo, e la notifica è rimasta tutto sommato limitata a quello che Liverani stesso aveva allora segnalato.
Grande tondo con stemma. Inizio del XVI secolo. Giovanni della RobbiaLa mostra dei Capolavori di maiolica della Collezione Strozzi Sacrati, da me sollecitata e organizzata per il Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, proporrà dunque per la prima volta al pubblico questi materiali appartenenti a una tra le più illustri famiglie italiane, che ha vissuto e partecipato la storia di Firenze, Mantova e Ferrara.
E’ un materiale magari conosciuto in parte dagli specialisti, perchè proveniente anche da vendite pubbliche e altre collezioni nella prima metà del nostro secolo, anche se non sempre ancora studiato adeguatamente. Esso, in ogni caso, non è mai stato esposto nel suo complesso in una mostra, ed è dunque veramente una occasione unica poterne prendere visione per alcuni mesi, da maggio ad ottobre di quest’anno 1998 a Faenza.
L’avvenimento è stato reso possibile grazie alla gentile adesione degli eredi Strozzi Sacrati, per l’intervento del marchese Maurizio Burlamacchi, che ha intermediato presso di loro, dell’avvocato Gianfranco Cecchi Aglietti, e del Ministero per i Beni Culturali e Artistici, grazie anche all’interessamento del professor Antonio Paolucci.
In questa occasione vorrei ricordare, tuttavia, anche una cara persona, un amico prezioso e simpatico, l’allora cancelliere del Tribunale di Firenze, il dottor Corrado Marchisello De Blasi di recente scomparso e che mi fu vicino in quel maggio del 1983 ed anche qualche anno dopo in occasione degli inventari delle maioliche lasciate al Museo di Faenza da Angiolo Fanfani. Con lui fare anche gli inventari era una cosa piacevole. Ogni tanto da Marchisello ricevevo chiamate telefoniche sempre molto piacevoli e amiche, per avere informazioni sul Museo e della cospicua donazione Fanfani, fino a poco prima della sua scomparsa.
La raccolta proposta a Faenza è, come dicevo, l’ultima parte di un ben più vasto complesso andato disperso tra musei per notifiche e acquisti, collezioni private per aste dopo la scomparsa dell’ultimo erede dalla casata, il marchese Uberto Strozzi Sacrati: ma la selezione è di grande livello e ho ragione di ritenere che si debba buona parte della raccolta di maioliche proprio al marchese Uberto, nel contesto di un fervente contesto collezionistico fiorentino d’anteguerra soprattutto. Varrà la pena indagarvi più precisamente.
Santa Maria Maddalena. 1800-1840 Manifattura FernianiIl catalogo è una prima organizzazione del materiale, che ho voluto affidare a un giovane studioso fiorentino di storia dell’arte e museologo, il dottor Francesco Vossilla, su cui ripongo molte speranze nel futuro per un’ottica rinnovata nei nostri studi ceramologici più collegata strettamente a una visione unitaria delle arti, e meno ad uno specialismo così diffuso in modo acritico. Le sue schede di catalogo, semplici ma efficaci, riflettono anche alcune incertezze degli studi attuali sulla maiolica rinascimentale.
Si va dal Quattrocento toscano alla maiolica faentina di primo e secondo Cinquecento; dall’istoriato pesarese e urbinate, alla maiolica rinascimentale di Deruta e di Montelupo; da due tondi robbiani alla produzione marchigiana del tardo XVI secolo; dai "bianchi" di Faenza, ad esemplari di Caltagirone o del Seicento e Settecento toscano, savonese, faentino e persino ad una qualitativamente cospicua selezione di "faenze" turche cinquecentesche di Iznik, testimonianza degli interessi orientali del marchese Uberto, che nel Palazzo aveva arredato anche un salottino di porcellane cinesi e giapponesi.
Dal catalogo al Convegno faentino di fine settembre sull’argomento della stessa collezione, è stato pensato un percorso di studio che permetta di discutere fra specialisti il complesso della raccolta ma soprattutto di affrontare alcuni nodi attribuzionistici particolarmente di XVI secolo legati in particolare all’istoriato, come ben evidenziano in questo catalogo Carola Fiocco e Gabriella Gherardi.
Completano la collezione due vetri rinascimentali veneziani, tre metalli islamici tardo medievali, un raro esempio di calice e una "canoviana" Maddalena penitente in terraglia riprodotta dai conti Ferniani nella prima metà dell’Ottocento, oltre a un grande busto in marmo con attribuzione alla scuola del Canova, rappresentante Achille sul modello del Marte Ultore, della stessa epoca.
Questa raccolta di maiolica non è dunque così estesa, trattandosi soltanto di circa settanta oggetti: ma per la massima parte essi sono esempi d’arte decorativa rari per qualità, tipologie formali e cromatiche, per valore documentario essendovi apposte spesso date e sigle, motivi araldici, fonti iconografiche singolari.
Certamente molti esemplari di questa raccolta - non solo quelli faentini d’eccezione - rappresenterebbero una integrazione del tutto opportuna per le raccolte del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, ne colmerebbero vuoti di fatti primari, ne esalterebbero i nuclei già esistenti soprattutto quelli delle produzioni faentine dal Quattrocento al Settecento, dell’istoriato di scuola urbinate, delle robbiane, delle stesse maioliche montelupine. Essi rappresentano anelli mancanti e non secondari, di una ricostruzione storica di alcuni fra i più importanti centri ceramici italiani del Rinascimento.
Come direttore del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza non posso che auspicarne fortemente l’acquisizione, presso gli Enti pubblici e privati territoriali preposti alla tutela, all’incremento e promozione, agli stessi investimenti per questa straordinaria Istituzione di Romagna.
E’ un’occasione irripetibile di incremento del patrimonio che non dovrà essere poi rimpianta come spesso è avvenuto in passato, neppure come investimento, quale a tutti gli effetti essa è.

Gian Carlo Bojani
Direttore del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza